Da sempre, i “coffret” costituiscono per i fabbricanti un’ottima occasione di riciclare modelli magari vecchiotti, che vengono così reimmessi nel mercato con idee più o meno brillanti. Solido è stata maestra in quest’arte e ancora alla fine degli anni settanta, le confezioni speciali abbondavano nel catalogo, con set incentrati sui temi più vari, dal classico delle competizioni alla Gendarmerie, dal motocross alle vacanze invernali, dall’ambiente agricolo al campeggio. Al centro di questi coffret, modelli che non sempre avevano incontrato il pieno favore del pubblico, come le versioni break della Renault 12, della Peugeot 504 o della Citroën CX.
Ragionamenti come questi, ovviamente non li facevo nell’estate del 1979, allorché, in vacanza coi miei a Orbetello, leggevo e rileggevo fino allo sfinimento un catalogo Solido sognando le Porsche 917 che erano ormai fuori produzione e destinate alle borse di scambio, di cui neanche immaginavo l’esistenza.
Ma un’altra cosa colpì la mia immaginazione: il coffret numero 618, con la vettura di servizio familiare, il carrello e la Renault 5 Coppa. Questo fece scattare la classica molla della fascinazione. All’epoca iniziavo ad assistere alle prime corse al Mugello, e non c’era evento importante che non avesse la Coppa Renault come gara di supporto, magari insieme alla F.Fiat Abarth. Molti piloti si presentavano nel paddock ancora così, con la macchina da corsa trainata col carrello: un’eredità del passato destinata a sparire di lì a poco.
Oggi so che per la primissima immagine del coffret 618 sul catalogo, Solido utilizzò una Peugeot 504 Break. Per la produzione si decise saggiamente di impiegare una ben più coerente Renault 12, sempre in versione familiare. Nella sua versione definitiva, Solido studiò una confezione accattivante: scatola verde con inserto molto corsaiolo che rendeva bene lo spirito della Coppa Renault dell’epoca. Il tutto era molto semplice ma anche molto ben fatto. Senza analizzare le caratteristiche del set (magari lo farò un’altra volta), posso dire che ne esistevano con la R5 blu e con la R5 gialla, esattamente gli unici due colori della 58B della serie normale. La R12 era nel classico celeste, ma con decals specifiche, che riprendevano gli sponsor tecnici della “Coupe Renault”.

Passa una settimana, ne passa un’altra e questo coffret diventa una specie di fissazione. Si presenta un’occasione clamorosa: i miei nonni programmano una breve vacanza a Parigi.
Nella mia mente di decenne, l’equazione Parigi = Solido era quanto di più evidente potesse esserci. Del resto in quel periodo ero convinto che in Francia si trovassero dei kit Solido in versioni non importate in Italia (in realtà si trattava di semplici transkit o decals tipo BAM, ma questo non lo sapevo). I miei nonni, istruiti in modo adeguato, cercarono scrupolosamente il coffret a Parigi, non certo in negozi specializzati ma in posti tipo le Galéries Lafayette, dove venne loro detto che al momento non era disponibile ma che sarebbe tornato a breve. A breve ma non in tempo. Tornarono non a mani vuote ma con un paio di altri modelli che – poveretti – non potevano essere lontanamente comparati a quelli che potevano interessarmi: ricordo una Traction Avant dei pompieri, rossa, che penso fosse il modello Solido che mi interessasse meno in assoluto. La presi tutto sommato con filosofia. Poco dopo riuscii a trovare da Dreoni di Via Cavour a Firenze la R5 Coppa e mi consolai con quella.


Passano gli anni. Anzi, passano i decenni. Si cresce, si fanno tanti percorsi ma certe cose si depositano sul fondo delle sensazioni, prendendo la luce giallastra dei ricordi d’infanzia, che ti balenano in testa nelle loro sembianze fantasmatiche un po’ consunte (avete presente il video dell’Estate di John Wayne, girato con le lenti anamorfiche? La memoria ragiona con quelle come occhiali). Quel coffret ho sempre continuato a cercarlo, non certo con grande accanimento ma con un’attitudine del tipo “tengo gli occhi aperti, prima o poi lo ribecco”. A ritardare il ritrovamento, il fatto che ne volessi uno perfetto, con le decals dei fianchi destri delle vetture ancora da applicare.


Qualche giorno fa il cerchio si è chiuso. Un coffret 618 è sbarcato a casa, proveniente dal nord della Francia, e non è un coffret 618 qualunque. La scatola è un po’ deformata dal tempo (ma non è il suo bello?) ma probabilmente il polistirolo con i modelli non è mai uscito dalla sua scatola. Tutto è al suo posto come nel 1979. Le decals erano posizionate sotto le ruote della R12 Break; solo per precauzione le estraggo e le avvolgo con carta non-acida rimettendole nella scatola lontane dal contatto col polistirolo. Mi sento come Grenfell e Hunt a Ossirinco.
I Solido di quel periodo sono come un K-Way vecchio o come un’Alpine A110 con la carrozzeria di plastica un po’ scalcinata ma che va ancora benissimo. Un libro raro con i bordi della copertina consumati.
Il coffret 618 andrà a riposare vicino al gioco della F.1 che mi regalarono a “Porte aperte alla Renault” dove ogni anno andavo sperando di trovare in esposizione una R5 Alpine.

Sembro io quando leggevo i cataloghini Solido degli anni ’90 – o quando leggevo Quattroruotine, i modelli (speciali) pubblicati su Modelli Auto non mi era ben chiaro dove li tenessero nascosti a quell’età – e poi cercavo i Solido allo Jouteland o allo JouéClub.
Stesse emozioni, stesse vibrazioni.
Solo vent’anni dopo.
Tutto ciò è stupendo, ed è il motivo per cui da adulti e da incondizionati di automobilismo reale si collezionano i modelli.
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