testo e foto di Riccardo Fontana
Questa è una strana storia, fatta di recuperi e ritrovamenti.
È la storia di un modo di intendere la collezione che cambia, che passa dalla smania di ricerca alla volontà di fare ordine, di valorizzare al massimo ciò che già c’è di buono in casa, godendosi appieno il molto (si legge “troppo”) già accumulato in quasi trent’anni di collezionismo di automodelli, e di dare un senso ad un marasma che, lasciato completamente a sé stesso, diventa per sua stessa definizione motivo di ansia, frustrazione e patimento.
Ma chi scriveva, in quella gelida e nebbiosa Pavia del 14 gennaio 2026, lo sapeva: lui non era Carlo Lucarelli, quella non era una puntata di Blu Notte, quella era la storia di uno dei suoi ritrovamenti più strani.
Paura, eh?
E invece no, perché parlare di ritrovamento in questo caso sarebbe abbastanza improprio…
Il modello in questione, la Lotus 78 di Polistil, referenza GG 5 in scala 1:16, non è stata comprata di recente, anzi è con me dall’inverno del 2004, quando venne presa in una edizione particolarmente ricca del mercatino dell’antiquariato di Caorso, assieme mi pare – ma era in un altro banchetto – alla Brabham BT44 Martini sempre della Polistil.
Quelle F1 grandi degli anni ‘70 sono veramente alla base del mio desiderio di collezionare modelli obsoleti: cercavo, e l’ho fatto per tantissimi anni (e credeteci o no non c’era verso di farne saltare fuori una decente) la 312 B3 di Lauda, altro Polistil in scala 1:16 maestoso, una storia che meriterebbe un articolo a parte (che probabilmente vi rifilerò), e mano a mano ho trovato tutte le altre, Polistil e Burago che fossero, finché non mi sono arreso e la B3 me la sono fatta prendere su eBay.
Naturalmente, due settimane dopo l’arrivo per posta del pacchettino con la B3, trovai la seconda, poi addirittura quella grigia (rarissima), e poi anche la 11 di Regazzoni, ma come detto questa è un’altra storia.
Tornando alla Lotus, mio padre – che dimostrava di essere particolarmente incline all’acquisto di questi modelli prendendomi come “scusa”, probabilmente per il fatto inconfessabile di non aver mai avuto delle macchinine nella sua infanzia se non una sola Ferrari Supersqualo della Mercury, che ha tentato per anni di riprendere senza mai riuscirci, che la pagò letteralmente nulla, mi pare di ricordare 15 o 20€, una cosa veramente minima, soprattutto considerando che il modello era completo di scatola e di chiavetta per le ruote, oltretutto ottimamente nichelata.
Aveva il rhodoid sfondato, ma a quello si ovvia…
Io non avevo neanche 12 anni e, onestamente, ben poco mi importava della scatola, che era un inutile di più e nient’altro, e quindi venne accuratamente (più o meno, le immagini parlano…) riposta in garage e prendere polvere, mentre la Lotus prendeva polvere prima in vetrina e poi su una mensola, sempre comunque molto ben conservata.

Da circa due anni ho deciso che i moltissimi modelli ottimi ma senza scatola che ho devono trovare un degno garage, rigorosamente originale, ed è quindi partita la caccia alle preziose scatolette, che devo dire mi diverte tantissimo e mi trasmette un senso di ordine e valorizzazione che mi fa sentire molto bene con me stesso, aiutandomi a godermi appieno quanto di (ottimo) ho già a mia disposizione: non ha molto senso continuare a comprare quando si è già pieni di cose che potrebbero rendere di più e che sono abbandonate a sé stesse, vero?

Parimenti, sempre nell’ottica di dare un senso a quanto c’è già, sto riordinando garages e cantine, e facendo una colossale opera di rimessa in servizio delle moto, di ordine dei ricambi, di messa in vendita dei ricambi di ciò che non ho e di smaltimento della spazzatura, cosa che mi prenderà almeno un anno a patto di farlo correndo, ed è stato proprio così, pulendo un box, che sabato scorso mi sono trovato faccia a faccia con la scatola originale della Lotus 78 della Polistil, appollaiata non ho neanche capito come accanto ad un parafango di una Suzuki da cross, ad altezza (della mia) testa: impolverata, col rhodoid sempre sfondato, ma non marcia né muffa.

Oibò…
Quanto posso averci messo a decidere di portarla in casa e di riunirla al modello?
Mezzo secondo, appunto…
Detto fatto, pulizia del modello, pulizia della scatola, chiavetta miracolosamente trovata intrappolata in una piega del cartone (se fosse finita per terra col casino che c’era sotto addio, fidatevi che sarebbe andata persa per sempre) Pattex mille chiodi e un foglio di plastica sottile in cartoleria, e via, restauro fatto, col risultato che potete vedere di seguito.
Queste F1 grandi di metà-fine anni settanta, tanto Polistil quanto Burago, erano veramente molto belle e accattivanti: io nel mio essere un bambino strano me le guardavo con l’Enciclopedia della F1 di mio padre, quella che usciva a puntate in edicola, aperta davanti, tra queste e le FX in scala 1:25 mi hanno aiutato a farmi la cultura in tema F1 che ho, e non sto scherzando: all’epoca i modelli obsoleti per me erano questi, i Solido erano modelli contemporanei, in Corsica o in Francia compravo ancora le A110 e le 5 Maxi Turbo nuove, per quanto possa sembrare strano non le percepivo affascinanti e lontane come queste, pur collezionandole a ritmi abbastanza frenetici e avendo già capito da qualche anno che, forse, i modelli che io reputavo nuovi erano riedizioni nuove di cose apparse trent’anni prima, se non di più.

Ricordiamoci sempre che non c’era internet e che mio padre non aveva gli Azema, la cultura me la facevo su Quattroruotine o guardando i modelli che trovavo ai mercatini: galeotta fu un’Auto Union mimetica, ma anche questa è un’altra storia che, probabilmente, vi propinerò a tempo debito.
Tornando alla Lotus, è interessante notare come questo modello abbia costituito una sorta di ritorno alle origini per la Polistil, che dopo i fasti della 312 B3 e della McLaren M23 – che personalmente continuo a ritenere due dei massimi picchi in tema di diecast in assoluto, assieme all’Abarth 2000 in scala 1:25 – si era un po’ persa con la serie delle varie 312 T2, Brabham BT44 e Tyrrell P34 che, francamente, ricordavano più le Polistil piccoline in scala 1:55 esposte ai raggi gamma che le più altolocate sorelle di cui sopra, mentre la 78 è davvero buona: non ha le sospensioni funzionanti o la complessità della B3 o della M23, ma risulta estremamente fine e fedele, con un ottimo DFV ed un bellissimo retrotreno – qui assai visibile contrariamente a quanto si sarebbe visto nella Lotus 79 – e una linea resa benissimo, completata da decals adesive ma di buonissima grafica e fattura, soprattutto per il periodo.
È, in poche parole, una via di mezzo tra le F1 Polistil grandi, decisamente spostata però verso le migliori.
Un altro pezzetto del mosaico va a posto, e che la macchina – la mia – continui a girare, che resta molto da fare.
