La fine di Mercury

Se escludiamo marchi come ICIS o Edil Toys, vere e proprie meteore nel firmamento dell’1:43 scomparse prestissimo dagli scaffali dei negozi, la prima illustre vittima italiana nel panorama della crisi dell’1:43 “industriale” degli anni settanta coincide con quella che, con un pizzico di malizia date le sue origini torinesi, si potrebbe definire “la vecchia signora del die-cast italiano”: la Mercury.

Fondata nel 1932 e da sempre membro dell’indotto di Fiat e Lancia per la produzione di minuteria pressofusa da montare sulle auto vere (cardini di porte e cofani, maniglie, eccetera eccetera), la marca dell’ingranaggino ha saputo affiancare alla sua attività nel settore automotive una valida e sterminata offerta di giocattoli pressofusi, sempre molto affascinanti, che avevano come tema ricorrente la riproduzione di automobili – molto spesso Fiat e Lancia per ovvie ragioni – ma anche di cucinini e piccole casseforti, secondo una poliedricità tipica dei produttori dell’immediato dopoguerra, come ad esempio Solido e Norev, che in Francia seguirono una parabola molto simile a quella della Mercury pur con tecniche e materiali diversi.

Il successo arrise alla firma torinese, e le sue miniature in scala 1:48 motorizzarono i cortili ed i marciapiedi d’Italia così come fecero i corrispettivi reali con l’Italia, e naturale fu – all’inizio degli anni sessanta – il passaggio alla più classica scala 1:43, mantenendo ottimi consensi fino alla fine del decennio ed all’inizio del successivo.

Esattamente come accade per un Solido, un Dinky o un Norev per la Francia, osservando una Fiat della Mercury si può vedere, ma ancora più assaporare, l’Italia degli anni sessanta: in una 850 berlina si rivede la Torino degli anni del boom, gli operai che vanno allo stadio a vedere Juve-Torino la domenica, e in generale un senso di benessere che arrivava un po’ in tutti gli strati della popolazione dopo i difficili anni della ricostruzione.

Eravamo ancora i più poveri tra i “grandi” d’Europa (e lo siamo sempre stati) ma lo eravamo meno, e per qualche ragione difficile da spiegare nessun modello italiano rendeva – e rende – questa sensazione come un Mercury, che trasmette perfettamente la Torino laboriosa, rigorosa e seria di quegli anni.

Tra la fine degli anni sessanta e l’inizio dei settanta qualcosa iniziò però a cambiare: l’arrivo di concorrenti come Politoys e Mebetoys con le loro mille aperture e col loro aspetto in un certo senso più “ludico” mandarono in crisi la Mercury, che iniziò progressivamente a semplificare i suoi modelli, che rimasero comunque sempre molto affascinanti e belli.

Si introdusse la Serie 300 o Special, dicendo addio alle belle scatoline coi disegni della vettura reale in stile Dinky che avevano caratterizzato gli anni sessanta, e inizialmente la qualità restò ottima: guardando una Fiat 124 Sport Coupé o una 127 non si avverte un netto decadimento rispetto a quanto proposto pochi anni prima, se non per alcune dubbie decals “corsaiole” che talvolta venivano messe un po’ a sproposito sui modelli, ed anche le scatolette erano comunque più che decorose, seppur forse più simili a piccole confezioni per ricambi d’auto che a scatoline per modelli.

Anche questo rende l’atmosfera di una casa dedita principalmente ad operare nell’indotto Fiat e costruttrice di giocattoli a tempo perso, ma sono cose che in un’epoca di produzione cinese selvaggia sono forse un po’ troppo ostiche da capire fino in fondo, se non armati della necessaria sensibilità.

La Serie 300 scadde molto presto in una specie di gamma Burago ante-litteram, con ruote veloci (in realtà non così brutte come quelle dei Burago) e dettagli semplificati: videro la luce una bellissima Campagnola AR 76 proposta in una miriade di versioni (molte delle quali estremamente giocattolesche, ma alcune molto interessanti, come l’ACI, la civile o il trittico di Polizia, Carabinieri e Pompieri “semplici”), talmente valida come forme da essere riproposta da Old Cars fino alle porte del 2000 con solo pochissime modifiche, e poi 132, 131 Berlina a quattro porte e Panorama, Mini 90, BMW 320, e qualche camion Fiat.

Comparve anche una serie in scala 1:66, francamente di una tristezza inimmaginabile (meravigliosamente naïf la 131 Abarth in livrea Oliofiat con la roulotte), ed una oggi rarissima serie di modelli in scala 1:32, con una Ferrari 512 S Modulo e una Campagnola lunga a farla da padrone.

Ci furono anche delle moto, anche in scala 1:15 (epica la Benelli 750 6 cilindri) ma questa è un’altra storia, che sicuramente racconteremo più avanti.

Il marchio si trascinò così per quasi tutti gli anni settanta, poi nel 1978 morì, poco dopo aver presentato e prodotto il suo ultimo modello, una Fiat Ritmo quattro porte semplificata a livelli incredibili, brutta come la vera.

Vera come la vera.

E proprio per questo imperdibile.

Sì, perché nessun laboratorio cinese potrà mai fare una Ritmo più Ritmo della Mercury del 1978, o una 850 più 850 della Mercury del 1964, o una Campagnola più Campagnola della Mercury del 1976, e questo perché il modo di lavorare di un paese, l’aria che respira e l’humus in cui è immerso si ripercuotono inevitabilmente si tutto ciò che fa, anche sulle cose più marginali come i modelli, e questo si sente, anche quando sembra che non si senta.

La chiusura della Mercury, che allora forse veniva vista solo come una concorrente più cara della Burago, ha rappresentato un momento triste per la nostra tradizione nell’1:43, ma forse non poteva che andare così: di certo, però, anche quegli ultimi modelli così “poveri” e “tirati via”, a 45 anni di distanza hanno ritrovato la loro dignità, ed il merito di stare in una collezione di obsoleti che si rispetti, perché figli – seppur minori – di un’epoca che non tornerà.

testo di Riccardo Fontana / foto di Riccardo Fontana e David Tarallo / didascalie di David Tarallo

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