Avrei potuto fare decine di titolini stucchevoli ma stavolta ve li risparmio. Resta il parziale mistero di un marchio francese tanto strano quanto effimero, durato lo spazio di un anno o due: Hamore. Gli appassionati lo conoscono abbastanza bene, e non ho qui la possibilità di offrire materiale inedito su una produzione di kit che si limitò a due soggetti, la BMW 320 Gruppo 5 e la Porsche 934 Gruppo 41. Il nome Hamore deriva dalla crasi di Pierre Hannequin Modèles Réduits (ringrazio Umberto Cattani per aver fatto riaffiorare nella memoria questi lontani ricordi; in archivio ho anche un paio di sue lettere datate 1980, se non sbaglio). Se le mie informazioni sono corrette, fu André-Marie Ruf a rilevare le macchine di fonderia di Hannequin, nel periodo in cui il suo referente alla ditta Philippe Katz di Brie-Comte-Robert era stato indisponibile per una grave malattia.
Ma andiamo con ordine.
Nel 1978 il panorama dei kit in metallo bianco di alta qualità era già bello vivace: l’arrivo di AMR aveva prodotto tutta una serie di marchi più o meno direttamente associati a Ruf che nel giro di qualche stagione avevano rivoluzionato il concetto di modello speciale. La resina, certo, continuava a esistere, destinata anzi ad un boom di dimensioni quasi industriali di lì a pochi anni. Ma il metallo bianco esercitava sui modellisti un fascino legato alla bellezza stessa del materiale, quando non al suo peso specifico, con derive abbastanza assurde del tipo: “i modelli in metallo li preferisco a quelli in resina perché c’è più roba”. Cose sentite di persona, ve lo garantisco, e non oggi ma trenta o quarant’anni fa. E’ un concetto abbastanza buffo, che continua tutt’ora, confermandosi nelle scelte di certi collezionisti che preferiscono un Norev a un Laudoracing per il solo fatto che “il metallo è metallo”. Vabbè. Come si dice a Firenze, se ‘un son grulli ‘un si vogliano.



Torniamo al marchio Hamore. Nel 1978 uscirono due kit in metallo bianco di ottima qualità: uno era la BMW 320 Gruppo 5 Le Mans 1977 di Roy Lichtenstein, ossia l’AMR che veniva già commercializzato in svariate versioni da Danhausen col marchio Minichamps.

A parte qualche modifica per adattare il kit alla particolare versione, non si registravano particolari variazioni rispetto al Minichamps-AMR.


Quasi contemporaneamente, Hamore commercializzò un kit del tutto nuovo, la Porsche 934 Gruppo 4, in tre versioni: Schiller Racing2 e Burton-Kremer di Le Mans 1976 e JMS-Cachia di Le Mans 1977. Ricordo perfettamente la scatolina in cartone un po’ più piccola rispetto a quella dei kit X-AMR e l’etichetta in carta gialla.


Il modello aveva delle ottime fusioni, che non possono non far pensare a quelle degli AMR; da un certo punto di vista potrebbe anche sembrare parente dell’MRE. Come un AMR, la 934 di Hamore si montava piuttosto bene ma le prove a secco restavano essenziali, soprattutto per far tornare il paraurti anteriore, tutt’altro che facile da far combaciare col resto della carrozzeria. Le decals serigrafate non erano Cartograph e assomigliavano molto a quelle dei primi kit X e anche MRE, mentre le istruzioni erano disegnate da Philippe Le Prévost, che fino al 1982 realizzò alcuni master per AMR, prima di fondare la Gaffe, specializzata nei veicoli della Parigi-Dakar.
Così come apparvero, gli Hamore svanirono rapidamente dalla scena del kit speciale e non se ne seppe più nulla. Non sono modelli comuni, e trovare un esemplare da montare completo non è un’impresa facilissima e di montati, spesso malconci, ne circolano pochi.



Della 320 Lichtenstein e delle 934 furono commercializzati anche dei factory built, e qui siamo nel campo del “quasi introvabile”. Nelle foto di questo articolo vedete appunto una 934 Burton factory built, con tanto di numerazione individuale. Ignoro se il numero riguardasse la singola versione oppure indistintamente tutte e tre le varianti.

Tanti, ma tanti anni fa (credo nel 1982 o giù di lì) comprai da Rocchi a Firenze un kit della 934 JMS. Ricordo ancora il momento in cui iniziai ad esaminare i pezzi disposti per terra sulla moquette di camera, rendendomi subito conto che il montaggio sarebbe stato abbastanza rognoso. Non finii mai quel kit, che venne cannibalizzato in vari modi ma la scatola è conservata tuttora da qualche parte.
In questo caso non ho potuto fornire alcun retroscena relativo al marchio Hamore. Ne so davvero troppo poco (ma l’idea di scriverne mi tentava) e non amo inventare storielle e storielline per catturare l’attenzione allungando il brodo. Sono peraltro convinto che alcuni lettori che hanno vissuto in prima persona quel periodo potranno aggiungere quei dettagli essenziali che servirebbero ad inquadrare meglio questa serie di modelli.
- La seconda parte di questa retrospettiva su Hamore, a proposito dei transkit, la leggete qui: https://pitlaneitalia.com/2025/02/16/un-marchio-del-passato-hamore-2/ ↩︎
- https://pitlaneitalia.com/2025/02/16/un-marchio-del-passato-hamore-3/ ↩︎

Una opinione su "Un marchio del passato: Hamore"