Filetti di lana caprina: la Porsche 908/2 Sebring 1970 di Marsh Models

Sono probabilmente dettagli. Piccoli dettagli. Eppure diventano rilevanti su modelli di cosiddetta fascia alta che riproducono auto famose, così famose che dovrebbero essere arcinote a tutti gli appassionati, compresi ovviamente coloro che si mettono a riprodurle in scala.

Tra le Porsche 908/2, una delle più celebri è senz’altro quella iscritta dalla Solar Production alla 12 Ore di Sebring del 1970, con Steve McQueen e Peter Revson. Una macchina talmente famosa da essere stata adottata a simbolo da quelli che hanno nello studio la poltrona con i colori Gulf e mettono il giubbotto che fa il verso alla tuta di McQueen sperando che qualcuno nella vita reale lo riconosca. A parte la stucchevole agiografia fiorita in decenni di narrazione stile Michel Vaillant, quella è una macchina davvero importante, su questo non ci sono discussioni. E’ naturale, quindi, che sia stata riproposta a più riprese un po’ da tutti, dai primi marchi di speciali (Modélisme in testa, ai tempi dei tempi) ai recenti diecast cinesi.

Quando Marsh Models ha deciso di riprendere l’evoluzione della 908 Spyder (lasciata interrotta da anni dopo la vettura del ’69), e di fare finalmente le Flounder nelle diverse varianti, la macchina seconda a Sebring nel 1970 con Revson e McQueen è stata inserita di diritto. “Che bello, un Marsh Models di un’auto ultrafamosa, e anche esteticamente gradevole nella sua semplicità”, ho pensato all’annuncio della lista delle versioni.

Semplicità, appunto. Ma una semplicità solo apparente, visto che quella 908 è caratterizzata da tutto uno sviluppo di finissimi filetti che evidenziano con discreta eleganza le linee principali della carrozzeria. Furono applicati nel corso del weekend di gara: in alcune foto delle prove, la macchina appare completamente bianca, e per giunta con un rollbar più fine rispetto a quello visto il sabato della 12 Ore.

Il problema delle recenti realizzazioni di Marsh Models consiste nella scarsa accuratezza di certi dettagli, che come abbiamo detto, diventano “pesanti” nel caso di modelli di un certo prezzo. A quei livelli tutto è importante, altrimenti tanto vale acquistare un diecast. Nel disegnare le decals sono stati fatti due errori principali: il filetto che circonda i fari anteriori termina con una punta nella parte superiore, mentre sul modello l’andamento resta arrotondato. E – cosa ancora più evidente – si è completamente omesso il filetto che segue la linea del cockpit. Interpellato a riguardo, John Simons ha ammesso l’errore dichiarando che le foto che attestano queste evidenze sono venute fuori dopo la preparazione dell’impianto delle decals. Allora, errare è umano, per carità, ed è già apprezzabile che non ci si sia arrampicati sugli specchi appellandosi a chissà quali “configurazioni intermedie”, come spesso fanno altri marchi in casi come questo. In gara i filetti attorno alla linea dell’abitacolo c’erano e basta. Chi ha comprato il kit potrà arrangiarsi in qualche modo, ma chi ha preso il montato, le cui decals sono sotto trasparente, cosa dovrà fare? Attaccarsi al tram.

E’ vero che nelle foto la vettura appare con i fari coperti da nastro adesivo bianco, che impediscono di capire l’andamento dei filetti intorno agli alloggiamenti. Ma tu sei Marsh, non sei il primo che passa, e in teoria dovresti avere – in assenza di riferimenti sul web – una biblioteca cartacea all’altezza della situazione. Bastava infatti dare un’occhiata a qualche libro di riferimento, neanche troppo peregrino, come Sebring 12-Hour race 1970 photo archive di Robert C. Auten per dissipare in pochi secondi ogni dubbio. E invece pare che Marsh si sia limitata a copiare l’AutoArt in 1:18 che ha gli stessi errori. Ma se queste stupidaggini le puoi trovare in un giocattolo cinese (i diecast in 1:18 non sono modelli, sono giocattoli), uno speciale in 1:43 deve essere esente da certe approssimazioni. Spiace dirlo e alcune recensioni di modelli Marsh le abbiamo saltate proprio per evitare di accanirci contro errori spiegabili – ma non accettabili. Stavolta segnaliamo quest’occasione perduta che vale come ennesima prova di una mancanza di controllo finale che contraddistingue la produzione recente del marchio britannico. Sono cose da poco, si dirà. Certo, e con le tecniche odierne proporre un correttivo/aggiuntivo nelle decals è facile. Ma i montati? Chi li ha presi (e ce ne sono in giro almeno una decina) potrà sempre rimandarli indietro facendoseli rimborsare.

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