Modelli o simulacri?

Prendendomi la mia dose di acqua sulle alture del Forez (famose per il rally e il circuito dei tempi che furono) riflettevo un po’ dopo la borsa di Brignais, l’altra domenica. Da solo in macchina, la mente andava all’ennesimo bell’avvenimento della Francia provinciale – e le borse del lionese, così come quelle d’Alsazia o di Orléans, sono particolarmente ricche, anche quelle classificate come “medie”.

Fra i più bei pezzi a Brignais vi era un’Alpine A310 della Mont Blanc, di quei modelli in grande scala, a volte a frizione, altre volte filoguidati. L’avevo ammirata a lungo, in fondo a uno dei due saloni della borsa, apprezzandone la fedeltà delle linee e il generale realismo. In quel vecchio giocattolo, con tutti i limiti dei vecchi giocattoli, ravvisavo la scintilla dell’auto vera. “In una vetrina insieme a un dépliant d’epoca ci starebbe benissimo”. E molti dei visitatori che si fermavano ad ammirarla per diversi minuti, commentandone le caratteristiche col venditore dovevano pensarla come me. Pochi dettagli e un interno serigrafato, colorato e fantasioso ma anche realistico, con la valigia scozzese nel bagagliaio a ravvivare il tutto. Le gomme ancora morbide con la scritta Michelin; i fari traslucidi, la finezza dei montanti e delle prese d’aria.

Ci ho riflettuto. Dietro quel modello, principalmente destinato ai bambini (ma se ne vedevano anche nelle concessionarie e c’erano adulti che le acquistavano per sé, non per figli e nipoti, me lo ricordo bene) si nasconde il lavoro di prototipisti coi fiocchi. Gli stessi che facevano uscire i modelli Solido nello stesso periodo. Molto spesso artisti che avevano un’attività di scultori, oltre che di modellisti professionali. Lavoravano sui disegni originali, certamente. Ma il risultato finale era anche frutto della loro interpretazione, della loro visione generale dell’oggetto. Stava a loro catturare quelle due, tre o quattro linee fondamentali per non “perdere” l’auto quando sarebbe stata ridotta in scala. Un lavoro, dunque, creativo, non solo dal punto di vista tecnico e manuale ma anche intellettuale: ogni auto del passato (quelle di oggi no perché sono ormai degli squallidi elettrodomestici privi di personalità) avevano degli stilemi che le rendevano riconoscibili al primo colpo. Se in una riproduzione sbagliavi quelli, ossia se li esageravi o al contrario li sottovalutavi, ne usciva un modello caricaturale e non è che nel passato questo non sia mai successo, anzi. La storia è piena di modelli brutti quando non grotteschi, ma i casi di eccellenza sono rimasti stampati nella memoria di generazioni di collezionisti.

E quindi, che fascino quell’Alpine A310 in plastica, così come tanti modelli simili che alla borsa di Brignais non mancavano. Oggi in quelle scale – 1:18 per generalizzare – hai i Laudoracing, gli OttOmobile, i GT-Spirit e in diecast i Solido, i Norev e decine di marche e sottomarche che stanno facendo praticamente tutto, dalla Fiat Uno alla Ferrari F40, dall’Ape alla Porsche di Formula Indy. Con quali esiti? Non amo l’1:18 e non vi sto a spiegare il perché; ma il risultato della maggior parte di questi sforzi titanici, in questo instancabile via vai di container dalla Cina è una massa enorme di modelli più o meno buoni, che sembrano buoni a distanza e che se li guardi da vicino hanno una marea di errori, anche gravi. Non sto parlando tanto di chi ha service in loco (i già citati Laudo o il gruppo Solido sviluppano i modelli internamente, spedendo poi i file fuori dalla Francia solo per la produzione) quanto di chi, per varie ragioni, fa sviluppare la produzione a distanza, nella pia illusione di poter seguire tutto nel migliore dei modi. Dalle foto inviate, da tutta la documentazione, per quanto accurata, nasceranno quando andrà bene modelli senz’anima. Magari apparentemente corretti ma intrinsecamente sbagliati. Questo per vari motivi: primo perché i service cinesi lavorano all’insegna del far presto, passando con disinvoltura dal prodotto per collezionisti al bicchiere di plastica; il loro obiettivo è quello di produrre, produrre, produrre e non vogliono – o non possono – capire che per un collezionista uno o due millimetri possono fare un mondo di differenza; in secondo luogo, proprio perché delle auto vere non hanno alcuna conoscenza, non sono in grado di dare un’impronta emozionale al modello. Può farlo, molto parzialmente e per interposta persona, il povero capo-progetto che sta in Italia, in Francia o in Germania, ma si capirà con quali risultati limitati e sempre insoddisfacenti. Alla fine di una sequela atroce di errori, ci si avvicinerà in qualche modo a un qualcosa di decente e per esasperazione i responsabili del marchio approveranno la produzione con la morte nel cuore ma incontrando per le scale il coniglio che gli urla “è tardi, è tardi!”

E anche in presenza di modelli sviluppati da qualcuno che ne capisce, il risultato sarà spesso piatto e poco emozionante, anche se clinicamente ottimo, se si eccettuano certi orrendi compromessi comuni un po’ a tutti – bravi e meno bravi – come le modanature o i deflettori plotterati anche su modelli in 1:12, che sono ignobili su un 1:43, figuriamoci su un modello grande. Il motivo è legato a esigenze produttive di vario tipo, che portano inevitabilmente verso la banalità e l’omologazione tecnica ed esecutiva, anche nel caso di modelli “nati” qui. Tanto per fare un esempio, numerosi “esecutori” cinesi ragionano, come colori, con la sola mazzetta RAL K5, che com’è noto comprende una scelta tutto sommato limitata di tonalità, con conseguenze facilmente immaginabili in termini di diversificazione e ricchezza.

Però questa roba si vende e quotidianamente viene spedita dai siti mainstream per essere stipata in vetrine, scaffali, armadi, camere da letto e sottoscala. Le abitazioni diventano sempre più piccole e i modelli sempre più grandi. Una specie di paradosso. Si vende, questa specie di ciarpame di lusso, perché la maggior parte di ciò che esce da quei laboratori sembra buono. Come succede con le rosticcerie cinesi che hanno cinquanta o sessanta piatti diversi. Buttano dentro e producono. Hai tutto e subito, arriva tutto ciò che hai ordinato, anche ciò che sembrava complicato. La forza della cottura ha ragione dell’indocilità della materia. Ma quando, dopo cinque minuti, il piatto si fredda diventa indigesto. La produzione di massa e pseudo alto di gamma cinese ha dato l’illusione di vincere il tempo, di aver ragione sul lavorio faticoso e sapiente dell’artigiano (di certi artigiani, d’accordo). Ha creato l’illusione dell’onnipotenza collezionistica sostituendo il modello con la sua sottospecie, il simulacro.

2 pensieri riguardo “Modelli o simulacri?

  1. Lo scorso anno, proprio di questi tempi, mi è venuto a trovare un amico dalla Spagna.

    La moglie aveva un ciclo di conferenze all’università di Palermo e questo amico ne ha approfittato per venirmi a trovare e conoscere la città.

    Ci unisce la passione per il Motorsport e per gli automodelli.

    Mentre eravamo impegnati con una bella spremuta di arance, proprio ai piedi del santuario dedicato a Santa Rosalia, ci siamo trovati a chiacchierare di Rico, un’azienda spagnola dei bei tempi che furono, nota per i suoi modelli radio e filoguidati di grandissima qualità.

    Se non ricordo male se n’è parlato anche qui sul blog.

    La cosa meravigliosa di questi modelli non erano tanto gli effetti di cui erano dotati (luci che si accendevano, clacson funzionanti, rombo del motore), quanto la qualità delle plastiche utilizzate (tanto che quei modelli che si trovano oggi alle borse sembrano appena usciti di fabbrica) e, soprattutto, la grandissima precisione delle linee, catturate con grande realismo.

    Sicuramente qui in Europa c’è ancora tantissima gente in grado di realizzare simili lavori, sia manualmente che in 3D, ma contro un’offerta tanto più economica non c’è partita.

    Alfonso Marchetta

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    1. Che emozione i Paya, i Rico, quella produzione spagnola che io adoro. E, appunto, la precisione delle linee, e non puoi non pensare anche ai modelli nostrani (Rivarossi-Pocher) che dal punto di vista della prototipazione sono degli autentici capolavori.

      Per il momento i costi di produzione cinesi non sono comparabili alla maggior parte delle offerte occidentali. Però: quando un modello, a causa dell’incompetenza (e gli faccio un complimento) di un service cinese resta in ballo per tre o quattro anni, magari col rischio che a qualcun altro venga la stessa idea, e anche col rischio che cambino i gusti di un pubblico sempre volubile, siamo sicuri che il gioco valga sempre la candela?

      Ormai un Trofeu fatto in Portogallo costa quasi come uno Spark. Giusto per fare un esempio, anche se è un caso un po’ limite, vista anche l’ “occidentalità” di Spark, che ricorda tanto gli Starter e i Provence Moulage dell’epoca d’oro del kit.

      Ma tornando all’1:18 “truzzo”, i prezzi sono spesso anche fuori mercato perché si trovano dei modelli a 220-230 euro che non valgono un OttOmobile, che per lo meno pratica prezzi competitivi e sinceramente non so come facciano. La sfida in questo campo è all’arma bianca. C’è una concorrenza e una cattiveria di cui solo chi ha lavorato nell’ambiente può rendersi del tutto conto.

      E come recita quel buon vecchio proverbio – “il macellaio non mangia salsicce” – io da questa roba che considero tossica mi tengo ben alla larga.

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