testo e foto di Riccardo Fontana
Ormai sta diventando un filone abituale per PLIT: gli obsoleti elaborati all’epoca, del resto, sembrano interessare molto i lettori, e certamente si portano dietro un carico di fascino non indifferente, simboli di un’epoca che era più semplice in tutto (ci torneremo), più spensierata, più economica, ma non meno soddisfacente, per molti aspetti.
Si elaborava di tutto, anche i modelli apparentemente più improbabili: facile – tutto sommato – ricavare qualcosa di ottimo da un Solido o da un Dinky, ma da un Politoys Export?
In realtà, un Politoys Export era solo molto meno rifinito di un Solido o di un Dinky, ma spesso aveva linee esatte e, almeno nelle sue prime declinazioni, ottime ruote, e quindi nulla vietava di elaborarne uno per ricavare un modello particolare non reperibile altrimenti, com’è stato per la Ford GT 40 “J-Car” che potete vedere nelle immagini.



La J-Car, nelle intenzioni della Ford, doveva essere l’estremo sviluppo dello sport prototipo destinato a vincere la cosiddetta Guerra Ferrari-Ford, e della GT 40 ben poco aveva effettivamente: aveva il motore 7000 V8 da 520 CV derivato NASCAR che equipaggiava le MK II, accoppiato ad un cambio a sole due marce (d’altronde, con la coppia spaventosa che aveva…) ed inserito in un telaio monoscocca in alluminio molto avanzato. L’aerodinamica era molto carente, tanto è vero che l’auto non corse mai: venne presentata ai test preliminari della 24 Ore di Le Mans del 1966 che venne poi completamente dominata dalle GT 40 MK II artefici del celeberrimo e controverso arrivo in parata, e poi costò la pelle a Ken Miles nel corso di un test privato condotto da Shelby American sul circuito di Riverside.
Un fallimento di auto, dunque? Non proprio: con coda e muso ridisegnati e poche altre modifiche (il cambio) la J-Car divenne la MK IV che vinse comodamente le uniche due corse cui prese parte, la 12 Ore di Sebring 1967 con Mario Andretti e Lucien Bianchi, e la 24 Ore di Le Mans dello stesso anno con Dan Gurney e A.J. Foyt, terrorizzando la FISA per le velocità spaziali che il suo grosso V8 da sette litri le permetteva di sviluppare sull’Hunaudières (e non avevano ancora visto le 917 a coda lunga…), tanto da indurre un rapido e molto discusso cambio di regolamenti per la stagione successiva.
La J-Car, essendo una macchina praticamente misconosciuta, non vincente e francamente nemmeno molto bella, non ha mai goduto particolarmente dei favori dei produttori di automodelli: se le GT40 tradizionali, MK II o IV che fossero sono state riprodotte molto ed a tratti molto bene, lei com’è anche ovvio che sia è passata praticamente inosservata, se non per il modello Politoys della serie Export che mi stato la base di questa elaborazione.
La GT-J Politoys così come da produzione appare grossolana (anche nella prima versione con le ruote in gomma), ma in realtà ha delle evidenti qualità di forma: in pratica, è grossolana e sgraziata, ma è la vettura reale ad esserlo, quindi tutto sommato a linee si difende, mentre i dettagli sono molto poveri e giocattoleschi, con una verniciatura bianca uniforme, nessun dettaglio colorato a parte, e solo alcune grosse decals generiche di carta a completare una decorazione di pura fantasia.
Eppure c’era, e con poco era possibile ricavarne un signor modello, sicuramente più bello in proporzione di quanto non fosse la GT 40 MK I Solido (abbastanza terribile).
Ecco, questo modello – recuperato in settimana da un lotto di vecchi modelli elaborati da Tiny Cars, contenente alcune stranezze su cui forse sarà il caso di tornare – nasce proprio da questa filosofia, dall’ottimizzazione di quel poco che il mercato poteva offrire nei primi anni settanta, le elaborazioni personali con Autosprint aperto sulle ginocchia, che così tanto aggiungevano alla passione ed alla competenza dei collezionisti.
Il modello non si presentava in ottime condizioni: aveva qualche chip di troppo e, soprattutto, a fronte di una decorazione perfetta (la cui origine mi sfugge, ma certamente sono decals prodotte da qualcuno) aveva alcuni dettagli verniciati a pennello come la presa d’aria anteriore o le tre superiori, mentre altri come i grossi fari rettangolari o la parte inferiore del cofano posteriore erano totalmente bianchi come da modello Politoys.






Erano stati anche aggiunti i finestrini, un particolare che sicuramente fa a pugni con il fatto di non aver neanche dato un punto di rosso ai fari.
Detto fatto, per prima cosa sono state ritoccate le piccole chippature che qua e là affioravano un po’ dappertutto, e poi sono stati aggiunti i ritocchi di colore su fari, sfoghi e meccanica che ancora mancavano, oltreché sulla scritta Ford in rilievo sull’anteriore.


Il risultato è questo: non sarà uno Spark, ma ha indubbiamente il suo significato e possiede una sua resa.
Continueremo, per il vostro tedio, a proporvi modelli come questo: saremo strani, ma tutto ciò ci piace, e dal gran numero di contributi analoghi che arrivano dai lettori, siamo in buona compagnia.




Nota: un’elaborazione più recente dello stesso modello l’ha presentata su PLIT Marco Nolasco. Link: https://pitlaneitalia.com/2024/04/01/a-proposito-di-ford-gt-j-politoys-unelaborazione-recente/

Questa elaborazione è un classico per quelli della mia età. La feci allora e la ripresi qualche anno fa cercando di mantenere lo spirito di quell’ epoca.
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