Prima parte di una serie di articoli a cura di Marco Nolasco che ritracceranno la storia e il ruolo delle scatole dei modelli diecast di antiquariato (il termine obsoleti è ormai ampiamente inadatto). E’ un gradevole e documentato viaggio nel tempo attraverso forme, colori e disegni, in cui emergerà la funzione primaria che le scatole hanno rivestito nella maggior parte delle produzioni (non dimenticando come questo tipo di modelli fosse concepito soprattutto per attirare un pubblico infantile). Ringraziamo Marco per il suo eccellente lavoro e iniziamo le pubblicazioni col periodo dal dopoguerra fino al termine degli anni ’50.
testo e foto di Marco Nolasco
Quando incominciavo a collezionare “macchinine” con un minimo di cognizione, quindi più di sessanta anni fa, le scatole dei modellini non avevano l’importanza che hanno adesso. Ricordo che all’epoca si diceva che la differenza di valore tra un modellino con o senza scatola era di circa il 20%, adesso vale più la scatola del contenuto! Allora spesso i negozianti gettavano i foglietti e i cartoncini interni di ritenuta (se non l’intera confezione) prima di esporre i modellini. E se non le gettavano i negozianti ci pensavano i genitori. Per questi motivi e anche per la loro intrinseca fragilità quelle sopravvissute non sono molte, soprattutto se perfette e complete. E questo, insieme ad una diversa consapevolezza del collezionista, influenza il loro valore.
Io, che mi risentivo quando mi consideravano un bambino che gioca con le macchinine perché in realtà ero un col-le-zio-ni-sta-di-au-to-mo-del-li (che pizza che dovevo essere!), ho iniziato quasi subito a conservarle, supportato per fortuna dalla mia famiglia, quindi la stragrande maggioranza dei miei modelli le ha, anche se non tutte perfette.
Le scatola e i loro accessori costituiscono la “carta di identità” del modellino, aiutano ad identificarlo e ci permettono di conoscerlo meglio. Si sono evoluti nel tempo come i modellini, da semplice contenitori del giocattolo a confezione complessa e riccamente illustrata che stimola la fantasia del bimbo fino a teca da esposizione sempre più elegante e raffinata. Ogni marchio cercava e cerca di renderle più attraenti di quelle dei concorrenti anche con disegni sempre più curati.
In questo periodo sono immerso in migliaia di scatole di tutti i tipi e di tutte le epoche perché sto mettendo via la collezione e mi è venuta l’idea di raccontarne la storia e l’evoluzione attingendo qua e là da quello che ho, senza pretese di esaustività e senza addentrarmi nella spinosa questione del corretto accoppiamento tra modello e scatola, che fa impazzire gli specialisti delle varie marche, in primis la Dinky Toys.
Inizio dalle più vecchie, siamo negli anni quaranta in casa Meccano, e, per ora, mi fermo ai primi anni sessanta. All’epoca i Dinky Toys di piccole dimensioni non avevano una scatola singola, ma venivano fornite al commerciante in scatole multiple, in genere da sei, ma non solo, che raramente venivano date all’acquirente. Le scatole multiple sono molto rare e io non ne ho.
I Dinky Supertoys invece, essendo più grandi, disponevano di una scatola tutta loro, all’ inizio di cartone naturale e poi colorato, con una fascetta incollata con l’illustrazione del contenuto e i dati identificativi. Si trattava di giocattoli di un certo pregio e ciò si rifletteva nella confezione. Chiamo a rappresentare questa epoca un un Foden DG 14 ton cisterna n. 504 uscito nel 1948 e un bulldozer Blaw Knox n. 561 uscito nel 1949, anche se il mio esemplare dovrebbe un poco più recente. Quando vidi nel primo film di Harry Potter la scena del negozio di magia e le scatolette delle bacchette magiche mi vennero subito in mente queste scatole Dinky Toys.




Nei primi anni ’50 la Dinky Toys iniziò a commercializzare tutta la gamma in scatole singole, ma quelle dei modellini più piccoli erano in cartoncino leggero con aperture ai lati, piuttosto semplici e dapprima senza illustrazioni, mentre quelle dei modelli più grandi rimanevano in cartone spesso con l’illustrazione del contenuto. La grafica diventava più ricercata con le note righe blu. Di seguito qualche esempio, la Land Rover del Mersey Tunnel del 1955 con la scatola bicolore giallo-rossa, il furgone Maudsley trasporto cavalli del 1953 nella tarda versione Supertoys n. 981, nella cui scatola si vede uno dei cartoncini di ritenuta opportunamente sagomato (l’altro manca) e l’articolato elettrico Hindle Smart sempre del 1953 in una scatola gialla con l’illustrazione.





Nel 1956 inizia una nuova era nel piccolo mondo dell’automodello pressofuso. Fino ad allora la Dinky Toys l’aveva fatta da padrona. La concorrenza non era in grado di impensierirla, né come ricchezza e varietà di gamma, né come caratteristiche del prodotto. Per questo probabilmente a Liverpool e a Bobigny si rilassarono rallentando l’evoluzione tecnica. Non era necessario investire troppo in innovazioni, bastava quello che si era sempre fatto, con modellini che rendevano perfettamente l’idea del reale grazie a linee e livree fedeli e realistiche, ma dai dettagli essenziali. Ai nostri occhi ciò dona un fascino enorme a quei modellini, quasi “artistici”, ad essi non servono troppi particolari, hanno tutto e solo quello che serve, ma allora erano solo giocattoli e un maggior dettaglio avrebbe potuto catturare l’interesse dei bambini. Questo aspetto fu ben chiaro alla Mettoy, che appunto nel 1956 lancia una gamma di modellini con i “vetri” in plastica trasparenti. Fu una rivoluzione che ben presto costrinse tutti ad inseguire, anche la Meccano. Questa innovazione fu poi seguita da molte altre che riguardarono anche le scatole e che portarono la Hornby al passaggio di proprietà nel 1964. All’inizio però le scatole dei nuovi Corgi Toys non erano particolarmente originali. Erano anzi piuttosto seriose, blu con l’illustrazione del modello, ma contenevano un pieghevole illustrato con la gamma dei modellini, che veniva via via aggiornato con le novità. Eccone uno della prima ora, il furgone Bedford “Daily Express” n. 403.

In realtà anche qualcun altro cercava di fare qualcosa di diverso. Mi riferisco in particolare alla Crescent Toys, che nel 1956-57 lancia una serie di dieci auto da corsa rifiniti con colori fedeli e venduti in attraenti scatole illustrate, ma uguali per tutta la serie. Ecco la Jaguar D type uscita nel 1957.


Comunque in Mettoy si accorsero che le scatole dei loro Corgi Toys non erano abbastanza “eye catching” e già nel 1957 la loro livrea divenne la notissima giallo-blu con due illustrazioni del modello. Le scatole della francese CIJ invece erano di un delicato giallino con quattro bei disegni d’ambiente diversi sui quattro lati poco adatti, a mio parere, ad attirare l’attenzione dei bambini. Ecco la Standard Vanguard III n. 207 della Corgi Toys e la Renault Dauphinoise Gendarmerie CIJ n. 3/69, entrambe del 1967.



Alla fine degli anni cinquanta nascono in Francia le prime iniziative dedicate ai collezionisti adulti che riguardavano modelli di auto antiche, ritenute probabilmente più adatte. Nel 1958 debutta la Desormeaux, che si ferma a due modelli, e soprattutto la R.A.M.I., che continuerà per tutti gli anni ’60 con modelli anteguerra. Le scatole sono piuttosto anonime, tutte uguali graficamente, ma di dimensioni diverse adattate a quelle del modello. Questa è la Sizaire & Naudin corsa del 1906, modello n. 8 del 1959.


Chiudo questa prima parte con un modellino esotico, la Toyota Corona PT20 della giapponese Asahi ATC del 1960, il n. 7S. Il modellino ha caratteristiche simili ai migliori europei coevi, ma con qualche finitura in più. La scatola è di un brillante rosso ed è caratterizzata dalle scritte in giapponese.

