La 24 Ore del Nürburgring è forse (anzi, senza forse) l’ultima gara veramente selvatica che esista. Forse la 24 Ore di Bathurst o la 12 Ore di Sebring possono essere paragonate all’evento dell’Eifel in termini di genuinità e di vicinanza al passato per un certo stile ancora molto diretto. Ormai una 24 Ore di Le Mans o una 24 Ore di Spa sono lontane da quello spirito terrigno e immediato che caratterizza la gara del Nürburgring. Prima di tutto per l’intera area: se bonificare e rendere asettico un circuito come Le Mans o Spa è difficile ma non impossibile, pensare di rendere compatibile con gli “standard” di sicurezza e vivibilità che oggi pensiamo essere generalmente irrinunciabili significherebbe uccidere la gara e questo sia gli organizzatori sia i politici della provincia lo sanno bene. Del resto la 24 Ore del Nürburgring è così e il suo fascino sta proprio nella sua unicità. Oltre duecentomila spettatori restano accampati lungo il circuito per una settimana. La sera, per le strade che uniscono i vari accessi si creano ingorghi pazzeschi; la pioggia, poi, evento per nulla raro (anzi…) quando ci si mette, trasforma tratturi e aree di campeggio in colossali acquitrini in cui affondano migliaia di bottiglie di birra vuote. E poi riescono pure a pulire tutto in qualche giorno subito dopo la gara. In altri posti, tutto diventerebbe una terrificante discarica destinata a perpetuarsi nei secoli. Ogni tratto di pista ha da anni la sua gente, i suoi personaggi, i suoi slogan e le sue tradizioni. E se ti vedono passare carico di macchine fotografiche e di obiettivi, una Bitburger Pils te l’allungano di sicuro.




















