
Il dibattito sul futuro dell’automobile in Europa è ormai diventato un terreno scivoloso, dove analisi industriale, propaganda politica e narrazione mediatica spesso si confondono.
Nello scenario di bassa dell’attuale editoria automobilistica qualcosa si salva e non certo in Italia. Ho sempre letto con piacere gli articoli del Moniteur Automobile di cui ho a volte recensito i numeri francesi, la cui pubblicazione è ripresa dopo una lunga interruzione. Questa rivista di origine belga si è spesso contraddistinta per un’onestà intellettuale superiore alla media della concorrenza europea ma stavolta vorrei partire da un commento pubblicato da Xavier Daffe nel numero di febbraio-marzo, intitolato L’UE et la tentation de la panique. Si tratta di un testo che pretende di riportare razionalità nel discorso sull’elettrificazione ma che, a un esame più attento, finisce per riprodurre molte delle semplificazioni e dei cortocircuiti logici che dice di voler combattere.
Il primo problema dell’articolo è il suo impianto retorico. Il testo si apre evocando un presunto clima di annus horribilis per l’industria automobilistica mondiale — crisi dei chip, ristrutturazioni, pressione cinese, transizione elettrica costosa — per poi suggerire che il vero errore dell’Europa sia stato quello di lasciarsi prendere dal panico. Il paradosso è evidente: si accumulano elementi reali di crisi strutturale del settore per poi minimizzare le conseguenze delle scelte politiche che stanno aggravando proprio quelle fragilità.
In altre parole, il testo utilizza la crisi come premessa narrativa ma rifiuta di trarne le implicazioni logiche.
Un secondo punto debole riguarda l’interpretazione del regolamento europeo sul 2035. L’articolo insiste sull’idea che nessuno sarà “obbligato a rottamare la propria auto termica il 1° gennaio 2035”, quasi fosse necessario smontare una fake news. Ma questa è una classica confutazione di un argomento che nessuno ha realmente sostenuto nei termini caricaturali presentati. Il punto della normativa non è la rottamazione forzata delle auto esistenti – cosa che ovviamente non è mai stata prevista – bensì il divieto di vendita di nuovi veicoli con motore termico. Confondere (deliberatamente?) queste due cose significa spostare il discorso su un falso problema per evitare di discutere quello reale, ossia la sostenibilità industriale della transizione.
In questo quadro si inserisce anche un fenomeno che l’articolo si limita a citare da una sola sponda: il clima ideologico che si è formato negli ultimi anni attorno al tema dell’elettrificazione (…le grand public, abreuvé de la désinformation typique de certains réseaux sociaux…). Perché non riconoscere che nei social network il dibattito è spesso monopolizzato da gruppi di attivisti e commentatori radicalmente filo-elettrici che trasformano ogni discussione sull’automobile in una guerra culturale? Non si tratta di un confronto informato, ma di un tifo da stadio alimentato da slogan, semplificazioni e da una sorprendente quantità di disinformazione tecnica.
Una parte di questi ambienti – ho già avuto modo di rimarcarlo – manifesta inoltre un livore quasi militante nei confronti della tradizione automobilistica europea, come se un secolo di ingegneria motoristica fosse soltanto un errore storico da cancellare. Il paradosso è che molti dei più accesi sostenitori di questa narrativa dimostrano una conoscenza – diciamo così – estremamente superficiale della storia industriale dell’automobile e delle complessità tecnologiche legate alla transizione energetica. L’effetto è un dibattito polarizzato in cui chiunque provi a sollevare dubbi sulle tempistiche, sui costi o sulla sostenibilità della transizione viene immediatamente etichettato come nostalgico o negazionista.
Il terzo cortocircuito riguarda il ruolo dell’industria europea. L’articolo presenta alcuni segnali di adattamento – nuovi modelli elettrici, investimenti nelle batterie, gigafactory – come prova che la strategia europea potesse funzionare. È un ragionamento estremamente fragile. Il fatto che le aziende abbiano riversato nell’elettrico una quantità pazzesca di risorse non dimostra che la traiettoria sia economicamente sostenibile; dimostra semplicemente che le aziende stiano reagendo a un quadro normativo che le obbliga a farlo, probabilmente dopo aver favorito esse stesse le condizioni per una simile situazione politica. La differenza tra adattamento e successo industriale è enorme, ma nel testo viene completamente ignorata.
Ancora più discutibile è il passaggio dedicato alla concorrenza cinese. Accelerare unilateralmente la transizione verso l’elettrico in un momento in cui la filiera delle batterie è dominata dall’Asia significa, di fatto, trasferire una parte del valore industriale fuori dall’Europa e non è assolutamente detto che muovendosi prima i costruttori avrebbero potuto contrastare la crescita cinese.
E se davvero non era necessario alcun ripensamento strategico, perché queste correzioni sarebbero state apportate? Per compiacere certe lobby, è la risposta di Xavier Daffe. Quali lobby, quelle del petrolio? O quelle delle filiere legate a doppio filo alla meccanica endotermica? Domande lasciate in sospeso all’insegna della superficialità per non voler scomodare una certa malafede. L’argomentazione oscilla continuamente tra due posizioni incompatibili: difendere la linea europea come inevitabile e allo stesso tempo riconoscerne implicitamente le difficoltà.
Infine c’è un problema di fondo che attraversa tutto il testo: la totale assenza di una prospettiva industriale concreta. Non si parla dei costi di produzione delle auto elettriche rispetto ai modelli termici (maggiori o minori?), della redditività per i costruttori europei, della sostenibilità della filiera delle batterie o dell’impatto occupazionale della transizione. Tutti elementi decisivi per valutare una politica industriale, ma curiosamente assenti in un articolo che pretende di analizzare il futuro dell’automobile.
Il risultato è un pezzo che enuncia una “panique” dell’automotive europeo ma che in realtà sostituisce un dibattito complesso – nato in un contesto di margini in calo, concorrenza asiatica crescente, domanda di elettrico ancora fragile – con una narrazione fumosa.
Se c’è davvero una tentazione di panico nel dibattito sull’automobile in Europa, non è quella di cui parla l’articolo. È piuttosto la tendenza opposta, quella di minimizzare i problemi strutturali della transizione per non mettere in discussione le mosse politiche che li hanno generati.
