…and now for something completely different

Testo e foto di Riccardo Fontana

Parliamo spesso, qui su PLIT, dell’easy modelling e della formidabile valvola di sfogo dallo stress giornaliero che può costituire l’elaborazione semplice ma efficace di un modello di per sé economico nella fattura e, perché no, nel prezzo di acquisto.

E ora – parafrasando i Monty Phyton, qualcosa di completamente diverso – perché armati di fiamma ossidrica passiamo dalle quattro alle due ruote, per presentare un modello davvero completamente diverso da ciò che solitamente appare su questi schermi, e cioè un’elaborazione personale (per quanto ancora momentaneamente incompiuta) di una delle più belle moto che abbiano mai calcato la sabbia africana: la Honda NXR 750 nella sua seconda declinazione del 1987, vincitrice della Parigi-Dakar nello stesso anno con Cyril Neveu e, esattamente invariata, l’anno successivo con Edi Orioli sotto le insegne del team di Massimo Ormeni.

Che dire dell’NXR? Fondamentalmente, che quella che la “massa” degli appassionati chiama semplicisticamente “Africa Twin ufficiale” con la stessa superficialità con cui accosta l’Alfa Romeo 155 1.8 Twin Spark alla V6 TI DTM, rappresenta uno dei più grandi UFO della storia del motorsport: resasi conto, a metà anni ’80, di come fosse assolutamente impossibile competere nelle grandi maratone africane con un monocilindrico, la Honda promise al suo pilota di punta – Cyril Neveu – l’arrivo di una bicilindrica con cui spazzare via la BMW e riconquistare la Dakar, che il fantino di Orléans aveva già vinto due volte con la Yamaha XT 500 e una con la Honda XR 550.

A fine 1985 arrivò così la prima NXR 750, nella bellissima livrea Rothmans tipica delle Honda (e delle Porsche) da corsa del periodo, ed immediatamente sbaragliò la concorrenza dominando la Dakar che vide la morte di Thierry Sabine.

Era una moto strana in effetti, piccolissima, raccolta, raffinata e molto curata anche dal punto di vista aerodinamico (fu la prima astronave del deserto dotata di cupolino integrato), era comunque meno potente delle Cagiva-Ducati e delle BMW boxer, ma era anche leggerissima (non arrivava ai 150 kg a secco, stracciando non solo Cagiva e BMW che superavano di slancio i 200, ma anche Yamaha e Honda monocilindriche, una cosa di un’altra galassia) ed estremamente maneggevole ed affidabile.

Il motore, un bicilindrico a V con angolo tra le bancate di 45° e quattro valvole per cilindro, non era nemmeno lontanamente parente del bicilindrico di Transalp e Africa Twin, che aveva un angolo di 52° e sole tre valvole per cilindro: se le altre dakariane vantavano – almeno motoristicamente – una parentela con la produzione di serie (e questo sarebbe valso anche per la Yamaha Superténéré che all’epoca non era ancora nata) la Honda era un prototipo dalla A alla Z, costruito con una ingente profusione materiali nobili solo per vincere.

E per vincere con il contagocce: uno dei molti record di questo mezzo stratosferico è lo score del 100% nel rapporto tra gare corse e gare vinte, che sono tutte e sole le quattro Dakar dal 1986 al 1989, quando la Honda decise per il disimpegno.

Se la versione 1986 trovò sublimazione in un meraviglioso kit firmato Tamiya in scala 1:12 (oggi divenuto rarissimo ed estremamente quotato) uscito a pochi mesi dalla conclusione della Dakar 1986 e da un die-cast cinese di incerta diffusione che altro non era se non una copia semplificata del modello Tamiya, le evoluzioni degli anni successivi non vennero mai prodotte da nessuno, se si escludono un paio di caricaturali kittini radiocomandati firmati Bandai, decisamente ingenui e fumettistici nella fattura, e certamente poco o nulla interessanti nell’ottica collezionistica.

Tanto per fare un esempio del nulla cosmico che aleggia attorno a questa moto, in un paio di foto apparse anni fa su un’importante rivista del settore, Edi Orioli appariva accanto ad un modello in scala della sua moto vincente nel 1988, che altro non era se non una Tamiya del 1986 con delle decals ricavate con trasferibili e fantasia.

Che fare volendo chiudere il buco nella propria collezione? Impazzire, tanto per cominciare: come detto i kit Tamiya non abbondano, quei pochi che si trovano costano delle cifre… importanti, e comunque le differenze tra la versione 1986 e le successive sono tali e tante da scoraggiare praticamente chiunque a buttarsi nella mischia dell’elaborazione.

L’occasione di fare qualcosa è venuta, da parte mia, qualche anno fa, quando ho trovato un rottame malamente montato di una NXR Tamiya, da cui sono potuto partire con poca spesa sicuro del fatto che, in caso di (possibilissimi) errori, non avrei buttato 80-100€ di kit “storico” nel cestino.

Cosa è stato fatto?

È stato costruito il disco del freno posteriore con tanto di pinza, cavo, e carenatura inferiore del disco con plasticard e qualche aiuto dalla proverbiale cassetta dei rimasugli, la carenatura e il cupolino sono stati rifatti pressoché da zero, con una dose di plasticard, putty e imprecazioni non da poco, così come il parafango dietro, la cassetta dei ferri, il paramotore (altra cosa difficilissima) e lo scarico.

La carenatura del disco anteriore è stata profondamente modificata a sua volta, ed in generale l’impazzimento è stato bello sentito.

La livrea, la Honda France del 1987, è stata fatta a mano lavorando di pennello, ed il risultato è qui da vedere: mancherebbe un paramano (che mancava nel rottame) e mancherebbero le decals, che sto iniziando a disegnare.

Bella? Brutta? Giudichino lorsignori, a Cyril Neveu stesso, quando gliela sottoposi al Trophée des Nations Vintage 2018, piacque non poco, quindi direi che tutto sommato possa andare.

Andrebbe solo chiusa, dopo anni ed anni di attesa.

Non easy, ma comunque modelling, e sempre nel segno del relax e della passione.

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