L’esposizione del centenario al Museo di Le Mans

La qualità dell’esposizione organizzata da ACO e Peter Auto al museo di Le Mans in occasione del centenario della 24 Ore è davvero degna di nota. Già nei giorni scorsi su PLIT avevamo pubblicato la lista delle vetture, che provengono da musei e da collezioni private. Per la prima volta nella storia si trovano raggruppate nello stesso spazio tante vincitrici della gara e tante altre macchine che pur non vincendo hanno caratterizzato il loro periodo. Alcune delle vetture sono rare da incrociare, come la Ford MkIV del 1967 o la Gulf-Cosworth GR8 del 1975; altre si sono viste più spesso ma il colpo d’occhio generale è qualcosa di unico. E se per gli anni più lontani incrociamo vetture ricostruite e restaurate non di rado più volte, è sempre suggestivo ritrovare esemplari in condizioni perfettamente originali, corrispondenti al momento in cui hanno tagliato il traguardo. Conservare i pezzi in questo stato è parte di una mentalità più moderna, che ad esempio caratterizza le scelte dei musei Audi, Porsche e Toyota. Le vincitrici degli ultimi 12-13 anni si presentano quindi con tutti i segni della gara: graffi, tracce di pietrisco, screpolature e quella patina di polvere e grasso che impedisce quasi di riconoscere il colore della carrozzeria. Quella macchine non devono essere toccate, vanno sacrificate alla staticità perché ogni intervento ne diminuirebbe il valore. L’esigenza storica contrasta sovente con le logiche del mercato e del collezionismo, per le quali le vetture passano di mano e vengono utilizzate in un fiorente settore di manifestazioni storiche. Nessuno può impedire a qualche ricco panzone americano di andare a passeggio alla Le Mans Classic con una Jaguar Gruppo C segnando gli stessi tempi di una Ford Anglia guidata da un pilota vero ma pensare che vetture di questo valore dovrebbero essere tutelate come accade con altri oggetti è un’idea certamente utopistica (perché la preservazione è quasi del tutto incompatibile con un qualsiasi utilizzo pratico) ma forse – se è il filologo che ragiona – non del tutto peregrina sotto l’aspetto concettuale.

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