di Riccardo Fontana
Dopo un discretamente lungo oblio, dovuto più a stanchezza ed a cambiamenti – di impiego, principalmente – che ad altro, sono finalmente tornato per il vostro tedio di lettori ad allietarvi con tutto ciò che di più fetido si annida nella mia torbida mente.
Parleremo senz’altro ancora di modelli, di corse e di bei gesti di grandi piloti, ma parleremo anche di costume e di società, secondo quella tradizione per così dire “fuori argomento” fatta di commenti alla vita in generale, che fa di PLIT un luogo di lettura diverso da tutti gli altri consacrati meramente al motorismo.
In questi mesi di relativa lontananza, tra le varie cose che ho fatto, c’è stato anche il rimettermi in forma, resomi conto che a poco più di trent’anni non fosse possibile continuare ad avere il fiatone per fare una rampa di scale e vedere il culo allargarsi a vista d’occhio, morendo cioè lentamente di squallida e miserabile routine impiegatizia: sono ben oltre il metro e novanta, ho le spalle che fanno regione già di default, gli occhi azzurri, e mi sono reso conto che nonostante tutto con la moto da enduro vado ancora come una spada: vogliamo provare a fare qualche gara e magari, se non è chiedere troppo, intrattenerci molto di più carnalmente con valide esponenti del genere femminile?
Detto fatto, alimentazione sana, corsa – molta corsa – camminata – moltissima camminata – e palestra – moltissima (ahimè) palestra.
Ora, i più perspicaci mi diranno “perché ahimè? Sei tu che vuoi farlo, mica te lo ha ordinato il dottore”.
In teoria sì, non me l’ha ordinato il dottore ma, in questo caso, l’ho semplicemente anticipato (anticipata, visto che tengo la dottoressa femmina) di qualche anno, e soprattutto… Sono felice di come evolve frequentando la palestra, ma sarei ancora più felice di non averci niente a che fare.
I frequentatori tipici delle regie palestre sono degli autentici… Vorrei trovare un termine maggiormente aulico per portarvi un contenuto giornalistico più di classe, purtroppo però la parola più calzante non può che essere una: cazzoni.
E cazzone, certamente, non saremo certo noi a comportarci da squallidi servi del patriarcato (!!1!!!1) adottando un linguaggio poco inclusivo nei confronti del gentilsesso (che nel 2025, spesso e volentieri, di gentile non ha proprio nulla, ma è un altro discorso).
Signori, chi frequenta quegli scatoloni del dolore fisico (cit. Corrado Guzzanti/Gianni Minoli, Avanzi 1991) SA, e SA molto bene ciò che intendo, ma visto che devo comunque riempire lo spazio dell’articolo completo ora vi beccate un po’ di appunti, poi deciderete se io abbia ragione o meno.
Chi sono i frequentatori under 50 dei suddetti scatoloni noti all’ordinamento civile occidentale come “palestre”?
Qui, signori miei, occorre basarsi sulla cara vecchia suddivisione in categorie: ci sono le galline, che si riconoscono dalle labbra pompate, l’aria da fighe di adamantio (spesso non suffragata da un’adeguata struttura fisica, ma d’altronde c’è fame e loro sanno di disporre di un prodotto che comunque sia resta ambitissimo da legioni di sfigati) e dai leggins talmente stretti e piantati nella nespola da essere perfettamente confondibili col body painting, poi ci sono i cosiddetti Gym Bro, ovvero quelli grossi, ma grossi esagerati, riconoscibili da due cose principalmente: l’altezza che non supera il metro e sessantacinque, ed il fatto che in caso di blackout risultino fosforescenti e perfettamente visibili per tutte le sostanze che si calano: non passerebbero l’antidoping neanche al campionato di briscola del Circolo Grassi di Pavia.
Poi ci sono i narcisisti, che passano più tempo davanti allo specchio in posa (solitamente al primo mezzo muscolo che spunta dopo anni di vita di sterco e papponi proteici, anch’essi tutt’altro che favoriti da madre natura esattamente come i Gym Bro, e spesso pure affetti da calvizie incipiente prematura).
E poi ci sono gli pseudo-normali, che frequentano magari controvoglia perché non vogliono arrivare a cinquant’anni a rischio cardiovascolare e diabetici (vedi me), o per ragioni di sport-miglioramento fisico ma non patologico (sempre me), e gli over-50, che sono anche loro rientranti nella categoria degli pseudo-normali e sono stati mandati a forza dal medico, proprio perché a trenta non gliel’aveva ordinato il dottore.
A parte le ultime due categorie, tutte le altre sono accomunate da un unico, devastante, tratto in comune: sono idioti come delle vongole del golfo di Napoli.
Immaginate un idiota, focalizzatelo nella mente: fatto? Ecco, dovete moltiplicare come minimo ancora per tre solo avvicinarvi ad uno dei più intelligenti.
Ho visto cose che voi umani non potreste immaginarvi, gente di trent’anni non essere in grado di rimettere i manubri con scritto “10 kg” nelle rastrelliere con scritto “10” (in grosso) ma depositarli sul “4” o sul “26”, oppure lasciarli in giro, e poi correre dall’alto del loro metro e dodici con plantare a farsi i selfie davanti allo specchio che neanche Schwarzenegger o Lou Ferrigno in Pumping Iron avrebbero potuto competere: più che Mr. Olympia 1975 sembra una reclame darwinista sulla denutrizione ed il nanismo dei popoli sud-europei, ma sono talmente convinti che sarebbe un peccato disilluderli.
A volte, quando sono particolarmente nervoso per la giornata di lavoro appena trascorsa, li costringo a mettere i pesi nei posti giusti, anche con maniere poco belle, essendo maledettamente urtato dalla cretineria e dal fatto che certa gente goda dei miei stessi diritti davanti a un tribunale.
Poi ci sono le donne, quasi immancabilmente a forma di ampolla, con un’aria strafottente e superiore che la metà basta, col body painting dei leggins che fanno le scandalizzate se qualcuno le sbircia: sono quelle che si daranno alla pazza gioia (quanta democrazia cristiana in un solo termine, vero?) fino a 35 anni, poi resesi improvvisamente conto dell’implacabile trascorrere del tempo abbasseranno di colpo le pretese stellari che le hanno sempre accompagnate accasandosi col primo geometra calvo col maglioncino di cachemire che, noncurante dei quasi due decenni di “cazzosello” (originale trademark L.B., un genio del pensiero contemporaneo) alle spalle se le prenderà e se le manterrà a vita.
O fino al divorzio, poi dipende, ma anche in questo caso sempre di mantenimento a vita si tratterà.
In ogni caso, lo schema è sempre lo stesso: una serie di esercizi, e un quarto d’ora di chat/storie/foto in posa (davvero un quarto d’ora, a fronte di uno/due minuti di recupero consigliato).
Ora, il più cretino dei personal trainer lo potrà confermare: fermarsi un quarto d’ora tra una serie e l’altra è perfettamente assimilabile allo stare a casa sul divano a vedere Temptation Island, e questo vale sia per gli uomini che per le donne, con gli uomini che tendono ad essere ancora più insopportabilmente narcisisti delle donne, in realtà.
Poi, dulcis in fundo, c’è l’ultimo bias di questa gente, c’è IL Bias: i versi, e questa invece è una cosa tipicamente maschile.
Come si svolgono solitamente i fatti? Tu stai facendo i tuoi esercizi, metti caso i rematori manubrio, coi tuoi manubri da 16 kg, una cosa forte ma fattibile.
Li fai, non emetti rumori, sei tarato per non farti male.
Arriva il classico Gym Bro: alto come il figlio di Renato Brunetta, gambette grandi come il mio polpaccio post-ingessatura di due settimane (tanto le gambe mica si vedono nei selfie), asciuganano (non è un refuso) sulla spalla… Si mette davanti a due ragazze a fare i rematori anche lui: prende i 20 kg, per far vedere che è più di te.
Parte, ed emette dei versi a metà tra il sonoro di un porno gay (la parte passiva) ed un’intossicazione da cozze avariate.
Una roba devastante, ti imbarazzi tu per lui.
Cosa succede solitamente? Le tipe si alzano e se ne vanno sghignazzando (e te credo…), e lui corre a mettere giù i manubri da 20 kg per prendere quelli da 8 o da 10, e seppur a volume abbassato, continua col porno gay coprofago in sottofondo: ad avere un tommy gun per le mani saprei benissimo cosa fare, per fortuna non ce l’ho mai, e va bene così.
Penso che mi iscriverò in piscina da ottobre, almeno non ci sono strumenti in condivisione ed è una cosa molto più personale ed ovattata.
Ricordatevi però sempre una cosa: come ho già scritto, voi siete considerati esattamente alla pari di questi personaggi dallo stato o da un giudice.
Ora rileggete, pensateci, ed affermate in tutta coscienza e sincerità che la cosa non vi turba nemmeno un po’.

Propongo ” Cazzonesse” come femminile di “Cazzoni”
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