Alberto Rastrelli 1937-2020

Alberto Rastrelli fu il primo presidente
della nuova Scuderia Biondetti. Eccolo al centro della foto. Da sinistra si riconoscono
Amos Pampaloni, Renzo Marinai, 
Fernando Cappelli e Carlo Mentelli. 

Ci ha lasciato Alberto Rastrelli, uno dei più competenti storici delle vetture sport italiane. Non mi è facile scrivere qualcosa su di lui perché è stato per più di vent\’anni un vero amico. Provo allora a scrivere quello che mi viene in mente, tanti flash di un periodo in cui le nostre strade si sono incrociate nel mondo dell\’automobilismo e in quello della vita di tutti i giorni. Conobbi Alberto nel 1999, quando lui aveva già pubblicato il suo primo volume, la storia completa di Gino e Lucio De Sanctis, edita da Enzo Altorio. La nostra amicizia si sviluppò per tutti gli anni duemila, con innumerevoli \”zingarate\” e visite a personaggi dell\’auto per interviste e raccolta di materiale: la De Tomaso a Modena una nebbiosa mattina di gennaio, le piste del Mugello e di Imola, gli archivi di Aldo Bardelli, Raffaello Rosati o di Pier Luigi Muccini, poi scomparso in circostanze tragiche, i costruttori Moreno Casalini, Giorgio Lucchini, Enzo Osella e tanti altri. Alberto aveva iniziato le sue ricerche molto tempo addietro per un\’enciclopedia dei piccoli marchi di vetture sport e prototipi, che più o meno riprendeva il filo dove l\’aveva lasciato l\’ingegner Curami col suo libro uscito per i tipi di Giorgio Nada. Il lavoro che Alberto conduceva era maniacale e per fortuna l\’aiutava la sua memoria di ferro, che non lo aveva mai abbandonato in un quadro di salute che per lui era sempre stato piuttosto critico. Aveva l\’appoggio della moglie Roberta e dei tantissimi gatti che abitavano nella bella casa di Viale Michelangelo a Firenze. Le sue ricerche erano accuratissime e negli anni aveva raccolto decine di faldoni dove ogni marchio era documentato da testi, disegni e foto d\’epoca. 

La sua dedica sul libro consacrato alla
storia delle Sport-Prototipo italiane. 

Naturalmente, dal punto di vista editoriale, l\’impresa era tutt\’altro che semplice: riuscì a pubblicare il primo volume, sempre grazie all\’ingegner Altorio, ma di metter mano al secondo volume non ne volle sapere. Troppo complesso e forse anche troppi compromessi da digerire, per lui che era qualcuno di molto categorico, poco propenso a cedere su certi punti fermi. Era collerico, generoso, impulsivo e intuitivo, amante dei libri e della musica cubana, di cui possedeva una ricca discografia. Amava anche mettersi a suonare le percussioni, nella sala del suo appartamento e approfondire la storia di un personaggio che lo coinvolgeva molto, Davide Lazzaretti. I ricordi personali – mi rendo conto – rischiano di prendere il sopravvento. Voglio ricordare qui Alberto come un espertissimo appassionato di auto (possedeva fra l\’altro una delle pochissime De Sanctis-Ford 1000 Sport) e di storia delle competizioni motoristiche, anche motociclistiche; nell\’atrio di casa, se non stavi attento, inciampavi in una moto Bartali che aveva corso la Milano-Taranto. Di lui ci restano i suoi due libri e i tanti articoli che aveva scritto prima per Auto d\’Epoca, poi per EpocAuto, l\’ultimo dei quali pubblicato giusto una decina di giorni fa. Nel 1989 fu il primo presidente della Scuderia Biondetti, che aveva chiuso i battenti nel 1976, e dopo dei dissapori con alcuni consiglieri se n\’era andato per rifondare la Piloti Fiorentini, che sarebbe arrivata ai vertici dell\’automobilismo storico italiano tra la fine degli anni novanta e i primissimi anni duemila. Venduta un\’Abarth, proseguì nelle cronoscalate al volante della sua De Sanctis. Avrò tempo per riparlare di Alberto, perché gli debbo davvero tanto.

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