Dugu, élite di provincia

testo di Riccardo Fontana / foto di David Tarallo

Pensando al panorama automodellistico italiano degli anni sessanta, la mente corre inevitabilmente a firme mitiche come Mercury, Mebetoys e Politoys, protagoniste indiscusse di un mercato mai più vitale di allora con le loro serie di modelli riproducenti auto – per l’epoca – contemporanee, che sapevano far sognare i bambini e stuzzicare la fantasia degli adulti come in pochi altri casi si è visto.

Non è però così automatico, sia per i soggetti trattati che per il livello decisamente altolocato delle loro realizzazioni, pensare a marchi come Rio e Dugu, che pure hanno rappresentato degli unicum a livello mondiale nel microcosmo dell’1:43.

Della Rio si è già trattato su PLIT1, ed è quindi l’ora di addentrarci nell’affascinante mondo delle veteran a firma Dugu, probabilmente ancora più dettagliate ed elitarie di quanto non fossero le Rio.

La Dugu nasce per volontà di Bartolomeo Chiodo nel 1961, in un luogo dalla tradizione modellistica pressoché nulla, Varallo Sesia, in provincia di Vercelli.

I modelli trattati dalla Dugu, che come recitavano le iscrizioni sulle scatolette erano “ricavati dalle vetture esposte al Museo dell’Automobile Carlo Biscaretti di Ruffia di Torino, o eseguite con la sua consulenza”, erano per loro stessa natura rivolte ad un pubblico molto più adulto, essendo per l’appunto riproduzioni di auto di inizio novecento – quando non addirittura di fine ottocento – e per di più dettagliatissime, tutt’altro che economiche, e decisamente molto fragili e scarsamente maneggiabili.

Il primo modello della firma del gufo (Dugu è per l’appunto il nome di uno dei due cantoni di Varallo, e nel dialetto locale significa proprio gufo, come il simbolo del marchio sta ad indicare) è stato la Fiat Tipo 4 Torpedo del 1911, seguito a breve distanza dalla Lancia Lambda quinta serie del 1928, dalla Fiat cosiddetta F-2 Grand Prix del GP di Francia del 1907, dalle rispettive versioni aperte della Tipo 4 e della Lambda, e dalla Itala Palombella della Regina Madre Margherita di Savoia: si trattava modelli stupendi anche se guardati con gli occhi di oggi, che non denunciano affatto i loro anni e, tutto sommato, risultano parecchio superiori ai modelli Rio, che inizialmente erano addirittura distribuiti da Dugu con scatolette proprie.

In questo intreccio di uomini e di marchi, è importante rimarcare come le fusioni di zamak dei Dugu fossero operate dai Tattarletti, e che proprio come i Rio (strano, vero?) i primissimi Dugu tendano a soffrire di metal fatigue in modo abbastanza diffuso, nonché di plastiche non sempre all’altezza della situazione.

Il successo di vendite, pur buono, non fu mai al livello di Politoys e Mebetoys, né probabilmente era nelle previsioni di Chiodo che lo fosse: un Dugu costava, nel 1962, circa 2000 Lire, che erano tutt’altro che poche se pensiamo che un APS-Politoys in plastica non arrivava a 300 Lire e un Dinky France a stento sfiorava le 1000 Lire.

Oltretutto, la fragilità intrinseca di questo tipo di modelli, assai più vicini ad un odierno resincast o die-cast di fascia alta per concezione e declinazione d’uso che non a giocattoli per bambini, rendeva molto probabile un loro danneggiamento precoce, spesso volte prima ancora che arrivassero nei negozi, limitando ulteriormente la diffusione di esemplari perfetti, che infatti oggi sono particolarmente difficili da trovare.

Presto, alla gamma Miniautotoys originaria si aggiunsero la gamma Museo, contenente altri modelli in veste semplificata di vetture custodite nel Museo Biscaretti di Ruffia di Torino (in verità si trattava di modelli estremamente più semplici dei Dugu “classici”, ed a parte qualche caso come la Cisitalia 202, la Topolino A, o la Lancia Theta, anche decisamente poco attraenti), e la gamma cosiddetta commerciale, che conteneva trattori e veicoli da lavoro, che avrebbe inaugurato un filone destinato, attraverso una certa alternanza di marchi, a perdurare nel tempo.

Nel 1973 la Dugu cessò la produzione appena prima di uscire con la riproduzione della Fiat Mefistofele, che venne comunque prodotta in un numero limitato di esemplari ad opera di Zeppelin di Emilio Re, senza nomi sul fondino e sulla scatola che potessero richiamare alla Dugu.

I bei camion Fiat moderni, nonché i trattori e gli altri veicoli commerciali, continuarono ad essere prodotti sotto marchi quali SISPLA, per poi trovare spazio nel catalogo della Old Cars di Quarona Sesia, che si fatto era un vicino di casa della Dugu.

E oggi? Oggi i modelli Dugu sono decisamente molto quotati, ovviamente a patto di parlare di modelli intonsi e dotati di scatola, e come si è detto è un’impresa non da poco trovare ed accaparrarsi simili modelli.

Certamente ne vale la pena: come molte altre cose, sono forse molto più belli oggi di quanto non lo fossero all’epoca, e rappresentano appieno la mentalità piccolo-artigianale e la genialità realizzativa italiana, un paese in cui nel 1963, in una frazione di campagna dedita a riso ed uncinetto, potevano nascere realtà in grado di produrre una Itala Palombella in scala 1:43 con le maniglie delle porte a forma di Aquila Sabauda, una cosa decisamente aliena.

Una cosa, aggiungerei, che certi attrezzatissimi service orientali odierni non sarebbero in grado di eseguire nemmeno con un operatore occidentale a tenergli la manina senza combinare disastri madornali.

  1. https://pitlaneitalia.com/2023/09/30/considerazioni-sui-rio/ ↩︎

2 pensieri riguardo “Dugu, élite di provincia

  1. Oggi si può produrre solo in Cina, evidentemente i costi sono talmente bassi e, conseguenzialmente, gli utili così alti, da scoraggiare qualsiasi iniziativa imprenditoriale qui, nella vecchia Europa.

    E senza le solite scocciature burocratiche

    Alfonso Marchetta

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