Moskau, Moskau, deine Seele ist so groß
Nachts, da ist der Teufel los, ha-ha-ha-ha-ha
L’Italia del 1980 era provinciale. Andavi in Svizzera e respiravi una specie di Europa che oggi ci dà i suoi frutti rancidi ma che allora era un bel sogno o una bella utopia.
Nella sala del Kinderheim di Unteraegeri trasmettevano un programma musicale, forse una replica dell’Eurofestival, con i Dschinghis Khan. Non è che fossero tanto meglio di Toto Cutugno o di Stefano Sani, ma per noi che venivamo dall’Italia assumevano un sapore esotico. Da noi si desiderava la 131 Racing, mentre il tizio coi baffoni della band Dschinghis Khan avrebbe potuto avere la Scirocco GTI. Stavano per arrivare anni di ricchezza e libertà, da vivere fuori dai nostri confini, ancora troppo angusti.
Un mese di solitudine e di indipendenza, all’interno di una struttura che forse un po’ metteva tristezza. Dovevi arrangiarti da solo, rifarti il letto, mangiare tutta la soupe perché non avevi a disposizione un altro piatto per il secondo, roba così. Fuori discussione fare a botte coi compagni di stanza.
Il lago di Aegeri le mattine di agosto restava nebbioso, così calmo che sembrava finto. Prendevamo il pullmino per andare al Birmi, una specie di villaggio sulla montagna, dove trascorrevamo giornate a giocare a Shogun e a raccogliere fragole. La Tschosi, fra il personale che si occupava di noi, era forse quella che sembrava la meno socievole. In realtà a noi poco meno che decenni, gli animatori ci sembravano vecchissimi ma magari avranno avuto venticinque o trent’anni. Parcheggiata nella piazzetta all’interno del Kinderheim giù a Unteraegeri c’era la sua macchina. Una Toyota Celica, quella coi doppi fari, di un colore rosso intenso. Una roba che in Italia avresti visto forse da Bepi Koelliker, chissà se le importavano. Una mattina finsi di perdere il pullmino e la Tschosi, che doveva salire al Birmi, mi dette un passaggio. La portiera si aprì e si chiuse con un rumore di ferracci che avrei finito per amare nell’arco di una vita, le plastiche tutte nere scottavano al sole di un’estate ricca di ciliegie che i ragazzini vendevano ovunque per strada. I cartelli con le scritte a pennarello “Kirschen zu verkaufen” li trovavi a ogni angolo.
Il pulsante rosso come quelle ciliegie, con la scritta Press. Non sapevo cosa volesse dire, era lo sgancio delle cinture di sicurezza. Press era qualcosa che in Italia non c’era. L’Italia era fatta ancora di 600 scalcinate, di camion brutti e sporchi, di Ciao rumorosi e di Api Piaggio con dentro un meridionale incazzato. Ascoltavo il motore mentre salivamo al Birmi. Diventò presto un’abitudine arrivare al Birmi con la Celica rossa della Tschosi.
Tra i nove e i dieci anni passano due o tre vite. L’anno dopo, ancora in Svizzera ma stavolta lontano dal Birmi. Settimane di divertimento a Weggis, in una casa forse un po’ lugubre ma che aveva il merito di essere la più vecchia del comprensorio, costruita nel ‘600. La Luzarnerhus era divisa tra il signor Zbinden, parente del pilota che in quegli anni correva con le Porsche, e H.K. “Haka” Bender, un illustre membro della SAM (Schweizerischer Auto- und Motorradfahrer-Verband), appassionato di tiro con la pistola.
A un anno di distanza, la Celica rifece capolino in Svizzera, sotto forma del Solido numero 1094: uno di quei mitici “serie mille” che i collezionisti italiani andavano a prendere a Mentone insieme alla Scirocco, alla R5 Turbo e ad altre poche uscite che sarebbero state il canto del cigno della Solido vecchia maniera. I tappeti della Luzarnerhus erano soffici e vellutati, i soffitti bassissimi. Prima del Regionale della RSI ascoltavi la pubblicità del Bac Dusch.


La Toyota l’avevamo pescata, insieme alla Scirocco nera, da un Franz Carl Weber, non ricordo più se quello di Schwyz o di Lucerna. Per una volta mi dispiacque che la versione non fosse stradale. Mi sforzavo a immaginare la fibbia di chiusura col pulsante Press rosso ma mi venivano in mente solo scene di rally. Mi rassegnai a usare il modello facendolo correre ben bene sui tappeti della Luzarnerhus anche se la Scirocco, essendo da pista, finì per affascinarmi parecchio di più.


Uscì poi anche il kit della Celica, con una versione di Spa (la disgraziata edizione del ’73, di cui ignoravo tutto), alla quale autocostruii in lamierino lo spoiler anteriore, sentendomi per questo vicino a Michele Conti. Ormai la suggestione quasi morbosa del pulsante rosso era svanita, via via scalzata da pulsioni sempre più corsaiole. Eppure ancora oggi non riesco a ripensare a quelle Celica senza che la sensazione del sedile di finta pelle incandescente e la stretta della cintura con la sua fibbia da incastrare nel meccanismo mi riportino indietro di quarantacinque anni. Fu la disciplinata Svizzera, in un periodo in cui da noi vedevi famiglie di sei persone viaggiare nelle Fiat 500, a insegnarmi cosa fosse una cintura di sicurezza. La volevo sulla nostra auto ma non c’era.
Della Tschosi conservava un ricordo anche una mia cara amica svizzera di Firenze, che mi diceva: “a Unteraegeri abbiamo dormito nello stesso letto!”. “Sì, ma in momenti diversi”, le rispondevo.

La Luzarnerhus esiste ancora, e chi la smuove da lì. Uno dei miei soliti viaggi della memoria me ne ha restituito una versione pulita, in forma, forse distante (mi avrà dimenticato) ma non ostile. Nell’estate del 2021, diretto verso il nord della Svizzera, feci una deviazione verso Weggis-Riedsort e mi inerpicai su quella serpentina di tornanti da dove riesci a dominare tutta la conca del paese col lago di Lucerna.
Ha ragione il mio amico Elio quando dice che questo sito sembra una succursale della Solido. Ma stavolta il tutto è nato da un bottone rosso.
