Tre Lancia inedite!

di Alessio Di Zoglio

Aspettando i tre nuovi modelli Stellantis, torniamo indietro tre decadi e godiamoci…

TRE LANCIA INEDITE!

… Per riflettere sul rapporto fra innovazione e tradizione stilistica.

Pubblicata nel 2015 su “AUTOritratto” – Fucina Editore, la tavola in apertura risale al 1992. Enrico Fumia, capo Stile Lancia dal 1991 al 1996 e autore del libro, immaginava tre nuove sportive: una coupé, una fastback e una shooting break. La commessa arrivava in parallelo a uguale richiesta fatta alla Pininfarina. Purtroppo, il mondo non ha ricevuto niente da quella specifica iniziativa, né dalla successiva proposta della Bertone, la Kayak (1); si è raffreddato davanti alla K Coupé (2), sfigurata dall’insensata riduzione del passo (imposta dall’AD) e riabilitata dalla mano di Fumia in alcune zone; si è riacceso per la Fulvia Coupé Concept del 2003 (3), armoniosa, proporzionata, formalmente ineccepibile, ma troppo asservita all’antenata; aspetta miracoli dalla Pu+Ra HPE (4), che non andrà in produzione e avrà l’arduo compito fornire lo stile a vetture di serie con dimensioni molto diverse.

Tutto ciò che si può guardare delle tre inedite sportive Lancia del 1992 è racchiuso nei pochi cm2 stampati a pagina 372 della sopra citata autobiografia, nel capitolo 18 “Lancia Stratos… feriche” in compagnia di altre due anteprime, che invito a scoprire; nessun modello fisico è stato mai creato. L’importanza di questa immagine passa dalla bellezza e dall’unicità dei figurini e arriva al centro di un tema d’attualità: la dipendenza del design odierno da rétro e altre forme di nostalgia. Che la lettura di questo articolo sia l’occasione per contemplare un futuro Lancia mai avvenuto e riconsiderare il nostro modo di leggere il passato.

(1) Lancia Kayak Bertone, 1995

(2) Lancia K Coupè, 1994

(3) Lancia Fulvia Coupé Concept, 2003

(4) Lancia Pu+Ra HPE, 2023.

Déjà vu? > Le contemporanee.

Le strade sono ancora piacevolmente arredate da molti esemplari di Lancia Y prima serie (5). Opera di Fumia in persona, la Y non è esattamente l’ispiratrice di queste coupè. Piuttosto ne è la sorella; condivide l’origine grafica, che è il periodo (da me arbitrariamente definito) “cuspidato” dell’autore: si tratta di molteplici giochi di intersezione tra archi che producono ellissi cuspidate; in esse trovano posto gli elementi funzionali della grafica, ossia fari, mascherine, prese d’aria, maniglie, tagli cofani e paraurti… Il manifesto di tale formula è la Ferrari F90 (6), dello stesso Fumia, few-off del 1988 su base Testarossa, pensata dapprima per il Salone di Tokyo del 1989, riservata poi al Sultano del Brunei, rimasta segreta fino al 2002 anche alla stessa Ferrari e da questa “riconosciuta” nel 2006.

(5) Lancia Y prima serie, 1995. Nel disegno in alto, si noti la presenza di una ellisse cuspidata in più, sulla fiancata, assente dal modello di produzione e mantenuta invece nella F90

(6) Ferrari F90, 1989. Un diverso uso delle ellissi cuspidate dà vita a un’altra espressività, questa volta non Lancia, ma Ferrari. L’impiego di tale grafica è qui più estensivo che sulla Y, tanto che ogni elemento della carrozzeria risulta da un’intersezione. Irriconoscibile la base telaistica Testarossa

Déjà vu? > Le antenate.

Oltre a manifestare la somiglianza grafica con Y e F90 (attributo visibile oggi, ma non nel 1992), questo trio nasconde la parentela con altrettanti modelli passati Lancia, che Fumia svela mediante le miniature in bianco e nero sulla stessa tavola: Fulvia (e Beta) Coupè, Beta HPE e Fulvia Sport Zagato. “Nascondere” è la parola chiave dei ragionamenti che queste righe vogliono suggerire.

La coupé a tre volumi grigia non ha praticamente niente di “trasportato” dalla Fulvia Coupé originale, neanche il tipico giro-porta “spezzato” e “appuntito” (8), ancora contemporaneo e facilmente riproponibile. Il volume dell’abitacolo è ora raccordato alla linea di cintura da una raggiatura morbida (13); non costituisce corpo a sé come prima. La linea-carattere di fiancata non è rettilinea e non ha uno scalino in sezione, ma diventa un arco, pure ammorbidito (8 e 13). La maniglia porta cromata è scomparsa (10); il montante B è inclinato al contrario (8). Le grafiche del muso e della coda sono poi linguaggi alieni (12 e 14). Eppure, quello “sguardo” sorridente ma aggressivo, ammiccante ma sfidante, passionale ma distaccato e al contempo molto femminile della Fulvia Coupé originaria è rimasto uguale. Le punte, i triangoli e le inclinazioni dinamiche già presenti sulla fiancata dell’antenata sono un’offerta su un piatto d’argento per il Fumia del periodo cuspidato (9). E il famoso posteriore concavo da motoscafo? Viene cancellato di netto e poi ricomposto nei volumi (non nelle linee) grazie al citato sistema di archi intersecati (15).

(7) Fulvia Coupè, 1965 e 1992. Nel nuovo modello il motore è presumibilmente trasversale a sbalzo, anziché longitudinale. L’abitacolo è molto avanzato e il cofano motore alto. La linea di cintura è discontinua e fortemente a cuneo. Le cromature sono bandite. Eppure, si riconosce al primo sguardo una Fulvia Coupé. Come fanno due disegni tanto diversi ad assomigliarsi così tanto?

(8) Linea di carattere dritta nel 1965, curva nel 1992 (rosso). Perimetro porta spezzato nella prima, continuo nella seconda (giallo). Montantino B inclinato all’indietro prima, inclinato in avanti poi (verde): quest’ultima tecnica, molto in voga tra i prototipi degli anni ’80 e ’90, permetteva di ridurre le dimensioni della porta senza sacrificare l’accessibilità

(9) La moltitudine di elementi appuntiti presente in entrambe le vetture aiuta a collegarle

(10) Troppo facile sarebbe stato applicare una maniglia cromata al nuovo modello per dargli un’aria neo-classica e stimolare il ricordo della vecchia coupè. Più intelligente e utile la soluzione qui adottata: l’elemento è perfettamente nascosto/integrato nel disegno ed è a filo carrozzeria, per ragioni aerodinamiche. Stesso trattamento riservato alla gemma del ripetitore laterale

(11) Il gioco di intersezioni ed ellissi cuspidate che divide la carrozzeria nei suoi elementi, tecnica derivante dalla F90. La linea di cintura (bianco); il giro porta (nero); le linee-carattere superiore (rosso) e inferiore (giallo); i perimetri frontale e posteriore (verde); la gemma e la maniglia nascoste (blu)

(12) Il ¾ anteriore evidenzia strutture geometriche agli antipodi: due volumi uno sull’altro per il 1965, un corpo monolitico per il 1992. Le grafiche dei frontali non sono minimamente sovrapponibili, eppure hanno quasi la stessa mimica facciale. Come è possibile?

(13) La nuova sezione trasversale è morbida, pur conservando l’evidente sporgenza della spalla (rosso). Nessuno scalino sulla linea di carattere, né su quella di cintura. Il perimetro del nuovo frontale è chiuso anziché aperto, ma conserva l’andamento sorridente (verde) e la V interna (giallo). Quest’ultima prosegue sul cofano e lo separa nettamente dai parafanghi, secondo uno schema di riconoscibilità Lancia studiato da Fumia sulle Aurelia e Ardea e impiegato per la Y

(14) La coupé grigia del 1992 non ha la coda tronca, né la pianta concava, né i fari orizzontali, tantomeno la cornice cromata, ma non può essere altro che una Fulvia Coupè. Perché?

(15) Anche se la pianta del nuovo retrotreno è convessa, la vecchia concavità è resa mediante la depressione ricavata sotto lo spoiler (rosso). Le sopracciglia alzate del 1965, dovute all’accenno di pinne sui parafanghi, ritornano nella punta superiore dei fari del 1992. Dunque non uguali a se stesse, ma “innovate” e “rinnovate”, secondo il gergo di Fumia. La V suggerita in principio dal bordo interno delle pinne (giallo) è indispensabile alla nuova grafica, sicché divide il baule dai fari. Si noti come un ultimo incontro di archi delimiti il nuovo paraurti e conformi la sua sporgenza. Coraggiosa e illuminata la scelta di abbandonare i fari orizzontali il luogo dei verticali: seguono semplicemente il flusso grafico della V, così calcano la sua espressività e non caricano il posteriore di troppi elementi diversi. A omaggiare i vecchi fari ci pensa piuttosto l’arco di fiancata che separa la plastica rossa da quella chiara

La fastback rossa ha la “schiena” gonfia e rotonda come molte Zagato, tra cui la Fulvia Sport della quale, però, non replica alcun segno (17). Facile sarebbe stato cedere alla tentazione di usare i vecchi fari esagonali; invece il nuovo figurino propone una geometria frontale inedita che si percepisce appartenere a una versione speciale, poiché più eccentrica della soluzione lineare adottata sulla coupè grigia (19). La base del finestrino posteriore volge in alto e accompagna il taglio del lunotto, suggerendo quel collegamento tra i due componenti sul quale spesso puntavano le Zagato e di cui godeva, a suo modo, la stessa Sport (17). Il taglio del paraurti posteriore scende di un livello, nel sistema delle ellissi cuspidate, in modo da favorire la funzionalità del portellone e dimostrare la duttilità del nuovo stile. I fanali di coda cambiano nella suddivisione dei colori rispetto alla tre volumi (22).

(16) Con poche modifiche alle curve e combinando diversamente le loro intersezioni, la coupé grigia del 1992 si trasforma nella fastback rossa, che rimanda chiaramente alla Fulvia Sport Zagato del 1965

(17) Il profilo fastback di entrambe (giallo) è caratteristicamente gonfio. L’accelerazione della linea di cintura (verde) è più accentuata sulla questa coupè rossa che sulla grigia, trattandosi di una versione speciale e di una rilettura del tipico stilema Zagato. Altro dettaglio “spinto” della rossa del 1992 è il profilo esterno del montante C (blu), curvato in controfase rispetto al deflettore posteriore: definisce un’ellisse cuspidata insieme alla silhouette (giallo) e sottolinea la bombatura del posteriore. Molto stravagante, ma adeguato a una carrozzeria esclusiva, il taglio arretrato della porta anteriore (rosso): può essere uno stratagemma per allungare visivamente il cofano e avvicinare le proporzioni del 1992 a quelle del 1965, nonostante il cambio di disposizione del motore, trasversale nel nuovo figurino e longitudinale nell’antenata. L’intenzione di salvaguardare i rapporti d’aspetto di fiancata traspare anche dal passaggio della linea-carattere attraverso l’arco ruota anteriore, nel 1992 (nero) come nel 1965 (bianco)

(18) Nessuna scorciatoia è stata presa per dare le sembianze della Sport alla nuova fastback rossa. Nessuna delle vecchie grafiche è copiata e incollata. Tutte le nuove sono inedite e frutto di fini ragionamenti, che danno un risultato inaspettato

(19) Se, al primo sguardo, le forme esagonali del 1965 sembrano abbandonate, un’analisi attenta le restituisce in veste semplificata: 3 lati contro 6, sia per la mascherina che per i fari. L’idea poligonale viene dunque conservata, ma riscritta in funzione delle punte, frecce, lance e V con cui Fumia esprime l’identità del Marchio.

(20) Nel 1992 come nel 1965, i fari sono congiunti da un disegno a doppia Y (rosso). Entrambi i frontali sono costruiti su due livelli (giallo). Notevole il recupero della gemma triangolare del ripetitore laterale (blu), perfettamente integrata nel faro della fastback rossa per mezzo dell’intersezione tra linea di carattere, paraurti e faro stesso

(21) Temerario e avanguardista il taglio del paraurti anteriore della nuova Sport. È inarcato verso l’alto, anziché essere piatto o rivolto in basso come di consueto. Nel 1992 soltanto alcuni paraurti posteriori sono inclinati all’insù, ma non ancora gli anteriori. Tale soluzione anticipa di circa dieci anni i nuovi disegni anteriori completamente integrati, la cui fuga non segue più la sporgenza frontale, ma sale dal parafango fino al cofano

(22) Nella Sport del 1992 si notino la prominenza del posteriore (giallo) e, coerentemente, la maggiore estenzione del portellone che guadagna qualche centimetro in basso sul paraurti, grazie a un diverso impiego delle intersezioni grafiche rispetto alla coupè grigia (rosso). La linea di carattere laterale (verde) termina in modo specifico sul faro della rossa, tagliandolo in orizzontale anziché in obliquo. Le luci targa trovano naturale collocazione in una ellisse cuspidata sotto lo spoiler (blu)

La shooting brake verde è istintivamente associabile alla Beta HPE sia per la formula di carrozzeria, sia per la continuità tra i fari posteriori, che ricorda la fascia satinata dell’HPE quarta serie (24). Variazione sul tema, quest’ultima, che basta e avanza a identificare l’allestimento esclusivo, senza bisogno di aggiungere le righe sul montante C o la veneziana sul lunotto. Il taglio del finestrino posteriore si velocizza appena sul punto di chiudersi, come nella HPE (24).

(23) Una shooting brake è una formula sofisticata di carrozzeria, che si permette di sfoggiare dettagli insoliti. Sia la HPE del 1975 (in foto una IV serie del 1981), sia quella del 1992 promettono un’esperienza ricca sotto il profilo estetico/funzionale

(24) Se nel 1981 è una fascia satinata a collegare i fari posteriori, nel 1992 è la plastica rossa a prendere tutta la larghezza, costruendo una grafica diversa ma dalle stesse linee di forza (giallo). Il tetto conserva un becco verso l’alto, all’attacco del portellone (rosso). La linea di cintura ne segue il movimento, all’atto di chiudersi sul montante C (blu). Il paraurti ha lo stesso taglio della coupé grigia, i fari la stessa suddivisione della rossa, il portellone una sagoma del tutto personale

Questi lavori sembrano la risposta alla richiesta: «Fammi capire che stai disegnando una Fulvia o Beta senza disegnare quell’auto». È come replicare con la foto di un divano graffiato a: «Dimmi che hai un gatto senza dirmi che hai un gatto». C’è una sorta di sineddoche esasperata che va oltre “il particolare per il tutto”: qui non c’è neanche più “il particolare” (un dettaglio stilistico replicato); si giunge a “il significato per il tutto”. Con il significato si induce l’osservatore a viaggiare autonomamente nella propria memoria, perché si stimola il suo personale ricordo, non gli si sbatte in faccia un ricordo preconfezionato e altrui; la ragione è che non si vuole forzare (quindi falsare) un processo tanto individuale. Se un nuovo stile viene sviluppato con questo metodo, probabilmente il pubblico prova un piacere doppio, sia per l’inedito, sia per la memoria.

Déjà vu? > La riconoscibilità Lancia.

Chi scrive si chiede: cos’altro nasconde questa tavola? Come fa a convincerelo di essere di fronte a tre sportive Lancia prima ancora che egli guardi le miniature sullo sfondo e lo stemma in alto? Come mai questi figurini sembrano beneficiare di una riconoscibilità di Marca trasversale alle epoche e indipendente dai suggerimenti dell’autore (che sono miniature e stemma)?

Alla presentazione della Y del 1995, Fumia rivelava che il disegno esterno e interno fosse pervaso di simbolismo Lancia. Le terminazioni a V di cofano e portellone rileggevano la divisione cofani-parafanghi di Aurelia e Ardea. Il paracolpi arcuato perimetrale riproduceva la traccia di un lancio del giavellotto, quello contenuto nello stemma Lancia. L’insieme di curve e controcurve generava naturalmente delle ellissi cuspidate, riprese coerentemente nell’abitacolo, dove la simmetria del disegno suggeriva di collocare al centro la strumentazione e citare ancora la tradizione (25).

(25) Un estratto del pensiero di Fumia sul Ciclo di Riconoscibilità Lancia, da cui scaturisce la Y

A me piace vedere, sia nella Y che nelle tre sportive inedite, le linee di costruzione dello stemma scudetto Lancia: archi a raggio costante e molto tesi che si incrociano in spigoli netti e racchiudono aree più o meno schiacciate, ma tutte con la stessa espressività dagli occhi sorridenti.

La peculiare tecnica “Quadrifrontale” di Fumia, che consiste nel ripetere grafiche uguali, simili, coerenti o almeno derivate sulle quattro facce della carrozzeria, aiuta a riconoscere la vettura da ogni angolazione; se poi il disegno contiene specifici segni identitari, ecco che tutta la linea è intrisa di inconfondibile appartenenza al Marchio. È per questo motivo che i tre figurini sulla tavola sono facilmente riconoscibili come Lancia e solo come Lancia. Si prenda per esempio il faro posteriore della coupè grigia: fuori contesto, non avrebbe niente a che fare con il celebre gruppo rettangolo-rettangolo-cerchio della Fulvia Coupé; perché, dunque, lo ricorda tanto? La risposta può essere la seguente. Innanzitutto è un simbolo Lancia, per via dello stesso taglio a V di Aurelia, Ardea e Y e delle intersezioni di archi riprese da giavellotto e scudetto (25). Poi ricorda la Fulvia Coupé, grazie alla sezione longitudinale concava del posteriore che lo incornicia e reinterpreta lo stile motoscafo (15). Si tratta di avere fiducia nel potere espressivo di pochi tratti stilistici iconici (Fumia lo chiama “Icon Design”) e spingersi oltre i limiti della prudenza e dell’autoconservazione, operazione oggi impraticata se non addirittura invisa.

Gli esterni della Fulvia Coupé Concept del 2003 furono un lavoro prodigioso quanto a proporzioni e armonia: dover dare un tetto non fastback alla Fiat Barchetta, senza che il montante C fosse troppo verticale e il baule troppo corto, sarà stato spaventoso. Quanto a inventiva stilistica, il prototipo fu tenuto timidamente un passo indietro all’antenata: il Centro Stile trasportò le stesse grafiche dalla vecchia alla nuova Fulvia, adattandole a forme e dimensioni variate; uniche deroghe, il bordo dei fari anteriori che saliva sul parafango, anziché tenersi sotto la venatura perimetrale, e i fari posteriori che erano a sviluppo verticale, non più orizzontale (26).

(26) Con grande armonia, le grafiche del 1965 (in foto una Coupé III serie del 1973) sono redistribuite nel 2003 sul telaio della Fiat Barchetta. La venatura di fiancata, la maniglia cromata, il giro porta spezzato, il montante B sottile, la presa d’aria e lo spigolo trasversale sul cofano motore, la mascherina anteriore che si sviluppa sotto la venatura perimetrale, le quattro prese d’aria inferiori, il perimetro della coda tronca, il taglio del baule e l’elemento circolare dei fari posteriori: sono tutte repliche fedeli. Il vanto di questo approccio stilistico al passato sta proprio nel riuscire a cambiarlo il meno possibile. Viene da pensare che, se si potesse, si rimetterebbe in produzione direttamente il modello originale. È questo pensiero che, in sintesi, definisce la moda del rétro. Divertente per alcuni appassionati e profittevole per altrettanti Costruttori, ma non senza controindicazioni. Il limite sta nella dichiarazione implicita che il vecchio resti sempre e comunque meglio del nuovo. Quest’ultimo altro non è che un servile dazio, senza idee, ambizioni, personalità, futuro, arte, né parte. Un bel falso ideologico, che non avrebbe valore o significato se non esistesse il modello originario

La differenza d’approccio tra il 1992 (tavola in esame) e il 2003 (Fulvia Coupé Concept) viene riassunta proprio dal faro posteriore, in entrambi i casi audacemente girato in verticale. Mentre quello del 1992 è sicuro della propria identità come Lancia e come Fulvia Coupé, grazie al contesto grafico in cui si trova (V e concavità marcate), quello del 2003 ricorre al “prestito” del famoso componente circolare originale, per essere riconosciuto: senza tale correzione, forse apparirebbe estraneo alle linee di contesto, così fedeli alle originali. Questo confronto può dimostrare quanto sia illusorio il pensiero di replicare fedelmente un modello per conservarne spirito e consensi: più la riproduzione è puntuale, più si nota il tentativo di falso. La Coupé 2003 avrebbe voluto brillare di luce riflessa, invece ha patito l’ombra dell’antenata. La Coupé 1992, al contrario, se fosse stata prodotta avrebbe brillato di luce propria (siccome inconfondibilmente Lancia) e riacceso i riflettori sull’ava (perché inconfondibilmente Fulvia Coupé).

(27) Due modi diversi di riportare in vita la Fulvia Coupé del 1965: la replica/rétro/neoclassica del 2003 e la rilettura/innovazione/rinnovamento del 1992

(28) In evidenza (blu) le “aggiunte” al disegno di base, che guidano l’osservatore all’identificazione del modello. Ben tre nomi riportati sulla Concept del 2003, abbinati all’elemento circolare additivo sul faro. Solo un piccolo stemma, invece, per la coupé grigia del 1992, incastonato nello spoiler

(29) Spogliata delle “scorciatoie”, la Concept del 2003 cambia aspetto e fatica a esprimere l’identità di Lancia, ancora più quella di Fulvia Coupé. Si perdoni l’irrispettosa ironia: sembra piuttosto una piccola Chrysler 300C… La sottrazione operata sulla coupé grigia del 1992 è invece impercettibile

Il modo di Fumia per collegare passato e futuro è uno dei tanti metodi teoricamente possibili, ma uno dei pochi di comprovata efficacia: ne hanno giovato l’Alfa Romeo e la Lancia, con il successo commerciale di modelli che sono diventati a loro volta riferimenti storici dei rispettivi Marchi e del design tutto; scelte manageriali avverse hanno invece precluso tali benefici a Ferrari, Fiat e altri.

Come purtroppo noto, la stessa Lancia ha preferito fermare il nuovo corso stilistico della Y prima serie (pre-restyling) e, con esso, la propria rinascita. Oggi presenta la scultura Pu+Ra Zero e il prototipo Pu+Ra HPE, con cui proclama il suo “Rinascimento”. Sta ai tre nuovi modelli Stellantis onorare la grande promessa. Saranno le nuove Ypsilon, Gamma e Delta a dover tradurre nei fatti le parole spese per la tradizione e l’innovazione Lancia.

Rammaricato che la rinascita Lancia non si sia già compiuta sotto la direzione stilistica di Fumia, spero di fare cosa gradita agli appassionati di stile, mostrando questi disegni, e di stimolare un confronto di idee tra i lettori, con le argomentazioni fornite.

Certo sia di ausilio all’analisi di queste righe, deisdero condividere il modello 3d da me realizzato due anni fa sulla base del figurino di coupè grigia. Mosso dall’ammirazione per la bellezza del disegno e dalla frustrazione per non avere che una piccola immagine da contemplare, decidevo di sostituirmi alla Lancia e realizzare da solo un modello fisico, seppur virtuale. Prendevo a riferimento il piano di forma della Lancia Lybra (il più probabile che la Fiat potesse usare) e gioivo vedendo che passo e sbalzi già coincidessero con la bozza di Fumia. Sovrascrivevo un nuovo piano di forma e costruivo un modello poligonale del quale verificavo l’abitabilità al 95° percentile. Festeggiavo così i 30 anni dal figurino originale, potendo finalmente guardarlo e riguardarlo da vicino e da ogni angolazione (30).

(30) Il figurino grigio, su cui ho scelto di lavorare perché sono legato personalmente alla Fulvia Coupé, prende lentamente forma sulla terza dimensione. Il profilo di Fumia è un omaggio alla copertina di AUTOritratto. Finalmente il render 3d viene osservato idealmente sul marmo di un centro stile. Su di esso ho riprodotto il Mimos, brevetto di tergicristallo a scomparsa descritto nella autobiografia. Nonostante contenga parecchie mie interpretazioni personali, di cui mi pento, questo modellino dà ancora bene l’idea del prodotto finito. Invito i lettori a guardarlo bene e riflettere su quante belle auto la Lancia abbia scelto di non produrre negli ultimi 30 anni

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