La patologia del collezionismo di automodelli

Nel mondo dello sport e della cultura automobilistica il collezionismo di modelli è spesso considerato una naturale estensione della passione. Chi ama le corse, la tecnica, la storia dei marchi, difficilmente resta indifferente al fascino di una vettura riprodotta in scala, perfetta, definitiva, cristallizzata nel suo momento migliore. Per molti lettori di PLIT questo universo è familiare: vetrine curate, modelli rari, edizioni limitate che raccontano epoche, campionati e uomini. Ma come in ogni passione, c’è un lato oscuro che raramente viene affrontato senza imbarazzi: la sua possibile deriva patologica.

Il collezionismo, di per sé, non è un problema. È memoria, studio, piacere estetico. Diventa patologico quando il rapporto con l’oggetto cambia natura. Non è il numero di pezzi a fare la differenza, ma la dipendenza emotiva che si instaura.

Alla base di questa dinamica c’è spesso il bisogno di controllo. Il modello è l’automobile ideale: non si rompe, non invecchia (almeno in teoria), promette di non deludere. È l’opposto della realtà, fatta di budget limitati, carriere interrotte, sogni mancati. In scala ridotta tutto è ordinato, spiegabile, dominabile. Ogni nuova acquisizione sembra promettere una stabilità emotiva che però dura pochissimo. Il piacere si consuma rapidamente e lascia spazio a una nuova urgenza.

Un segnale chiaro della patologia è lo spostamento dell’attenzione dall’oggetto al gesto dell’acquisto. Il modello appena arrivato viene osservato distrattamente. Ciò che conta è averlo preso, aver chiuso una serie, avere anticipato altri collezionisti. La raccolta cresce ma il senso si svuota. Il modello diventa una casella da spuntare, non una storia da raccontare.

Il tema della serie incompleta è centrale. Nel collezionismo di modelli, fatto di stagioni, livree, evoluzioni tecniche, il “pezzo mancante” assume un valore sproporzionato. Non è più un’auto, ma un vuoto simbolico. È qui che la passione rischia di trasformarsi in ossessione.

Il mercato, specie oggi, gioca un ruolo decisivo. Edizioni limitate, tirature artificialmente basse, varianti minime vendute come indispensabili. Il linguaggio è quello dell’urgenza e della paura: “ultimo esemplare”, “mai più riprodotto”, “occasione irripetibile”. Si compra non per piacere, ma per evitare un rimpianto.

A tutto questo si aggiunge l’effetto dei social e delle piattaforme online. Collezioni esibite, confronti continui, aste seguite come gare. Il collezionismo diventa una competizione silenziosa, dove il valore personale rischia di confondersi con quello economico o simbolico della collezione. Chi ha di più sembra sapere di più, valere di più.

C’è infine una dimensione nostalgica profondamente legata allo sport motoristico. Molti modelli rappresentano l’epoca d’oro delle corse, i campioni ideali, le auto che “non torneranno più”. In miniatura tutto resta perfetto, immobile, immune al tempo. La patologia emerge quando questa realtà congelata diventa preferibile alla passione vissuta, quando il modello sostituisce l’esperienza, lo studio, il racconto (e peraltro anche questi aspetti rischiano di provocare un effetto di straniamento nelle mani di chi è troppo sensibile alle “leggende”, ai “miti” e a “re e regine” vari. La fantasia fanciullesca e appiccicosa è spesso riscontrabile in gente che le corse le ha viste in vita sua col binocolo).

Il “vero” collezionista non è quello che ha tutto, ma quello che sa scegliere, rinunciare, dare un significato a ciò che possiede. In questo senso, è possibile talvolta far traslare l’importanza dall’oggetto rappresentato all’oggetto stesso, al suo valore storico intrinseco in quanto modello. E’ ciò che riesce meglio, a chi colleziona modelli obsoleti o speciali di altre epoche. In quest’ottica, molti arrivano a conciliare meglio il possesso con la smania dell’accumulo, focalizzandosi sulla raccolta come se questa fosse una sorta di specchio dell’anima.

La ricerca della libertà attraverso una passione è un atto complicato, che nella maggior parte dei casi conduce all’opposto, ossia alla dipendenza, sorella della frustrazione. Parlare di patologia non significa attaccare il collezionismo, significa piuttosto difenderlo dall’eccesso, dalla compulsione, dalla perdita di senso.

2 pensieri riguardo “La patologia del collezionismo di automodelli

  1. Verissimo quanto descritto.
    Penso, da soggetto “border line” con la patologia, sia importante restare coerenti con i temi chiave scelti per la propria collezione e non derogare da questi.
    Se poi, proprio, non si riesce a trattenere qualche divagazione, limitarle in modo categorico; e qui scatta il discorso, giusto, di rinuncia.

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