Devo dire che noi media siamo privilegiati. Hospitality, sale stampa, agevolazioni varie rendono le trasferte non dico facili ma almeno un minimo confortevoli. Da tempo immemorabile non affronto una gara nei panni dello spettatore, né penso che lo rifarò una volta che la mia vicenda professionale sarà conclusa. Però può essere istruttivo e interessante capire cosa sia una gara pesante come la 24 Ore di Le Mans sfidata da semplice visitatore. E se si tratta della prima volta, la cosa può essere ancora più intrigante. Lascio quindi spazio a una serie di scritti di Riccardo Fontana, che pubblicherà una sorta di Diario di Le Mans 2024, a perenne monito per chi vorrà tentare l’avventura… the hard way, come avrebbe detto Perry McCarthy. [David Tarallo]
testo di Riccardo Fontana
Quattro del mattino.
È giugno, domenica 16 di giugno.
Piove, tira vento, fa un freddo terrificante: un clima che – in gergo metereologico – si potrebbe tranquillamente definire “demmerda”.
Sono accampato nell’unico posto vagamente coperto che sia dato trovare, una panca di legno sotto al tendone di un bar dietro alle tribune principali, sul traguardo, uno di quei posti che vendono panini discutibili a diciotto euro.
Vaneggio, non ragiono benissimo: un po’ dormo, un po’ anche no, e con un occhio seguo la corsa dal maxischermo che troneggia appena fuori dalla tenda del bar.
C’è la safety car dalle undici e qualcosa della sera prima, evidentemente deve esserci stato un mega incidente con cadaveri, sangue e budella sparpagliate per tutto l’Hunaudières, altrimenti non si spiegherebbero quasi cinque ore di safety car consecutive, ma lo speaker è calmo, sereno, e continua a snocciolare dati e curiosità con una gioia innaturale, fino a quando – dal nulla – se ne esce con una pausa seguita da un tombale “…Et bon, je n’ai plus rien à dire, les amis”, che in realtà è la miglior fotografia possibile della situazione che stiamo vivendo.
Luca – il mio compagno di viaggio – è pressoché morto: sta dormendo seduto su un’altra delle panchine accanto alla mia, acciambellato in un k-way che gli fa da micro-tenda.
“Beato lui che dorme…”.
Con noi una platea di altre persone, accampate nei posti e nelle posizioni più disparate, a comporre un mosaico a metà tra una trincea di Verdun e la stiva della nave di Carola Rackete.
A tratti ho gli occhi aperti, ma non capisco benissimo: ad un certo punto mi sposto in tribuna coperta, non ci potrei andare ma me ne sbatto allegramente le palle, trattasi di risarcimento per le copiose ore di safety car.
Accidenti a Greta ed alla buona qualità dei prodotti Durex…
La ruota panoramica, illuminata, si erge poco oltre le chicane, ogni tanto sento passare le macchine allineate dietro alla safety, a volte non le sento più, e quando mi riprendo non capisco mai se si siano fermate per una neutralizzazione o se si sia semplicemente trattato di sonno.
Già, ma come siamo finiti in questa landa desolata e spazzata da vento acqua e gelo?
Perché ci siamo finiti, soprattutto?
Tutte ottime domande che – se avrete lo spirito e la curiosità di seguirci – vi racconteremo, componendo un mosaico che si dipanerà lungo la prima volta alla 24 Ore di Le Mans di due semplici appassionati, e di tutto quello che ne consegue.

ci siamo passati più o meno tutti! Però un posto per dormire c’è lo siamo sempre ricavato (auto tenda appartamento hotel). La prima volta è comunque indimenticabile. E quest anno in modo particolare, ritengo. Safety car a parte
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