Modelli sbagliati

Testo di Claudio Neri / foto e didascalie di David Tarallo

Ci fu un tempo in cui l’interpretazione delle linee di un modello era il problema principale, la cui più o meno brillante risoluzione da parte dei prototipisti determinava o meno la sua riuscita, ed il livello di dettaglio poco o nulla importava, anche perché la tecnologia non permetteva di spingersi più di tanto oltre sotto questo punto di vista.

Una linea di demarcazione si ebbe all’inizio degli anni ’70, quando case come Mercury e Politoys decisero di percorrere la strada delle riproduzioni-giocattolo mentre altri marchi come Solido o anche Dinky France puntavano con crescente decisione al mercato dei collezionisti, pur senza abbandonare il target del pubblico infantile. In questa immagine, due Porsche 908/3 e una 917K di Mercury

I modellisti, che tralasciando i vari Michele Conti, Carlo Brianza, Manuel Olive Sans (e mi scusino tutti gli altri) erano i prototipisti in forza agli uffici tecnici di marchi come Solido, Mercury, Norev, Corgi e Dinky Toys, avevano un’idea abbastanza precisa di come un mezzo di trasporto andasse in primis “assimilato” e fatto proprio, e poi reso in scala: di fatto – ed esistono trattati scritti proprio da alcuni di loro sull’argomento – paradossalmente certe forme andavano “sbagliate” per rendere l’anima del modello.

Come “sbagliate”? Sbagliate, esattamente: la riduzione in scala comporta tutta una serie di arrotondamenti numerici sulle misure che già di per loro rendono impreciso un modello, ma quel che più conta è che le forme stesse di un’auto devono essere ora leggermente esasperate e ora leggermente smussate per rendere appieno la sua fisicità in scala ridotta.

Caso clamoroso ed iper-inflazionato e risaputo: è più Ferrari 250 GTO/62 quella di André Marie Ruf o la Box di metà anni ’80?

Ovviamente chiunque risponderà l’AMR, peccato che quella dimensionalmente più precisa sia la Box, mentre l’AMR guardando al numero e basta sembrerebbe un fumetto, da quanto è per così dire fuori bolla.1

Un classico: la GTO 62 di AMR. Questa è la versione factory built montata da Magnette in 350 esemplari dal 1981 per un anno circa, ultimo modello commercializzato nelle scatole piccole, che erano quelle della 917/20 Pink Pig, i cui riferimenti vennero coperti dalle etichette adesive bianche scritte a mano da Ruf

Però è stata molto ben interpretata da un vero artista della riduzione in scala, e questo ne ha fatto e ne farà per sempre la GTO in scala 1:43 per antonomasia.

C’è poi stato un momento in cui la bravura ed il senso interpretativo hanno incontrato la tecnologia, ed è stato il momento – verso la metà degli anni ’90 – in cui si credette che i modelli sbagliati fossero ormai niente più che un pallido ricordo, relegato ad un passato ormai lontano.

O forse no?

Ebbene no, perché negli ultimi anni, complice l’invasione di “opere” delegate in toto ai service dell’estremo oriente sono tornati ad esserci – non sui banchi fisici dei negozi ma su aride pagine online – modelli completamente sbagliati, non solo a livello numerico ma anche a livello visivo, con ruote totalmente sproporzionate (ecco, per qualche strana ragione incomprensibile ma vera, le ruote sono probabilmente il dettaglio su cui l’occhio cade maggiormente nella prima visione d’insieme di un modello) e linee errate sotto ogni punto di vista.

Come mai questo accade? Semplicemente, per due ordini di motivi, il primo legato alla fretta di produrre sempre di più per non si sa poi bene chi, ed il secondo – più importante – dovuto neanche tanto all’incompetenza in sé delle maestranze orientali, quanto alla loro mancanza di passione per l’automobilismo.

La passione per l’automobilismo, avendola, si porta dietro due conseguenze dirette, che sono la competenza e la capacità di assimilazione, ed è questa la ragione per la quale un Ruf o un Barnini pur a volte sbagliando nell’interpretazione ottenevano risultati gradevoli, mentre sul versante cinese nascono spesso e volentieri dei mostri: è la differenza tra il fare il Cuneo di Merzario del Mugello con Autosprint aperto sulle gambe, ed il farlo dopo essersi dedicati – con il medesimo entusiasmo e trasporto – alla modellazione di un vaso da notte.

Onestamente, non crediamo che chicchessia compri modelli da oltre 100€ senza conoscere storie e vicende legate all’auto vera ed ai suoi eventuali piloti, perché qualcuno dovrebbe farlo? Ci sono molti modi migliori per ostentare il proprio potere d’acquisto, ed in ogni caso comprare palate di modelli di un certo tipo non dà né la patente da esperto di mercato, né la verità in tasca, ognuno fa le sue valutazioni, e comprare determinati prodotti in modo acritico denota più che altro incompetenza, per non dire altro.

Il collezionismo è una delle cose più spinte dalla passione che ci siano, quindi la competenza è d’uopo: se ci fosse il modellino di un WC incrostato in scala 1:43 proposto a 100€ perché dovrei comprarlo? Solo per poi fotografarmi con espressione beffarda e farmi fare i “complimenti” da qualcuno?

Il grosso delle persone, che sono un attimo più sensate nelle valutazioni, decide secondo altri criteri.

Chi vivrà vedrà.

Foto di apertura, uno dei primi master realizzati da André-Marie Ruf, la Jaguar XJ12, uscita nel 1976. Fu il secondo AMR factory built dopo la Porsche Carrera Turbo Le Mans 1974. Il modello, che vinse il primo premio degli Oscar Minis 1976, fu il risultato di un lungo processo di “visualizzazione” e trasposizione da parte di Ruf, che non deliberava mai un prototipo finché non ne aveva del tutto assimilato le forme.

  1. Nota di David Tarallo. Si veda però qui: https://pitlaneitalia.com/2013/03/08/sette-vite-come-i-gatti-in-realta-siamo-ancora-a-tre-ferrari-250-gto-1962-di-brumm/ ↩︎

Una opinione su "Modelli sbagliati"

  1. Invece, mi sembra che qui acquista quelli modelli orrendi a 100 euro e via, o in un altro registro, chi acquista serialmente tutte le miniature edicolose (non sapendo distinguere le buone delle cattive) in 1/43 e in 1/24, di storia automobilistica non capisca proprio niente. Peggio, non vuole neanche saperne e un libro, probabilmente non lo hanno mai aperto. La malattia affetta giovani e vecchi. La ricerca sono 5 minuti su google e poi sono capaci di rovinarsi la testa per un alettone storto in un die-cast di trenta euro senza capire che il colore dello stesso ‘e assolutamente sbagliato. Se l’acquisto di una miniatura dovrebbe essere emozionale (che non vuole dire impulsivo), dovrebbe anche aver alcuna base su una conoscenza della storia della vettura reale e dei modellini che ha originato per essere gustato più ampiamente. Una cosa maturata nel tempo, con base su un cumulare di conoscenze libresche (cosa che mi fa ricordare l’abbinamento di questo blog tra modellini e libri), di esperienza vissuta ma anche digitale: quanti non si sono innamorati delle vetture giapponese e scoperto nuovi mondi dopo Gran Turismo. Ma, in ogni caso, sempre qualcosa di maturato.

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