Ho sempre pensato che nelle coppe europee si debba parteggiare per le squadre italiane in generale, a prescindere dalla propria fede o dalla propria simpatia calcistica. Tale convinzione risale ai tempi in cui da ragazzino mi sdraiavo sulla moquette di camera mia ad ascoltare i mercoledì di coppa su Radio2, magari continuando anche dopo mezzanotte cercando di intercettare le partite – quelle portoghesi per esempio – che erano iniziate alle 21 e oltre.
Con la vittoria dell’Atalanta in Europa League contro il Bayer Leverkusen si è chiuso un cerchio. Non solo per quanto riguarda Gasperini e la sua eccezionale squadra, meritevole finalmente di un titolo dopo tanti successi “di tappa”, ma anche per qualcosa di più antico, una storia che si era interrotta nel lontano 1988 e che continuava a lasciare un sapore di incompiuto, quel sapore amaro delle occasioni sfiorate e non colte.
Ancora oggi, quando si parla di Atalanta, penso a quella squadra allenata da Emiliano Mondonico che arrivò a sfiorare la finale di Coppa delle Coppe nella stagione 1987/88. Nel 1986/87, l’Atalanta disputò un campionato disastroso che l’avrebbe portata in Serie B, ma arrivò fino in finale di Coppa Italia, perdendo sia all’andata sia al ritorno col Napoli. Accadde però che il Napoli, campione d’Italia, ebbe diritto alla Coppa dei Campioni, lasciando all’Atalanta il posto in Coppa delle Coppe, probabilmente la più stramba e pittoresca delle tre competizioni europee, quella dove finivano le vincitrici delle coppe nazionali. A edizioni abbastanza abbordabili si alternavano anni assolutamente proibitivi, con magari cinque o sei squadre diventate fortissime e in testa ai loro campionati. Come d’abitudine, un ruolo lo giocava anche la semplice fortuna, con dei sorteggi a volte assolutamente crudeli. All’inizio l’Atalanta, in Serie B, sembrava destinata a fare la figura dell’allegra brigata in gita premio, e invece le cose andarono diversamente.
Di quella stagione, vide la Dea arrivare in semifinale contro il Malines (che poi vinse in finale contro l’Ajax) molti ricordano la sorpresa di trovare ogni turno l’Atalanta, data per morta e invece sempre presente nella schiera di squadre sopravvissute che si dimezzava di mese in mese. Con tanto di sfide ai limiti dell’improbabile come quel primo turno giocato a settembre contro il Merthyr Tydfil, squadra gallese, in un campo strettissimo perso fra i cottage con gli spettatori che si divertivano a lanciare dalle loro precarie tribunette rotoli di carta igienica.
Poi gli ottavi a Creta contro l’Ofi e i quarti con lo Sporting Lisbona: il gioco si faceva più serio e l’Atalanta restava in piedi. Strömberg, Prandelli, Progna, Garlini, Incocciati erano fra gli attori di un film che teneva la gente incollata alla tv. Arrivò la semifinale con i belgi del Malines, società sconosciuta quasi a tutti ma non a me che l’avevo fra le squadre del Subbuteo, smagliante nel suo giallo-rosso.

Dopo la prima semifinale persa per 2-1 in Belgio, l’Atalanta pareva potersela giocare a Bergamo. La domenica successiva la squadra di Mondonico strapazzò in Serie B l’Arezzo (3-1) e al nostro quotidiano La Nazione non restò che titolare così il resoconto della partita: “Arezzo, ma questa è Europa”. Fu un titolo che mi rimase stampato nella memoria perché raccontava di come ci si potesse staccare da certe dimensioni deprimenti e provinciali senza accontentarsi di viaggiare solo con la fantasia. Aveva molto di simbolico, quel titolo.
La telecronaca del ritorno, Atalanta-Malines a Bergamo, la fece Bruno Pizzul. Mia mamma mi chiese: “Ma gioca l’Italia stasera?”. La portata dell’evento era così ampia che molti profani pensavano che c’entrasse la nazionale. L’Atalanta andò in vantaggio, segnò Garlini su rigore; vigeva la regola dei gol segnati in trasferta e quindi la qualificazione era in mano ai nerazzurri. Giocava bene, la squadra di Mondonico, veloce e precisa. “Grande, Atalanta!”, si lasciò scappare a un certo punto Pizzul. Però il Malines non si perse d’animo, pareggiò e vinse ancora 2-1. Fine del sogno. Le italiane in coppa avrebbero vissuto un periodo d’oro, ma l’Atalanta la sua occasione l’aveva perduta.
La vittoria di ieri in Europa League ha avuto quindi un sapore particolare. E quell’impresa di 36 anni fa acquista per chi è tifoso e per chi semplicemente ama le belle storie una luce più brillante, dando un senso compiuto alla ruota che gira. Congratulazioni Atalanta. Ieri abbiamo tifato tutti per la Dea.

Complimenti ottimo scritto, quei colori riesco a sopportarli solo se sventolano a Bergamo!
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Sopra ogni cosa, complimenti per la memoria, io a fatica ricordo la formazione della nazionale ai mondiali del ’82 o quella dei mondiali del ’06.
Ricordo, quello si, il mercoledì di coppe, con tutte quelle squadre dai nomi esotici, che poi ritrovavi nel catalogo Subbuteo.
È passata qualche primavera…
Per assecondare la macchina delle scommesse, attualmente si gioca ogni giorno, senza soluzione di continuità, a parte le coppe che sono spalmate su tre giorni, ci sono gli anticipi e i posticipi di campionato, che creano tanta confusione, che si non riesce più a distinguere uno dall’altro.
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