Donne e motori: influencer

di Riccardo Fontana

Il livello medio dell’informazione – ed anche un po’ il livello medio in generale – in questi ultimi anni è scaduto enormemente, fino a livelli che solamente pochi lustri orsono parevano impossibili da raggiungere.

Facciamo mediamente schifo, in poche e semplici parole: non mi soffermerò sul grado di qualità dell’informazione classica – quella cioè riguardante l’attualità – ma mi concentrerò sui nostri cari, vecchi, amati e (si spera) duri a morire motori, ben conscio del fatto che il problema scatenante il decadimento qualitativo dell’offerta sia lo stesso sia per l’informazione “canonica” che per quella a tema motoristico, e che sia inevitabilmente rappresentato dall’affermazione massiva dei social network.

Perché i social rappresentano un problema – per non dire una gravissima minaccia – per l’informazione? Molto semplicemente, perché rendono chiunque giornalista, e quando chiunque è un giornalista, va da sé come nessuno lo sia più.

E questo crea dei mostri.

Con i motori il problema è certamente più leggero, nel senso che non assistiamo alla creazione di “partiti di massa” dediti all’imposizione di lockdown su basi farraginose oppure pro-guerre imperialiste su e giù per il mondo quanto – al massimo – alla nascita di qualche pagina di disagiati convinti che la Delta o la 75 siano le migliori macchine della storia e, soprattutto, a quel fenomeno terribile ma allo stesso tempo disarmante che sono le donne che fanno le influencer motoristiche.

Signori, io le odio.

Così, a viso aperto.

Odio loro e odio quella ganga di farabutti come ******* e compagnia bella che invece di mettersi le mani laggiù come tutti hanno sparato al Vaso di Pandora con un 300 Remington da distanza ravvicinata.

Soprattutto, odio i milioni di cretini maschi – tutti rigorosamente sul limitare dell’ipovedenza per motivi che potete facilmente intuire – che non hanno nulla di meglio da fare che seppellire queste mentecatte inutili di like, fino a creare degli autentici paradossi, delle storielle che sembrerebbero troppo bizzarre per essere vere ma che invece, tragicamente, lo sono.

Dopo aver scoperto ormai un decennio abbondante fa Facebook, ho da poco scoperto Instagram (non male per un trentunenne, vero?), ed ogni tanto per noia o per apatia lo scorro, esattamente come ho fatto oggi, quando è caduta l’ultima goccia.

Mi appare una bionda, quattordici kg di trucco, boccoli perfetti, ad occhio e croce tredici anni ma il contegno giusto per essere la nipote minore di Mubarak, che fissa davanti alla telecamera del telefono si produce in una contumelia peggio della mia attualmente in essere contro i vertici della F1, rei di aver corso in Qatar facendo morire di caldo i piloti (anche se è già successo, come lei stessa ci ha tenuto a sottolineare).

Solita tiritera di luoghi comuni, vero? Nulla di nulla di interessante o costruttivo da condividere col prossimo, no? 

Vero, peccato che questa… Questa, abbia qualcosa come settantamilasettecento followers.

Settantamilasettecento.

Riuscite a focalizzare cosa siano settantamilasettecento followers?

Pavia ha poco più cinquantamila abitanti, e una ragazzina autoelettasi “esperta di F1” ha una Pavia e mezza di miserabili segaioli (oh, finalmente l’ho detto) che la seguono.

Che le permettono – perché questo è il dramma, e perché la massa critica dei followers è più che sufficiente – di vivere senza fare nulla, facendo finta di parlare di F1 manco fosse Giorgio Piola, con quel piglio da straccivendola di borgata completamente inopportuno, visto che costei sta alla F1 come il sottoscritto ai piani regolatori del Burkina Faso.

Follia.

Questa (nomi sempre e costantemente off-limits) è una, ma ce ne sono molte altre, a comporre un parterre de roi per palati finissimi: andiamo da quelle che girano in pista da cross mettendo i reel di quando si tirano su i pantaloni da cross con la Y del tanga a filo in bella evidenza, a quelle che si fanno filmare mezze nude con una chiave inglese sotto ad una macchina (quale uomo non smonta una marmitta di una 127 verde bottiglia in slip e top? Io lo faccio sempre, ad esempio), fino ad arrivare a quelle che, appecorate su una motoslitta, deridono dei ragazzi che guardano la motoslitta senza cagarsele, e ci diventano famose.

Signori, purtroppo c’è un purtroppo: qui parliamo sempre di emancipazione, inclusività, parità, e di tutto quello che finisce in “à”, tutti concetti bellissimi, se non fosse che vengano applicati ad un genere che non ne ha affatto bisogno: le donne hanno duemila frecce al loro arco contro le vostre due (e già dovete essere fortunati) solo per il fatto di essere donne: se voi vi mettete a fare le derapate con una Subaru con fuori l’ombelico gli unici che vi considerano sono i Carabinieri, e se vi mettere a pecora col tanga su un KTM 250 le uniche attenzioni che avrete saranno quelle della Buoncostume, ma in nessun modo questo potrà mai farvi vivere di rendita, per la qual cosa vi sarebbe bastato nascere donna.

E, per quelle particolarmente scarse che neanche mostrando il culo su una moto riescono a sfondare, c’è sempre la speranza di accalappiare un cretino che se le prenda e se le mantenga a vita, mentre voi col ***** che potete aspirare a trovare una che vi mantenga che abbia meno di novantatré anni (e già dovete essere belli palestrati per provarci).

Parità à la carte, perché queste cose le femministe 2.0 mica ve le raccontano, ma sono la sacrosanta verità, e sfido chiunque a confutarla circostanze alla mano.

La mercificazione della donna se la fa un uomo è esecrabile e condannabile, ma se la fa una donna “cazzo che figa quella lì, va in moto e ha pure un bel tanga”.

Benissimo, sappiate che fate cagare. 

E, notiziona, siete il trionfo supremo del patriarcato, visto che lo usate per mangiare.

Solo che chi vi scrive lo sa cos’è il patriarcato e sa cos’era il femminismo quando era una cosa seria, quando cioè c’erano le streghe in aula per il processo ai massacratori del Circeo a cantare “tremate tremate le streghe son tornate”, e voi non avete niente a che fare con tutto questo o col progressismo.

Siete solo stupide ragazzine senza né arte né parte che sfruttano degli uomini ancora più cretini.

E, piccolo consiglio: la vostra presunta “mancanza di uguaglianza” tenetevela stretta, che se non ci fosse potreste trovarvi a fare le muratrici in cantiere.

Col cappellino di carta e la cazzuola, senza short di jeans a pro di iPhone.

4 pensieri riguardo “Donne e motori: influencer

  1. Su uno dei tanti canali che trasmettono video musicali, giorni fa, ho incrociato il video di una cantante, notoriamente lesbica.
    Il video era pieno di ragazze “discinte” (si sarebbe detto una volta), ecco, lo avesse fatto un cantante maschio etero*, sarebbe scattato il putiferio.
    *Messo che ce ne siano…

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  2. Il problema è che queste cose – assolutamente sacrosante e sotto gli occhi di tutti – nessuno le dice.
    Quindi questa massa di ipocriti progressisti da menù hanno preso forza fino a coniare un mondo completamente delirante – che poi è quello in cui viviamo – perché nessuno o quasi gli ha mai detto “oh ma riprendetevi, che fate cacare”.
    Vogliamo dirlo che Hamilton è solo un cretino costruito in laboratorio che se solo Hugo Boss schioccasse le dita girerebbe col palo nel culo ma che assolutamente non crede in niente di suo (avendo, da bravo pilota “moderno”, le esperienze di vita e lo spessore culturale di una stufa a gas)? Vogliamo dire tutti in coro a Sophia Floersch che invece di attaccare la F1 “con nessuna occasione per le donne” dovrebbe darci più gas e farsi meno foto con la susina che sbuca dal bikini alle Seychelles? Eh cazzo, via…

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    1. ‘Orca vacca, finalmente trovo un “NON politically correct”. Hai espresso parte dei miei pensieri (incubi) ricorrenti sulla questa epoca edulcorata, finta e farsesca e sentirlo da una persona con la metà dei miei anni mi rincuora. Bravo. Ma si sa, io sono un complottista non-allineato non-trendy arcaico e anti modernista fuori moda e che i tempi sono così e che ti devi adattare ecc. ecc.
      E a proposito di piloti io c’ero quando Senna guidava con la mano insanguinata a Montecarlo. Ma che ne sanno questi babbei.

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