Il fatto che viviamo un’epoca d’oro dell’endurance mi pare fuori discussione. La qualità dei partecipanti e lo straordinario interesse tecnico giustifica quindi la partecipazione di un visitatore alla 24 Ore di Le Mans di quest’anno. E andare a Le Mans è sempre un’ottima idea; lo era in anni molto, ma molto più poveri dal punto di vista agonistico, figuriamoci oggi che praticamente tutti i maggiori costruttori sono in ballo, sia in Hypercar, sia in GT. Al di là di questo, oltre allo straordinario interesse della corsa (cosa principale, d’accordo), il visitatore medio si troverà davanti ben poco contorno.
La tendenza di questi ultimi anni è dunque pienamente confermata: il villaggio di Le Mans è sempre vivace e pieno di gente ma stringi stringi offre davvero ben poco. A livello modellistico, come sempre domina Spark, con attorno i vari punti vendita di costruttori, team e sponsor vari, che propongono cose già viste, peraltro anch’esse prodotte da… Spark. Un paio di negozi dietro le tribune sono strapieni di 1:18 e 1:43 del cosiddetto mainstream.
Da quei binari, a Le Mans, non si esce. Libri, zero. Documentazione varia, foto, memorabilia: zero. Resta la solita squallida oggettistica per maniaci sognatori, come le sempiterne magliette da benzinaio o i cappellini di varie livree e ispirazioni.
I piccoli venditori si sono stufati da tempo e i “grandi” continuano per la loro strada, restando sempre uguali a se stessi, anzi peggiorando visto che nessuno fa loro concorrenza. E non c’è neanche troppo verso di consolarsi col cibo, di bassa qualità, banale e carissimo. Noi media ci salviamo fra la pista, le hospitality e la sala stampa ma a volte non sarebbe male mettersi nei panni di gente che magari arriva da lontano investendo cifre notevoli per un viaggio che alla fine – forse (forse, eh) – ti dà meno di quanto promette. Sono a volte sensazioni, ma delle sensazioni bisogna fidarsi.


































