di Riccardo Fontana
Oggi parliamo del fenomeno collezionistico del momento, un mostro a tre teste, noto come scala 1:18.
Ecco, la scala 1:18, il vero rullo compressore di successi produttivi dei nostri tempi, cui nulla sembra precluso, pronta ad impossessarsi delle credenze di miocugginoh e delle mensole di zio Cataldo con un’alacre aggressività che non teme confronti storici.
Ma come si sviluppa la scala 1:18? E, soprattutto, come ha fatto a diventare l’edera gigante1 in grado di fagocitare gran parte degli spazi di tutti i (pochi) negozi fisici ancora superstiti, figlia com’è di una fame che non sembra conoscere limiti?
In teoria dovremmo partire parlando degli Stati Uniti e della sua lunga tradizione di modelli semi-giocattoleschi ma molto colorati a tema hot rod o muscle cars che da ben oltre mezzo secolo costituisce – assieme agli Hot Wheels – l’unico barlume di legame tra il nuovo ed il vecchio mondo in tema di modellismo in scala, ma data la carenza di tempo direi che questa parte si possa così liquidare e saltare a piè pari, per concentrarci invece sugli anni ’80 e ’90, che sono stati il vero crocevia per la parte di storia che più ci interessa, e che meglio spiega l’andamento odierno delle cose.
In primis fu la Burago, che negli anni ’80 iniziò a produrre modelli in scala 1:18 di decorosa fattura, ottenendo subito un buon successo: economici, ragionevolmente fedeli e riguardanti soggetti interessanti, i Burago sembravano destinati ad un bel futuro, ed infatti lo furono, costituendo una delle colonne portanti della produzione di Molgora fino alla chiusura ad inizio anni 2000 dello storico marchio brianzolo.
In secondo luogo fu – indovinate un po’? – la Cina, che ad inizio anni ’90 invase i supermercati con riproduzioni di ottima qualità apparente – in effetti decisamente superiore a quanto proposto da Burago – e spesso anche da Solido, che si era a sua volta buttata a pesce sulla novità del momento, posizionandosi comunque in una fascia di mercato leggermente più alta – a costo ridicolo, principalmente per mano di marchi come Yat Ming e Maisto2: ricordo delle Traction Avant 15 CV a meno di trentamila lire, ed anche delle Alfa Romeo Giulia Sprint GTA o delle Abarth 595 SS, cose che sembravano fantascienza all’epoca, e che per un bambino mostravano molti dei tratti tipici dell’irresistibilità.
Alcune riviste, come Quattroruotine, ci misero poi molto del loro nell’elevazione dignitaria di queste produzioni, i cui soggetti rimanevano comunque estremamente mainstream, legate cioè a soggetti di fama planetaria e sicuro successo, accompagnando il piatto a costi ridicoli – vera costante dei primordi dell’1:18 – utilizzo della tecnica die-cast, e realizzazione del maggior numero possibile di aperture, vero raggio traente di appetibilità assieme al “peso” dato dal materiale per il pubblico più generalista, sempre prontissimo ad etichettare a “plasticoni” i modelli pesanti meno di un mattone colmo di mercurio.
Si continuò così per un po’, finché nell’1:18 non iniziò a calarsi anche Minichamps, con l’ovvio aumento di costi che ciò ha comportato.
Da Minichamps a Mattel il passo fu breve, ed a questo punto le costanti diventarono due: soggetti mainstream e costi crescenti, apparentemente senza sosta e senza che ciò fosse giustificata da un pur apparente miglioramento qualitativo.
La terza costante non va nemmeno menzionata perché talmente scontata da apparire banale: la Cina.
Non che fosse di colpo diventato impossibile produrre in Italia o in Francia, fu solo presa di coscienza che le maestranze cinesi potevano offrire esattamente quello che chiedeva il mercato a prezzi irrisori, unito al fatto che il mercato sembrava prono a spendere cifre sempre maggiori per questi simpatici acchiappa-polvere di dubbia qualità ed incerti natali.
Da questo momento arriviamo – quasi senza accorgercene – ai giorni nostri, in cui siamo letteralmente inondati di riproduzioni in scala 1:18 di praticamente qualsiasi cosa dotata di quattro ruote che abbia calcato le strade del mondo, con poche o zero aperture (vi raccontano che sia per preservare la fedeltà delle linee, in realtà è solo per spendere ancora meno producendole e rivogarvelo nel diociliberi3 meglio, sappiate che chi sta a monte di queste produzioni è preoccupato di fornirvi buoni prodotti quanto un produttore di merendine può esserlo per il dilagare dell’obesità infantile).
Vediamo nascere marchi come funghi settimana dopo settimana, coi nomi più fantasiosi, ignorando il fatto che siano sempre i soliti due o tre service cinesi a prototipare e produrre tutto, e che alle spalle di queste produzioni ci sia la perdizione umana di un manipolo di specialisti europei che ogni giorno si svegliano col compito di spiegare a gente totalmente digiuna di automobilismo che no, le ruote rettangolari proprio non si possono fare.
Vediamo centinaia e centinaia di modelli di auto sempre più improbabili a costi esagerati, che in certi casi estremi rasentano quasi il costo delle auto reali sul mercato: ormai la soglia dei 300€ per degli 1:18 curbside in resina è stata raggiunta, e francamente non si vedono motivi per cui il fenomeno debba arrestarsi.
Già, o forse no, perché tutto sommato il mercato dell’1:18 potrebbe subire un crollo, e potrebbe subirlo non troppo in là nel tempo: i nemici di questo genere di prodotti del resto sono temibilissimi, e si chiamano spazio e budget.
Il budget è come detto un grosso problema, perché delle persone normali (ammesso che dei collezionisti di Arne, Yugo o Dune in scala 1:18 possano rientrare nella categoria) non possono permettersi l’esborso relativo all’acquisto di decine se non centinaia di modelli di questa fascia di prezzo, ma lo spazio rappresenta un’insidia ancora maggiore, perché l’accumulo di un gran numero di modelli di dimensioni così imponenti malissimo si concilia con delle abitazioni che non siano l’hangar di Pratica di Mare dove tenevano il DC-9 di Ustica.
Il tempo ci dirà come andrà, certo è forse che lato produzione le cose andrebbero valutate con un minimo più di accortezza: il rischio di trovarsi presto con un pugno di mosche, è veramente altissimo.
- Citazione da The return of the giant hogweed, ovvero Il ritorno dell’edera gigante che inghiotte tutto, un pezzo contenuto in Nursery Chryme, terzo disco da studio dei Genesis, 1971. ↩︎
- E l’arrivo sul mercato nel 1995 di Revell con la Mercedes 300 SE “Heckflosse” prodotta in Cina è ormai un episodio importante per la storia dell’automodellismo che meriterà di essere raccontata un giorno sul PLIT (nota di David). ↩︎
- Sinonimo caro al livornese Vernacoliere. ↩︎

da modellista/collezionista di 43 , ho sempre visto le altre scale con fastidio . Più volte ho provato c9n qualche 24 , ma con risultati veramente deludenti . Da tempo poi , la unica rivista di settore (…più alcuna notizia dalla primavera) , dedica sempre se non unico spazio al 18. Mj chiedo . Quante ne puoi avere di modelli , escludendo i nababbi che possono ded8care intere ali di ville , considerando che occupano lo stesso spazio di 6/8 modelli in 43 ? Mi sembra più rivolto a nicchiette da scrivanie o librerie che da modellisti .
dario
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Già la 1:24/1:25 ha delle origini più “nobili”, per così dire. E anche la 1:12, se la si considera la classica scala da pezzi eccezionali apribili (in primis Tamiya, ma anche i più moderni kit MFH), anche se di recente i produttori in 1:18 come Norev, Laudoracing, OttOmobile hanno cercato di cavalcare l’onda proponendo dei curbside in 1:12, col risultato di riprodurre in scala più grande un modello 1:18 senza aggiungere ulteriori dettagli. Per il resto, la 1:18 in generale resta la scala dei truzzi. Sono consapevole che sia un’opinione molto parziale e personale ma tant’è.
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🤣🤣🤣lo hai detto ti…. scala “INDECIFRABILE” dico io . Fattosta, cavalcata da quell’obbrobrio che è diventato ModellAuto
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Da ModelliAUTO mi sono chiamato fuori anch’io, per motivi che si possono immaginare.
La situazione dei rapporti tra redazione e collaboratori ormai credo la conoscano tutti…
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domanda . Ma esiste ancora Modelli Auto ?
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L’articolo, comunque, mi pare colga nel segno ed i due o tre tocchi di umorismo sono simpatici…
Io all’1/18 non mi sono praticamente mai avvicinato, esattamente per i due motivi citati da Riccardo, e tutt’ora mi chiedo come i collezionisti riescano a superare tali ostacoli…
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Dario, a me hanno detto che è uscito un nuovo numero, di recente, che però non ho trovato presso la mia edicola abituale…
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