Riflessioni semiserie

Era un po’ che non buttavo dentro qualche riga di quelle belle pepate. Sarà l’età, sarà perché fondamentalmente credo nella filosofia del vivi e lascia vivere (ci ho sempre creduto) ma, essendo anche giornalista, qualche sana polemica se non ci fosse mi mancherebbe.

Avrei voluto riscrivere di Suber e di un paio di montaggi spacciati per capolavori ma sarebbe stato come sparare sulla Croce Rossa. I suoi modelli buoni per i radical chic californiani e gli ex contadini arricchiti cinesi li ho già commentati diverse volte e non è il caso di tornarci.

C’è invece una questione che se non è inedita per PLIT, almeno credo sia più coinvolgente a livello – diciamo così – filosofico. E’ l’aspetto della percezione di un modello. I lettori perdoneranno se in questo periodo così fosco per il futuro dell’auto – e di riflesso quindi anche per il collezionismo non solo delle macchine vere ma anche dei modelli – mi picco di disquisire su cose che interessano all’appassionato medio meno della possibilità che nella tradizione manoscritta di Eschilo si possa ipotizzare la presenza di un archetipo1.

Tutto è nato – o rinato – dal bell’articolo che Riccardo ha scritto alcuni giorni fa sul T34 di Leningrad2. Osservando le foto e discutendo del modello, ci siamo detti che non servono tanti dettagli per fare di un oggetto un oggetto con del carisma, anzi. Ed è proprio in ragione di quell’anzi che ci si può avventurare in qualche digressione certo ai limiti del paradosso, però a volte è anche bene farlo.

Viviamo un’epoca in cui il dettaglio è il totem assoluto, la divinità tutelare della materia3. Questo riflette forse la portata positivistica del pensiero dominante che si illude di possedere la realtà oggettiva, ma il discorso ci porterebbe lontano. Limitiamoci magari ad osservare la valanga di dettagli ingranditi e sbattuti sulle pagine ufficiali di canali social di marchi come Laudoracing o altri, che finiscono per scatenare gli entusiasmi di orde di analfabeti funzionali. Fanno bene, quelli di Laudoracing o di OttOmobile a riprodurre i bolli o i certificati di assicurazioni con i dati anagrafici dello zio-Pino-ghe-aveva-brobrio-minchia-la-gendovendisedde-sbegial-di-guel-golore-lì. Ok, opera meritoria in onore di sua maestà il dettaglio. Sei modellista, sei anche bravo (perché quelli di Laudo bravi lo sono, oltre che furbilli), quindi fai il tuo dovere. Siamo nel 2025, non nel 1978. Eppure.

Il creatore di Officina942 penso che ammiri le produzioni orientali ma io preferisco i suoi modelli di cui mi riprometto di parlare presto o tardi. Le Fiat anni ’20 in metallo bianco fatte in Italia non sono per tutti, questo va riconosciuto. Gli Spark? Io non li compro, li vendo

Il particolare ingrandito a dismisura come forma di pornografia. Lo diceva Barthes. E non a caso (anche se non volutamente) la battuta ormai frusta su Facebook recita grosso modo: “posto questa foto della Fiat 128 Rally che ho comprato ieri, se è porno la tolgo”. Che la prima volta faceva anche ridere, la seconda anche, ora stufa e basta.

Il dettaglio-re. Eppure io un Laudoracing non lo comprerei mai se non per rivenderlo speculandoci sopra. Sono ammirato dalle loro targhe coi numeri in rilievo, dai loro fari che sembrano poter illuminarsi da un momento all’altro, dalle loro gomme che sembrano piene d’aria, dai loro tubi di scarico gloriosamente euro-0 ma thank you but no thanks. L’anonimo Del Sublime parlava di un paradosso letterario che potrebbe applicarsi anche ai modelli. Lui parlava dell’effetto che chiamava “freddo”, che è la versione intellettuale del casalingo proverbio che il troppo stroppia.

Viva i Laudo, ma io preferisco cento volte la 131 o l’Alfasud della Polistil in 1:25, fatte negli anni ’70, con le plastiche che puzzano e con i loro montaggi un po’ precari. Sono due generi diversi, lo so. Ho anche l’impressione che la debolezza argomentativa dei nostri tempi finisca per limitare i ragionamenti a una serie di “questo mi piace – non mi piace”, “questo mi emoziona – non mi emoziona”. Per questo il ragionamento andrebbe contestualizzato meglio, ma si conceda che in un ambito di pura emozionalità come quello in cui di solito si muove il collezionista, la scelta non ha bisogno di giustificazioni. L’analisi di certe tendenze, tuttavia, può costituire uno spunto di approfondimento.

Cambiando scala e venendo alla 1:43, che è quella che amo di più, il discorso è forse meno radicale perché tutto sommato la cultura dei collezionisti è leggermente maggiore e anche la tradizione globale della produzione è parecchio più lunga.

In ogni caso, oggi è pieno di gente che a ogni infornata di Spark mette in vendita i propri kit Starter e Provence Moulage. Io faccio il contrario. E a smentire che ogni tanto mi dice “tu gli Spark li critichi perché non te li puoi permettere”, ricordo che sono arrivato ad averne in collezione oltre cinquecento e ancora oggi potrei accumularne quanti ne voglio a prezzi iper-competitivi, per il mio status professionale e per i miei contatti. Solo che ogni volta che ho provato a ricostituire un nucleo, per quanto ristretto, di questi modelli, ho finito per rivenderli dopo pochi mesi, tranne qualche deroga legata a suggestioni che sarebbe anche inopportuno, oltre che noioso, mettere in piazza.

Tornando al ragionamento sul carro T34, esso è un po’ come un vecchio Dinky. Lo vedi da lontano e trasmette un’impressione di pienezza e di equilibrio che il barocco e tormentoso affastellarsi di dettagli su un qualsiasi resincast cinese non mi darà mai.

Tutto sta a seguire la propria vocazione e sappiamo bene che le mode riescono a influenzare anche molto pesantemente i principianti. Per quanto mi riguarda, continuo a considerare gran parte della produzione attuale un’utile e anche relativamente economica scorciatoia all’illusione del poter comprare tutto e non riuscirci, che perseguitava i collezionisti anche solo venti o trent’anni fa. Salvo poi ritrovare la medesima tendenza ossessiva nella moltiplicazione di versioni e varianti che Starter e Provence Moulage, con tutta la loro enciclopedica ricerca di completezza, neanche sfioravano. Insomma, di fronte alla fredda e sistematica determinazione di una Spark, Starter e Provence Moulage erano ancora dei Bouvard e Pécuchet dal volto umano.

Ed il più grande conquistò nazione dopo nazione
Quando fu di fronte al mare si sentì un coglione
Perché più in là non si poteva conquistare niente
E tanta strada per vedere un sole disperato
È sempre uguale, è sempre come quando era partito

Chi insegue il dettaglio a ogni costo non può fermarsi ma è fatalmente destinato a una corsa senza fine. Ed è anche destinato a invecchiare male nei confronti di ciò che verrà dopo, senza mai diventare un classico.

Ditemi, ma non è meglio giocare a Subbuteo?

  1. Penso che non la si possa ipotizzare. ↩︎
  2. Rileggetelo qui: https://pitlaneitalia.com/2025/01/23/un-cambio-di-prospettiva-t34-leningrad/ ↩︎
  3. Certo, il motto di uno come Kamimura è God dwells in small things ma il senso è diverso e l’invito in questo caso è a ricercare la perfezione nell’esercizio di una disciplina strettamente artigianale, quasi artistica. ↩︎

6 pensieri riguardo “Riflessioni semiserie

  1. Quando ho iniziato a leggere l’articolo, ho pensato immediatamente ai modelli di Officina 942, che poi hai citato nella didascalia. Il fascino che hanno i modelli di Officina 942, uno Spark o un Laudoracing, secondo me, se lo sognano.

    Riccardo

    "Mi piace"

  2. Tutto abbastanza condivisibile, però occorrerebbe forse fare qualche distinguo che, ahimè, mal si concilia però con lo “spazio” limitato che va concesso ad un singolo articolo.

    Sappiamo tutti (?) piuttosto bene, infatti, che ormai qualcosa di molto articolato e quindi almeno un po’ lunghetto sarebbe “saltato” a piè pari dalla maggioranza dei lettori (almeno da quelli più giovani).

    Per quanto mi riguarda posso scrivere però che io che sono un amante delle auto da corsa e da rally in particolare sono praticamente “costretto” a rivolgermi ai marchi che trattano il tema, quali appunto Spark (ma con molta molta cautela), Trofeu, IXO e non molti altri.

    Che poi tali modelli prestino il fianco a parecchie critiche non ci piove, però di un… Officina 942 non saprei bene che farmene (ancorché oggettivamente molto carini)…

    "Mi piace"

  3. Sapevo bene che non tutto sarebbe stato condiviso perché certe mie idee in merito sono abbastanza estreme, lo riconosco anch’io. Però, vedi Elio, forse involontariamente hai sollevato il problema nodale dicendo di essere “costretto” a scegliere Spark per determinati soggetti. Il pensiero laterale permetterebbe di operare una seconda opzione: restare senza nulla. Ed è quello che faccio io. Anche se esistono soggetti per i quali ho una passione folle, accetto senza troppe storie delle lacune in collezione, rinunciando abbastanza allegramente ai resincast cinesi. Oh, beninteso, questa non è una crociata contro le cineserie. Ho qui un modello della Porsche 910 coupé della Targa Florio 1967 di Spark che sembra un Provence Moulage montato bene – che negli anni ’90 sarebbe costato 200.000 lire (equivalenti non a 100 euro, ma a 200!). Ok, tutto vero. Però con queste considerazioni un po’ sparse volevo indurre un minimo di riflessione sull’importanza della percezione. Continuo a preferire un Mamone a un Laudoracing.

    "Mi piace"

  4. Su questo, David, come posso darti torto? Le incavolature sono all’ordine del giorno, purtroppo.

    Però, però… io sono un gaudente smodato e non riesco a stare senza i miei “made in China”… a Spark comunque preferisco Troféu! 🙂

    "Mi piace"

  5. Alla fine sono gusti. I modelli molto particolareggiati sono belli, ma forse un po’ “asettici”. Non amo i Laudoracing anche perché sono in una scala che non mi interessa. E gli Spark, non so, non mi dicono nulla. Qualcuno ce l’ho anch’io, eh, però preferisco sempre montare un Provence Moulage o un Meri Kits. Oppure, a proposito di particolari, tentare con un MFH.

    Riccardo

    "Mi piace"

Lascia un commento