Un 8 dicembre urbano

A intervalli abbastanza regolari fotografo le città – soprattutto Firenze – in giorni normali. E’ una sorta di street photography che in vari decenni mi ha portato ritratti di posti che cambiano, di altri che restano sempre uguali a se stessi, di altri che si nascondono per non farsi rimproverare qualcosa che loro sanno bene.

Firenze si adatta e i segni delle stagioni sono evidenti in un centro forse ormai disegnato solo per i turisti ma per chi sa riconoscere le tracce del passato – quello personale perché quello artistico fortunatamente è sempre lì – offre la possibilità di percorsi in cui finalmente sei a tu per tu con la città e la città, se la sai ascoltare, ti parla.

Il girovagare tra periferia a ridosso del centro e parte storica può portare lontano, molto lontano. I ricordi si snodano e ti rivedi chissà quanti anni fa, alle prese con altre epoche e ben altri problemi. Ma questo ai lettori non interessa.

Al di là di tutto, fotografare un po’ casualmente un luogo – e una città si presta in modo particolare all’esercizio – contribuisce a stabilire nuovi rapporti con strade, piazze, edifici che troppe volte si danno per scontati.

Forse, paradossalmente, una volta lo facevano anche di più, con i rullini da 36 pose o con le diapositive. Oggi era una domenica un po’ da anni ’70 e come ho fatto chissà quante altre volte mi sono messo anche a fotografare gli autobus, immaginando che uno di questi scatti finirà, magari fra trenta o quarant’anni, in un libro dedicato al trasporto urbano fiorentino.

Uno ride, ma è proprio così che di certi aspetti della società e della vita quotidiana di un posto abbiamo una documentazione, seppur frammentaria. Chi ha fotografato i Fiat o gli Aerfer che passavano da Santa Maria Novella negli anni ’70 o nei primi ’80 aveva forse in mente una piccola missione. Tanto piccola da parere invisibile. E se c’è gente che passa, se ci sono auto, biciclette, motorini, taxi e così via, anche meglio. Quel momento è fissato in una memora ancora fresca ma destinata forse a parlare quando sarà tempo.

E per deformazione professionale ci mancherebbe che tutto questo non si annodasse con qualche considerazione automobilistica o modellistica. Stavolta, arrivando da Via Ponte alle Mosse, ho attraversato la Porta al Prato e sono arrivato alla famosa Rotonda, sede storica dell’omonimo concessionario Ferrari e poi Mercedes, trasferitosi all’Osmannoro per poi chiudere definitivamente.

“Anno l’era meglio”. I fiorentini che criticano anche il buon Dio, troveranno ovviamente che l’albero di fronte al Duomo sia peggiorato. Ma in fondo sono contenti. Chi non è nato qui vede una contraddizione e invece è pura filosofia popolare

Lì vicino c’era anche un colorificio dove negli anni ’80 andavo a comprare le bombolette Dupli Color. Quei cappucci con stampigliati i nomi fantasiosi dati dai costruttori, con due coppie di lettere e numeretti erano la promessa del compimento di un kit, ancora grezzo e inanimato, protetto da elastico e gommapiuma. Ormai la Firenze modellistica è ridotta a poco più che un fantasma ma qualcosa tutto sommato sopravvive, come quelli di Hobbitalia 2 in Via degli Artisti, Dreoni in Via Cavour o un punto abbastanza nuovo, Redis Model in Via Ponte alle Mosse. Ricordi d’infanzia e di adolescenza perché quella della zona Piazza Puccini – San Jacopino era la mia, ed è impossibile disgiungere queste strade dalla suggestione delle attese: i pacchetti di Tron o della Progetto K che si materializzavano un bel giorno dal mio rientro da scuola, con dentro qualche kit Starter o un paio di Verem. Sono relitti di un passato che non torna ma che continua a far sentire la propria presenza come ogni fantasma che si rispetti. Altrove, come a Parigi e in parte a Londra, certe cose puoi ancora viverle concretamente. Qui puoi evocarle e semmai viverle in altro modo.

Riflettevo sulla mia incapacità di progredire dal punto di vista collezionistico. La maggior parte dei collezionisti, dai Solido degli anni ’80, oggi comprano gli Spark. Erano già adulti all’epoca e forse non sono rimasti prigionieri delle suggestioni che un ragazzino di 10 o 15 anni provava di fronte a una sfilza di Solido elaborati alla mostra di Dreoni. Deve essere così. Queste e altre riflessioni un po’ rarefatte mi sono venute in mente in un lungo giro mattiniero in una Firenze piovosa e addormentata di inizio dicembre.

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