Cinesi e cineserie

di Riccardo Fontana

Forse uno dei primi esempi di macro-delegazione delle attività produttive riguardanti uno specifico settore verso l’estremo oriente – e nella fattispecie verso la Cina – è proprio quello dell’automodellismo: oggigiorno la quasi totalità di ciò che (giocoforza) acquistiamo viene ingegnerizzata e prodotta in Cina, e naturalmente non parliamo solo di giocattoli o di modelli low-cost, ma anche di produzioni blasonate o blasonatissime, e soprattutto costosissime, la cui concezione – al netto di pochi e selezionati martir… ehm, capiprogetto occidentali incaricati di sovrintendere alle attività svolte in Cina – è ormai completamente delegata ai service orientali, con annessi e connessi del caso.

Paul Lang non ebbe una brutta idea quando partì lungo la Via della Seta con l’idea di creare i Minichamps in die-cast (i Minichamps come kit in metallo bianco esistevano già, ma questo è un fatto che non in molti ricordano, e su cui forse varrebbe la pena di tornare più in là), perché a fronte di costi di produzione all’epoca ridicoli aveva trovato l’uovo di Colombo in grado di produrre modelli molto dettagliati e fedeli, capaci di non fare rimpiangere troppo gli speciali.

Effettivamente, tra un Minichamps degli albori ed anche solo un Vitesse c’era qualitativamente un abisso, ma la cosa più importante – che poi è quella che ancora oggi rappresenta la chiave del successo di Spark – è la possibilità di allineare ottimi modelli già pronti, senza cioè doversi perdere nello stoccaggio e nel montaggio di una miriade di kit della provenienza più disparata.

Tutto bello, quindi? Ottimi modelli a prezzo corretto e tutti felici e contenti?

Ehm, no.

No, perché voi, o cari ed affezionati lettori, non avete idea di cosa ci sia a monte della creazione di quei modelli che correte ad acquistare in negozio quasi si trattasse di preziosissimi ed irripetibili Graal modellistici.

I cosiddetti “service cinesi”, entità oscure e misteriose sulla cui reale conformazione e composizione vige lo stesso alone di mistero che aleggia sulla sorte di certuni gerarchi nazisti espatriati in Sudamerica, lasciati a loro stessi creano dei mostri: la cultura cinese è estremamente differente da quella europea, e certamente addentrandoci nella cultura automobilistica in senso lato le cose non migliorano, anzi.

Ad operare come capiprogetto di concerto con questa gente si tende a perdere completamente la testa, tale e tanta è la mole di errori stupidi – che mai nessun medio appassionato di auto nostrano compirebbe – che si trovano nascosti un po’ ovunque nelle loro realizzazioni: ci si trova a vagliare cerchi O.Z. con otto bulloni, assetti con gomme sporgenti di centimetri dai passaruota, ed altre amenità del genere, fino a terminare in gloria con errori epici tipo la riproduzione del vano batterie (chiuso) di un automodello Pocher che era stato – magari – inviato come immagine di spunto per la riproduzione di un fondino.

In poche parole, abbiamo a che fare con gente che non ha la benché minima percezione né dell’automobile in quanto tale né dell’automodello e delle caratteristiche che deve avere (vi ricordate l’occhio della Mebetoys malamente copiato sul fondino della Dino made in Hong Kong comparsa su PLIT qualche giorno fa? Ecco, il vizio non se lo sono mai levati).

Quindi, applaudite a scena aperta i vari Luigi Reni, Jean-Pierre Viranet (fuggito in Francia per la disperazione) e molti e molti altri che non è il caso di nominare, perché è tutta gente che per cercare di “far quadrare” i modelli ne perde – come a volte ne ha perso tragicamente, vedi Luigi Reni – in salute.

Per quanto riguarda l’economicità della produzione, siamo poi veramente così sicuri che la formula cinese sia ancora quella vincente? I tempi sono cambiati, e con l’incremento del costo dei trasporti (alla voce container soprattutto) nonché con il miglioramento delle condizioni di vita e dei salari cinesi, i costi di produzione – o anche solo di prototipazione – crescono sempre più, arrivando spesso ad essere decisamente importanti.

Morale della favola, ci siamo impoveriti per pagare tanto quanto – se non più – dei nostri vecchi modelli occidentali della robaccia senz’anima, che al più l’anima la toglie a chi la segue, uccidendolo lentamente: le maestranze cinesi sono abilissime nel montaggio e nella rifinitura dei modelli, e comunque hanno delle capacità tecnico-realizzative che definire ottime sarebbe riduttivo, ma a livello interpretativo, dove cioè si necessita della conoscenza storica per evitare di incappare nei più banali e stupidi (ma fastidiosi) degli errori, sono terribilmente e tragicamente carenti, mostrando un bisogno a tratti vitale di qualcuno che li conduca sulla retta via.

Ovviamente, questa sarà la stessa identica fine che faranno, e in parte stanno già facendo, tutte le altre attività produttive coinvolte nella diaspora industriale verso il cosiddetto “nuovo mondo”: gli industriali ci guadagnano in modo estremamente miope, e i compratori ed i (non più) lavoratori se la prendono laggiù da basso.

È probabilmente ormai troppo tardi per cambiare questo modo di pensare, ormai ampiamente acquisito da oltre trent’anni di immobilismo ideologico: neppure la crisi del covid e quella ucraina hanno saputo e potuto scuotere determinate coscienze, conducendole verso ragionamenti che, comunque, per essere intrapresi necessitano di determinata finezza e sensibilità, che sicuramente esula da quella del mero industriale che produce automodelli con lo stesso trasporto con cui potrebbe, ipoteticamente, produrre infissi da bagno.

O copie low-cost di vasi ming, appunto.

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