Memorie un po’ casuali di un Salone di Ginevra

Ho frequentato per parecchio tempo il Salone di Ginevra, saltando solo pochissime edizioni tra il 2005 e il 2019. Oggi che ormai questo evento è solo un lontano ricordo (a nulla è valso il tentativo di rivitalizzare la manifestazione un paio d’anni fa), restano le foto, le sensazioni e le emozioni. Da Ginevra non si tornava mai senza idee. Sebbene leggermente in calo rispetto al periodo d’oro dei decenni precedenti, ancora nei primi anni 2000, il Salone svizzero era un appuntamento irrinunciabile d’inizio stagione. Noi della stampa ricordiamo l’atmosfera elettrica della serata della vigilia. Con un po’ di faccia tosta riuscivi a entrare per goderti gli ultimi preparativi. Varcavi le porte, salivi gli scaloni e ti ritrovavi di fronte il solito spettacolo che arrivava sempre a provocare un brivido che ti chiudeva la gola. La grandezza, gli stand, le possibili sorprese. Eri in Svizzera, quindi già fuori dalla convenzione, e poi c’era tutta la magia dell’anteprima. Avevi fatto i tuoi conti: all’ora tot la presentazione della nuova Ferrari, all’altra ora un salto alla Porsche, e poi i sempre stimolanti legami fra produzione di serie e vetture da competizione.

Inconfondibili lustrini: Ginevra era anche questo. Lo sapevi e ti lasciavi abbacinare da una realtà di sogno, in un’epoca in cui i sogni si facevano già più rarefatti

Sono passati vent’anni da una delle più belle edizioni alle quali abbia assistito. Era il 2006 e giusto per rendere l’idea, su Internet i forum imperversavano (quello della Duegi aveva appena ricevuto un sostanziale restyling che permetteva finalmente di postare foto!), le comunicazioni erano ancora a metà strada fra il vecchio e il nuovo che avanzava. Il web poteva essere un divertimento e non un pericoloso mezzo di controllo e coercizione sociale. La gente faceva tranquillamente a meno dei social e ci si scrivevano ancora un sacco di SMS.

Fu un’edizione all’insegna della neve. Le abbondanti precipitazioni sulle Alpi Svizzere condizionarono fortemente l’afflusso di pubblico ma anche di addetti ai lavori. Partimmo da Firenze con un collega, a bordo di una Fiat Punto noleggiata all’Avis. Niente gomme invernali, niente catene e un TomTom rudimentale che ci aveva fatto fare un giro cervellotico tenendoci lontano dalle autostrade. A un certo punto ci trovammo a salire, salire, inanellando tornanti su tornanti completamente invasi dalla neve, prima fresca, poi ghiacciata. Passammo dei brutti momenti, con la macchina sempre più riottosa e fatalmente attratta dal ciglio della strada come la mula di don Abbondio. Ne ridevamo per non disperarci e a un certo punto, all’interno dell’ennesimo tornantone, scorgemmo una specie di baracca in legno coperta quasi per intero dalla coltre bianca, con un cartello che emergeva ancora sgombro di neve dalla traversa del tetto: “Punto informazioni”. Ovviamente non c’era nessuno e ci inventammo una scena in cui, avanzando a piedi fino allo sportellino, bussavamo e un omino spuntava dal retro e con accento romano ci chiedeva: “Che volete sapé?”. L’accento del li castelli sulle Alpi svizzere.

Non so come, eravamo riusciti all’ultimo tuffo un b&b dal costo ragionevole, neanche lontanissimo dal Palexpo. Sull’autostrada che ci accompagnava per l’ultima manciata di chilometri (l’avevamo ripresa per puro caso) ci sorpassò una Smart a una velocità pazzesca. Già era tanto se riuscivi a tener dritta la macchina a cinquanta all’ora. La ritrovammo qualche minuto dopo, appoggiata su un fianco dopo chissà quante capriole.

A Ginevra compravi l’annuario della Revue Automobile, pagandolo una follia allo stand dove tutti erano trattati da gran signori. Con quello sullo scaffale, andavi tranquillamente avanti per un anno intero, sapendo di poter contare su una fonte sicura e autorevole. Tutto al Salone di Ginevra era rassicurante, lento, preciso, anche la modalità con cui entravi nel grande parcheggio, arrivando con la navetta alle porte principali.

Non è una battuta quando dicono che i giornalisti vanno dove si magna. Dalla terrazza della Volvo, dopo esserti strafogato di pizzette e mezzo imbriacato di supealcolici, trovavi un appoggio sicuro per osservare la vastità del piano terra, magari evitando di vomitare di sotto

Alla prima occhiata, il Salone ti toglieva il fiato. Serpeggiava quell’eccitazione che ti faceva tornare bambino prima della notte di Natale o della Befana. Non era da tutti andarci, chi restava a casa ti invidiava. Lì incontravi Alesi, Stewart, Arnoux e McNish. Avevi a disposizione Wolfgang Ullrich meno pressato dal tempo, incrociavi Montezemolo e Marchionne che magari ti dicevano anche qualcosa d’interessante. Tornavi a casa pieno di cartelle stampa e se eri abbastanza furbo, ottenuta qualche copia extra dei presskit Ferrari, rivendevi il malloppo su eBay a peso d’oro. E se poi avevi esagerato col ciarpame cartaceo e magari abitavi in Australia, un corriere-sponsor si occupava di impacchettare tutto e di spedirtelo gratis al tuo domicilio.

Del Salone di Ginevra 2006 ricordo tanto: la prima Audi LMP1 Turbodiesel, che avrebbe debuttato vittoriosamente alla 12 Ore di Sebring qualche giorno più tardi (e lo shock termico dai -15°C di Ginevra ai 35 con umidità alle stelle appena uscito dall’aeroporto di Orlando facevano parte del pacchetto di emozioni da raccontare), il concept della nuova Civic Type-R, la reinterpretazione della Miura, le Porsche 911 GT3 e Turbo.

I primi anni del XXI secolo si erano presentati sotto buoni auspici per il Salone di Ginevra. Per darsi una caratterizzazione ancora più spiccata, il bellissimo Palexpo – inaugurato nel dicembre del 1981 – era stato ribattezzato Geneva-Palexpo nel 2003. Nel marzo del 2005 si erano conclusi i lavori al padiglione 6, elemento di congiunzione che mancava fra l’ala principale, composta dai padiglioni 1-5 e l’altra sezione, al di là dell’autostrada Losanna-Ginevra. La piattaforma di 41.500 metri quadri sovrastante l’autostrada poteva offrire una sala espositiva di 21.000 metri quadri, che poggiava su 300 piloni. I costi di questo nuovo elemento – pari a 157 milioni di franchi svizzeri – erano stati ripartiti fra il governo, l’Orgexpo, la fondazione per il turismo, fondi privati e alcune industrie automobilistiche. L’inaugurazione del padiglione 6, il 23 gennaio del 2003, era stata rattristata dalla scomparsa del presidente del salone Jean-Marie Revaz, 64 anni, alla guida della manifestazione dal 1986. Claude F. Sage, vice-presidente dal ’97, assumeva da quel momento la carica presidenziale. Sage, giornalista specializzato, ex-pilota, team manager, importatore di vetture sportive negli anni ’60 a Ginevra, ma soprattutto fondatore e amministratore delegato del 1974 di Honda Automobiles Suisse, era un personaggio di grande popolarità, in grado di dare una prospettiva storica, tecnica. economica e sociologica all’organizzazione del salone, che nel 2005 festeggiò un secolo di vita (la prima edizione si era svolta dal 25 aprile al 7 maggio 1905, con la presenza di una sessantina di aziende). Per il Palexpo il sempre crescente successo del salone automobilistico era comunque già controbilanciato da qualche notizia negativa, come l’annuncio che la grande rassegna tecnologica Telecom 2007 si sarebbe tenuta a Hong Kong e non a Ginevra.

Il salone di Ginevra era uno dei più validi indicatori per la comprensione del futuro dell’industria automobilistica: di anno in anno era possibile leggere e interpretare le tendenze della produzione nelle sue varie componenti tecnologiche o – ad un altro livello – nelle sue implicazioni sociali e di costume. I raggruppamenti e le fusioni stravolsero il panorama automobilistico nei primi anni 2000 e resero più difficile ogni tentativo di classificazione. Marchi tradizionalmente legati all’alta gamma proponevano vetture più compatte a prezzi più abbordabili (Mercedes Classe A, Mini BMW), mentre costruttori tradizionalmente “medi”, per guadagnare prestigio, tentavano la carta del lusso (VW Passat W8 e Phaeton). Questi scavalcamenti dello steccato non sempre si tradussero in successi commerciali. Nello stesso tempo, i singoli modelli contaminavano i generi e varcavano le frontiere dello stile. Il confine tra “break” e monovolume si fece sempre più labile e, a complicare ulteriormente ogni tentativo di semplificazione, ci si misero i sempre più numerosi Sport Utility Vehicles, chissà quanto… utili. In questo vorticoso rimescolamento di carte, le case costruttrici riscoprirono con un certo autocompiacimento il lusso estremo: Mercedes tirò fuori il marchio Maybach e grazie alle acquisizioni dei grandi gruppi si risentì parlare di Bugatti, Bentley, Aston Martin. Tornavano in auge i cabriolet, al più bello dei quali ogni anno Ginevra riservava un premio speciale, indetto per la prima volta nel 1994 da Hans Bichsel.

Forze uguali e contrarie rendevano schizofrenico il panorama automobilistico, e Ginevra puntualmente registrava ogni contraddizione, si direbbe con l’oggettività tipica di un paese neutrale: da una parte le vetture tradizionali si facevano sempre più lunghe, sempre più larghe, talvolta sempre più alte; dall’altra i designer sembravano accorgersi di colpo che nelle città non restava più posto nemmeno per uno spillo, e creavano mini-auto dalle forme non sempre aggraziate, nel tentativo di azzeccare il “fenomeno di costume”.

Der neue 911? Sì, aspetta che finisco le tartine al caviale

Al salone le concept car non passavano mai di moda: in qualche caso si trattava di prototipi eccentrici (basti pensare alle “provocazioni” di un Franco Sbarro), altre volte le forme e i contenuti tecnici annunciavano modelli di serie quasi definiti e prossimi a venire (la già citata Civic Type-R) o idee che verosimilmente sarebbero state riprese più avanti (Renault Altica, Nissan Pivo, Saab Aero X…), con un occhio, se possibile, alla riduzione dei consumi. E fra lustrini o improbabili azzardi, non era raro trovare veri motivi d’interesse, come la Loremo, creata da un gruppo di Monaco di Baviera, una vettura dalle linee piacevoli, spinta da un propulsore bicilindrico turbodiesel, capace di percorrere 1300 km con 20 litri di gasolio, mediante l’ottimizzazione dell’aerodinamica, degli attriti e una perfetta distribuzione dei pesi. I responsabili della Loremo ammisero di essere già stati contattati da qualche grande costruttore… 

Il rientro dal Salone fu meno traumatico rispetto all’andata. Il meteo si era un po’ calmato e la visione del mare scintillante di Genova sotto un sole che annunciava la primavera irradiò nell’abitacolo della Punto anche un po’ di sorridente mestizia per la bravata che stava finendo. Avevo annunciato a Pier Angelo Antelmi che mi sarei fermato un momento da lui e prendemmo quindi l’uscita di Pegli aggrovigliandoci nelle vie strette e austere di una Genova stranamente sonnolenta. Tornai con una bella Ferrari F.1 Tameo montata come si deve, come per ricordarmi che per noi fissati, che lo si voglia ammettere o no, non esiste automobilismo senza modellismo.

Una opinione su "Memorie un po’ casuali di un Salone di Ginevra"

  1. Bonjour David

    Encore un bel article qui me remémore mes virées d’adolescent: mon beau frère travaillait à Genève comme frontalier et me déposait au passage dans les années fin 70 début 80 ; je revenais les bras chargés de documentation rare et les yeux éblouis pour un an 😀

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