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| Tim Dyke, il creatore del marchio MPH Models. |
In Italia sono pochi a conoscere il marchio MPH Models, che nella sua iper-specializzazione è stato uno dei riferimenti dell\’artigianato speciale tra la fine degli anni ottanta e gli anni novanta. Nel 2011 avevo aperto un thread su MPH nel forum Duegi; all\’epoca il blog non esisteva ancora e ormai le foto caricate su dei server di Imageshack non sono più visibili. Rielaboro quindi sul blog l\’argomento, convinto che a distanza di anni il valore storico di questi modelli sia rimasto quantomeno immutato. MPH era il marchio di Tim Dyke, un modellista dello Shropshire (Regno Unito), ex-pilota e appassionato di auto, che aveva iniziato il proprio percorso nel settore dei kit con i vecchi Airfix, passando poi ai Tamiya in 1:12, che negli anni settanta erano quanto di meglio offriva il mercato.
Alla fine degli anni ottanta, Tim Dike intravide un potenziale mercato di modelli montati in scala 1:43 con dettagli superiori alla media. In particolare, in quel periodo, mancavano ancora diversi soggetti di Le Mans dagli anni trenta agli anni cinquanta. Starter, Provence Moulage, ma anche altri marchi stavano colmando via via importanti lacune e l\’idea di Dyke fu quella partire da quelle basi per realizzare serie limitatissime di montati con dettagli aggiunti, derivati da un accurato lavoro di documentazione. Le prime realizzazioni contavano comunque su un numero ancora relativamente limitato di migliorie.
Con 20-25 esemplari, ogni modello MPH veniva venduto in una confezione specifica (in altri casi venne conservata la scatola originale del kit), con tutta una serie di piccoli tocchi che piacevano molto ai collezionisti: non era prevista una basetta, ma era fornita una placca fotoincisa da incollare sulla base qualora si desiderasse avvitare il modello a un supporto; erano inclusi anche dei foglietti con la storia della vettura e la lista degli interventi straordinari rispetto al kit di base. La serie MPH (chiamata così in onore di una Riley MPH di cui Dyke era stato proprietario) rapidamente raggiunse il pubblico giusto. Riviste come Modelauto Review, stampata da Rod Ward di Leeds, una delle pubblicazioni più belle di fine anni ottanta, riportava puntualmente l\’uscita di ogni modello MPH.
La produzione si faceva via via sempre più ricca di particolari e sofisticata. La finitura era sempre realistica, mai troppo brillante e tutti i dettagli davano l\’impressione di una grande omogeneità senza che si notasse l\’affastellamento di pezzi riportati, come accade invece su certi montaggi dilettanteschi. All\’epoca in cui molti lasciavano perdere questo dettaglio, Dyke era tra i pochi (insieme a Magnette e Liatti) che faceva attenzione alla finitura alluminio opaco dei cerchi a raggi delle auto da competizione. Peter Radcliffe, uno dei pochi collezionisti ad aver completato una raccolta di tutte le vetture di Le Mans così ricorda quegli anni: \”Incontrai per la prima volta Tim Dyke al Modelex nell\’ottobre del 1994. Nello stand c\’era la Maserati 450S carrozzata Costin di Le Mans 1957, probabilmente la mia Maserati di Le Mans preferita. In quel periodo non acquistavo modelli montati, e men che meno pensavo che avrei comprato un pezzo da circa 200 sterline. Tuttavia, non essendo riuscito a trovare il kit Nestor sul quale l\’MPH era basato e dopo diversi passaggi allo stand di Tim, mi decisi ad acquistare il suo montato.
Da quel momento siamo diventati amici e diversi altri MPH sono entrati durante gli anni nella mia raccolta\”. Gli MPH derivano tutti da kit in resina; Dyke non ha mai apprezzato troppo il metallo bianco, considerandolo troppo grezzo e inadatto alla riproduzione di alcuni dettagli minuti. Piccola curiosità: i dettagli riportati non erano erano applicati con una particolare colla a contatto, la Thixofix, prodotta dalla Alpha, oggi sostituita dalle acriliche, molto più facili a utilizzare e resistenti nel tempo. Dyke fu così gentile da inviarmene un tubetto, in modo da poter restaurare un paio di pezzi della mia collezione utilizzando la colla \”originale\”…
La gamma MPH andò avanti fino ai primi anni duemila, con veri e propri capolavori, da Ferrari a Maserati, da Porsche a Aston Martin passando per soggetti meno conosciuti ma ugualmente di grande fascino, finché alla fine del 2006 Tim Dyke ha deciso di sospendere l\’attività, congedandosi dai collezionisti con una lettera che vi riporto nella forma originale:
Penso che gli apprezzamenti di Dyke nei confronti di marchi come Minichamps, AutoArt o Mattel fossero anche troppo generosi. La qualità di questi modelli non è comparabile con uno speciale montato (quando è montato bene), né Spark e Bizarre sono riusciti mai a trasmettere le emozioni che un MPH riesce a dare, e non lo dico solo io, lo dicono collezionisti molto più esperti di me. Detto questo, se poniamo la questione sotto il mero aspetto economico, Dyke poteva avere le sue ragioni per dire \”chiudo tutto e vado a divertirmi con la mia Lotus Elise\”. Oggi 20 o 25 modelli di questo genere, magari a 300 euro l\’uno, si venderebbero con moltissima fatica – anzi forse non si venderebbero proprio, ma non è una questione di qualità della concorrenza: semplicemente sono cambiati i tempi e la gente preferisce cento modelli da edicola a tre modelli esclusivi.







