“Razzolando riemerge la storia!”. Un paio di giorni fa, parlando su WhatsApp con un amico collezionista, ricevo le foto di una Porsche 934 di Hamore (lupus in fabula) e di un’altra 934, di MRE, che giustappunto del modello prodotto da Hamore è il parente stretto. Poi l’amico mi manda un’altra immagine, della famosa Lola di Evrat. “Certo – conclude – che hanno un sapore che le Spark oggi non hanno”. Lui ha vissuto in prima persona le due epoche: quella degli Evrat, degli MRE, dei primi AMR e così via, ma anche quella dei resincast cinesi che oggi spopolano.

Lungi da me ripetere le solite argomentazioni a vantaggio degli uni e degli altri. Questa, ben più parziale e semplificata, è una riflessione personalissima che viene pubblicata su PLIT senza nessuna connotazione particolare. E’ un semplice ragionamento ad alta voce.
Proprio in questi giorni sto maneggiando alcuni GP Replicas in 1:43 da vendere. Aprendo le confezioni per fotografarli, mi colpisce l’idea di lusso che vogliono trasmettere. Basette in ecopelle, cencino di protezione, scatola, protezione di cartone e controscatola. Neanche ci fosse dentro un Momose. Certo, in questo modo i modelli non rischiano di rompersi e tutto sommato va bene così. Però ci vedi la voglia di stupire, forse di abbacinare il collezionista non necessariamente inesperto. Dentro, una Ferrari 126 C2 del 1982 (ho anche una 126 CK dell’anno prima). La qualità, direi anche i materiali, è la stessa degli Spark o dei Looksmart. Stesse raffinatezze, stesse ingenuità. Sembra di avere a che fare con quei ristoranti finti snob che passano con una facilità incredibile dal più ostentato elitarismo alla più becera caduta di stile.
E tutto questo tramestio di scatole mi ha fatto riflettere su un concetto che forse non è sempre presentato in modo chiaro e lineare: si tratta della differenza tra costo e valore. Il costo finale è il risultato di elementi calcolabili con concetti matematici (materiali, progettazione, manodopera, gestione dell’azienda, spedizione, sacrosanti ricarichi) ma anche di marketing. A volte, si sa, a un prodotto viene attribuito un prezzo volutamente più alto per renderlo “esclusivo”. Diversamente, venderebbe magari meno. Il posizionamento all’interno di un marchio resta un elemento fondamentale. E il valore, invece, che cos’è? E’ un elemento molto più complicato da quantificare, che coincide con il messaggio che l’oggetto trasmette. L’idea di rarità, di status, di peculiarità.

La butto lì, poi magari approfondirò. Oggi questi due elementi – costo e valore – interagiscono sul mercato esattamente come venti, trenta o quarant’anni fa. Ciò che è cambiato sono i rapporti: in un passato anche abbastanza recente, il valore era dato anche dal costo, ma il costo non giustificava in sé l’appetibilità di un oggetto. Ci voleva la qualità per distinguerlo dall’ordinario, fosse anche stato un ordinario dal prezzo salato. Un Solido, per tornare al settore modellistico, era un prodotto industriale fatto onestamente con materiali per così dire “ordinari”. Costava poco e aveva il suo valore coerente col suo prezzo (anzi, magari anche maggiore, ma in questo sta la magia di certi marchi). Un AMR era in metallo bianco, magari già con qualche fotoincisione, decals complete, fari realistici, torniture in alluminio e così via. Il valore percepito era alto, ed era un valore per così dire reale, per quanto il concetto di oggettività non esista. C’era poi la resina, con le sue linee esatte e la sua finezza.
Oggi esistono certamente prodotti di lusso dall’alto valore, ma sono quelli dei montatori top. Quello che viene spacciato normalmente per lusso è invece un’idea a buon mercato che strizza l’occhio al ristorante finto esclusivo di cui sopra. Del resto, come ho già detto, i materiali di uno Spark da 80 euro sono gli stessi di un Amalgam da 800. Si moltiplicano i nomi altisonanti (Masterpiece Collection, Exclusive Edition…) per dare l’illusione di un’elaborata raffinatezza. Aumenta il costo (e quando mai non si sfrutta l’occasione?) ma l’idea di valore che si vuol comunicare resta illusoria, basata su un’operazione così furbesca da non avere neanche il sapore del mistero.
Immagino i commenti di più di uno pseudo-razionalista. “Ma perché non ti limiti ad affastellare modelli come facciamo tutti invece di ammorbarci con questi ragionamenti ai limiti del paradosso”?
Perché mi annoierei.

Il tuo articolo mi piace moltissimo, le argomentazioni sono tutte valide ma mi permetto di aggiungere una cosa che forse tu hai dato per scontato ma che così non è…
Non lo è nè per le produzioni abbordabili (ancorchè di modelli che per comodità definisco “speciali”), nè per le produzioni di “alta gamma”, se non proprio “elitarie”.
Intendo parlare della: Fedeltà della Riproduzione!
A quest’ultima io attribuisco un parametro progressivo, che rientra nel concetto di “valore” funzionando da denominatore: cioè, quanto più si alza il prezzo (lusso o non lusso) tanto più il parametro “Fedeltà” diventa alto… non in misura aritmetica ma in misura esponenziale!
Purtroppo capita, non di rado, che il cosiddetto lusso (e di conseguenza l’elitarismo) non segua questo principio.
Noi tutti (ovviamente, non solo in campo automodellistico) possiamo cadere (o siamo caduti) nella trappola del “più è caro, più è fatto bene”! Siamo propensi a fidarci e ci salviamo solo se veramente esperti!
…Oppure, per tornare nel nostro settore, dobbiamo trovare uno che sia esperto, che abbia un blog ben fatto, che abbia la nostra stessa passione, che abbia ampie vedute e che abbia voglia di informarci con obiettività, in modo da consentirci di acquistare in modo consapevole…
Io spero di averlo trovato!
PS.:
In ogni caso, rispetterò sempre chi mi dice: “Compro questo modello anche se costa caro ed è impreciso, solo perchè mi piace!”, puchè lo ammetta fieramente senza cercare di convincermi che il modello è perfetto. Una passione come la nostra può avere, tra i suoi risvolti, anche queste “perversioni”!
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Sai, Renato, l’elemento “fedeltà” l’ho dato per scontato principalmente per due ragioni: primo, perché la fedeltà non è tanto un valore che si “sente”, quanto il frutto di riscontri che sono spesso abbastanza oggettivi, per lo meno se paragonati ad altri criteri di valutazione. Se una livrea è sbagliata o incompleta lo è in relazione alle foto dell’epoca, non all’opinione mia, tua o di qualsiasi altro collezionista. In secondo luogo, l’ho fatto più o meno inconsciamente perché da tempo mi sono allontanato dalla ricerca della fedeltà per seguire altri filoni di ricostruzione storica legata al modello, non necessariamente alla vettura riprodotta. Non ho l’esigenza di avere in collezione il maggior numero di modelli fedeli per ricostruire in scala le vicende di una marca o di un determinato tipo di vettura. Questo perché per me che ho avuto per una vita la fortuna di lavorare e di accostarmi alle corse vere (non immaginate attraverso una collezione) ho trovato il modo di vivere e ricordare l’ambiente attraverso le foto, la documentazione e i libri. I modelli, sotto questo aspetto, mi interessano meno. E – non so se è una causa o una conseguenza di questo atteggiamento – non mi danno l’anima con modelli poco fedeli pagati cari perché quelli che mi interessano, mi interessano più che altro per l’aspetto evocativo e anche per la storia del produttore, non del marchio riprodotto. Se un factory built AMR ha qualche errore (un esempio banale? La GTO di Sutcliffe) non cerco certo di correggerlo, ma lo accetto come una caratteristica di un’epoca in cui la documentazione era limitata e si faceva con quello che si aveva a disposizione. Diversamente, un modello montato da qualcuno oggi lo vorrei perfetto sotto l’aspetto della fedeltà storica (occhio, ho detto fedeltà storica, che è un valore pienamente raggiungibile; sotto altri criteri tecnici ed esecutivi, invece, la perfezione o non esiste o è drammaticamente soggettiva). Insomma, di un modello di auto che io amo che soltanto un produttore di resincast cinesi, faccio benissimo senza e non voglio averlo a tutti i costi in collezione. Fanno rarissima eccezione alcuni soggetti come le Formula 2 degli anni ’80 che peraltro sono talmente inconsuete da giustificare due o tre acquisti di Spark o Minichamps. Come vedi, la questione è sottile e neanche troppo facile da inquadrare. Spero almeno in parte di esserci riuscito.
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Non so chi sia stato, ma un paio di decenni fa il responsabile marketing di una casa automobilistica, per illustrare un nuovo modello, utilizzò il termine “premium”.
Da allora è stato tutto un moltiplicarsi di “brand premium”, “modelli premium” e via discorrendo, non c’è prodotto o marchio costoso che non sia “premium”.
Ma cosa dovrebbe realmente definire questo termine?
Un prodotto semplicemente costoso, perché così ha deciso il consiglio di amministrazione, o un prodotto dalla qualità altissima?
Rolls Royce come la dovremmo catalogare? Superailpremium? Ma nessuno si è mai sognato di definirla, perché è sempre stata il top senza neanche prendersi la briga di dichiararlo.
Vogliamo analizzare questi modelli premium? Plastica ovunque che dopo qualche anno inizia a scricchiolare, attenzione però, perché è uno scricchiolio premium!
Basta andare su Facebook ed osservare certi confronti tra le Mercedes degli anni settanta, ancora non dichiaratamente premium,Ve quelle odierne, magari con lo stesso motore della Dacia.
Ecco, in piccolo è quello che sta succedendo anche nel nostro mondo: poca sostanza e tanto fumo.
Perché, spieghiamolo correttamente a tutti, un AMR non premium (perdonatemi…) ha una qualità intrinseca, legata all’uso di materiali ed accessori di qualità, che non lo rendono di certo immortale, ma consentono comunque di restaurarlo all’infinito.
Per altri modelli, premium che hanno la basetta in pelle umana, non è esattamente così…
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