Testo e foto di Riccardo Fontana
I modelli giapponesi sono un pianeta ancora relativamente inesplorato, se paragoniamo i fiumi di inchiostro dedicati ai giganti del settore al – relativamente – poco che sin qui è stato dedicato al panorama nipponico dell’1:43, e per quanto molto sia (più o meno conosciuto) non c’è mai la conoscenza vera e totale di un pezzo come la si potrebbe avere di un Dinky, di un Solido o di un Mercury: i modelli giapponesi, per così dire, si imparano quando si acquistano, ed è logico che sia così, data la loro cronica scarsa diffusione dalle nostre parti.
L’acquisto saliente della borsa di Novegro di domenica 8 è stata – forse – una bella Lamborghini Jota della Sakura in scala 1:43, recuperata in extremis poco prima dell’uscita dallo spazio espositivo.
Che dire di questo modello? Innanzitutto una cosa salta inequivocabilmente all’occhio: è un simpaticissimo clone della Miura Solido Serie 100.
Certo, è stata modificata per ottenere la versione Jota resa celebre dagli esperimenti di Bob Wallace nei tardi anni sessanta, ma è e resta una derivazione stretta del Solido, e dettagli come le linee generali, le ruote (inconfondibili), le cerniere dei cofano, e soprattutto la ruota di scorta e la struttura scatolata a supporto del motore non mentono assolutamente: chi si dovere è partito dalla bella Miura di Solido, ancora oggi un must (peraltro molto quotato e molto difficile – ahimè – da trovare) per tutti i collezionisti del genere.
Per contro, nonostante le modifiche, la Miur… ehm, la Jota rispetto al Solido ha perso le ruote anteriori apribili, e nonostante delle modifiche di stampo più che buone non ha guadagnato dei parafanghi posteriori allargati, restando fondamentalmente la P400 riprodotta da Solido, quindi stretta.
Si tratta comunque di un gran bel modello, che tradisce anche nella conformazione della scatola (con il cartone interno con la scritta posta superiormente, in pieno stile tarda Serie 100-Serie 10) la sua parentela concettuale con la produzione Solido, che all’epoca era veramente il faro assoluto nel mondo dell’1:43.




Sono quelle stranezze che sono un po’ il sale di ogni collezione di obsoleti che si rispetti, cose che sono veramente in grado di raddrizzare una grigia domenica di pioggia.

È un modello questo che riporta ad un’epoca in cui i giapponesi si comportavano un po’ come i cinesi di oggi, copiando quanto di meglio veniva proposto in Europa in un determinato campo, anche se la mentalità giapponese non è mai stata – né mai sarà – nemmeno vagamente confrontabile con quella cinese: se da un lato la cultura giapponese porta per sua stessa natura ad un miglioramento – o comunque ad una caratterizzazione – quasi istantanea del prodotto con l’estremizzazione di certe caratteristiche, quella cinese è incentrata sulla copia “brutale” e spesso incompetente di quanto viene preso a modello.







E questo, per noi occidentali, è un bene, perché se i cinesi iniziassero a produrre con la mentalità giapponese – con tutte le risorse che hanno – cancellerebbero il resto del mondo in sei mesi…
