Un passato da conservare

testo e foto di Riccardo Fontana

Imbattersi in una teglia di Solido elaborati è sempre un’esperienza bellissima, quali che siano le condizioni di modelli che, comunque, al netto di un’apparenza… Solida, sono comunque molto fragili a livello di piccole parti e livree, sempre molto prone a rovinarsi in caso di trasporti avventati ed imballaggi approssimativi.

Le cassettine della frutta, prerogativa di un certo notissimo negozio milanese in cui il giallo impera sovrano (Tiny Cars, facciamola bene la pubblicità occulta, se dobbiamo, n.d.r.) sono la croce ed al contempo la delizia di questo genere di modelli: se è vero che la visione d’insieme di una trentina di kit “vecchi” e di Solido più o meno elaborati è di per sé stupenda ed enormemente evocativa, è altresì vero che questo modo di stoccare i modelli non aiuta sicuramente a preservarli in buone condizioni, cosa che sarebbe fondamentale per conservarne una qualche effettiva appetibilità commerciale verso gente che non si chiami Fontana di cognome, ma non è questa la sede per affrontare la questione, ed è anzi ammirevole che il buon Sardini si prodighi nel recuperare e rimettere in circolo questi modelli per gli appassionati.

Quando si vede una cassettina di modelli così, elaborazioni miste a kit completi del tempo che fu, si tocca con mano cosa fosse il collezionismo di automodelli negli anni ’70 e ’80, quando realtà come Minichamps o Spark non esistevano ed al più i loro fondatori (o gli avi dei loro fondatori, nel caso di Spark) erano più che altro dediti alla produzione di kits e modelli speciali.

Non c’era praticamente nulla, un modello andava inventato molto spesso da zero, ed era difficilissimo trovare due collezioni uguali, o anche solo due modelli ricavati dal medesimo kit o transkit perfettamente uguali, magari a parità di bellezza del risultato finale.

Era un mondo sicuramente più colorato ed interessante, più vario, meno appiattito e sicuramente più economico (a meno di non collezionare modelli di fascia altissima come MRF o AMR) di quanto non sia oggi l’universo dell’1:43 per così dire spark-centrico.

Nel 1985 se si voleva una Gruppo C o una macchina da Rally c’erano Starter o Provence Moulage, per una stradale Alezan, la F1 era già feudo di Luca Tameo, i 4×4 della Dakar erano prerogativa di Gaffe, con nel mezzo tante intrusioni e tante zone grigie che di grigio in realtà hanno ben poco, costituendo il colore di un mondo irripetibile, dove l’ossessione del dettaglio non aveva ancora raggiunto i picchi patologici di oggi e dove per imbastire una discreta raccolta bisognava “sbattersi”, girare e farsi una rete.

E poi questi modelli sono incredibilmente vivi: prendiamo ad esempio una BMW 635 CSI o una Jaguar XJ12 da turismo ottenute transkittando un kit Heller con le bustine di Rino Robustelli, oppure un transkit Tron per ricavare le Ford Escort RS 1.8 o la Ritmo Abarth a partire dai Solido delle versioni “mansuete”: era anche un lavoro tecnico e concettuale, assai simile per verità all’attività di un preparatore reale o di una casa madre stessa, perché proprio come nella realtà si partiva dai modelli stradali per estrapolare le auto da corsa, ed anche in questo caso la perizia del preparatore-modellista faceva tutta la differenza del mondo circa il risultato finale.

Certamente l’1:43 per com’è oggi risparmia fior di grane a chi non ha le capacità o il tempo di fare determinate cose, ma certamente molta della poesia e dello spirito pionieristico sono andati, nel nome di una globalizzazione che anche nel nostro periferico e marginale mondo sembra non conoscere ostacoli.

Una opinione su "Un passato da conservare"

  1. >l’1:43 per com’è oggi risparmia fior di grane a chi non ha le capacità o

    >il tempo di fare determinate cose

    Nel mio caso è senz’altro così, però probabilmente mi divertivo di più in passato… o è solo la nostalgia che mi fa scrivere questo?

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