Una delle prime regole auree che insegnano ai corsi di giornalismo (perché alcuni di essi sono anche utili) è capire il target della “trasmissione”. Scrivere una notizia per l’ANSA non è scrivere un articolo per un quotidiano e non è scrivere un pezzo per un periodico specializzato. Una dritta apparentemente banale che però nasconde una preziosa verità: devi essere sempre cosciente della tua “audience”. Un concetto che a maggior ragione si applica nel campo della comunicazione, a livello di ufficio stampa ma anche di semplice promozione commerciale (le due cose sfumano l’una nell’altra, da sempre). Proprio per il malcostume contemporaneo del “tutti comunicatori sui social” oggi si generano sempre più fraintendimenti, incidenti e psicodrammi a causa di influencer improvvisati che – a volte in buona fede, altre volte no – coinvolgono gente incolpevole o semplicemente ingenua nelle loro improvvisate manovre promozionali.
Un fenomeno abbastanza diffuso, soprattutto sulle pagine Facebook di vari negozi, è farcire i propri spazi con foto di clienti, meglio se provenienti dai quattro angoli del pianeta, per dimostrare che si è veramente internazionali e che la propria attività ha successo in tutto il mondo. A parte i problemi legati alla privacy (a tutti davvero si è chiesto il permesso di pubblicare la loro foto su un luogo pubblico com’è appunto un social? E con quali vincoli e liberatorie?) spesso si gioca con la smisurata vanità della persona comune di sentirsi protagonista, anche se per una mezza giornata su una semplice pagina Facebook. Il problema nasce qui: alcuni “responsabili” della comunicazione non si fanno scrupoli a buttar dentro veramente chiunque. Belli, brutti, dignitosi, ridicoli. Non c’è alcun male a essere ridicoli. Chiunque lo è a suo modo. Il problema è rendersi conto quando non sia opportuno chiedere troppo all’intelligenza della massa che ti aspetta fuori. E’ così che intere famiglie vengono esposte a battute ora ironiche, ora salaci, ora anche crudeli da parte dei classici leoni da tastiera, e al malcapitato comunicatore in erba nonché gestore della pagina Facebook non resta che “troncare e sopire”, cancellando commenti e bannando gente.
In un mondo ideale questo non succederebbe, lo riconosco. Non è assolutamente bello prendersela con dei potenziali casi sociali oppure con gente magari limitata mentalmente che magari trae da un’esperienza di questo tipo una soddisfazione che la aiuta a tirare avanti una vita poco invidiabile. Ma non si fanno i conti con la volgarità e l’ignoranza dei frequentatori di un social. Stavolta non è questione di libera espressione ma di buon senso. Se i clienti non sono capaci di pensare alle possibili conseguenze di un bagno di insulti o di sberleffi, deve esserne capace chi si assume la responsabilità di esporre quotidianamente i loro volti. Ecco perché non serve a niente schiaffare in bacheca la famiglia dei Brutos al completo per poi ergersi a paladino della giustizia criticando i cattivi che l’hanno macellata a suon di prese in giro. Se ti senti “comunicatore”, le possibili conseguenze di una “campagna pubblicitaria” poco azzeccata devi per forza di cose tenerle in considerazione prima di inondare la piazza con le tue foto e i tuoi slogan, che magari a te sembrano geniali e invece sono solo grotteschi (a meno che dietro a tutto questo non si celi un piano ancor più diabolico, che miri a creare flussi di like e di visite fregandosene scientemente del buon gusto, dell’etica e del già citato buon senso).
La storia è piena di boomerang clamorosi, opera di fior di specialisti. Perché poi, in ultima analisi, a forza di ridicolizzare delle povere persone in cerca di un’effimera notorietà da angolino di quartiere, si finisce per ridicolizzare se stessi.
