Nel sottotitolo una citazione che coglieranno solo i vecchissimi (in tutti i sensi: anche anagrafico) lettori del blog, dove il tavolino di vetro era lo sfondo realmente esistente nella mia casa dell’epoca per una serie di considerazioni, commenti, ricordi, aneddoti buttati un po’ così, secondo l’ispirazione del momento. Rimettendo a posto alcuni Starter factory built, mi ha colpito il fatto che fossero tutti dei modelli di Le Mans 2000. E allora, per non perdere neanche una mezza occasione per fare qualche foto e un articolo, eccoci su Le Mans 2000. La memoria va a ritroso. La fine degli anni ’90 e l’inizio degli anni 2000 sono un periodo che molti rimpiangono. C’era abbastanza tecnologia ma non abbastanza da restarne prigionieri. Esisteva Internet ma era più che altro un mezzo di divertimento. Non esistevano i social e questa all’epoca era una bella notizia ma nessuno ovviamente se ne rendeva conto. A Le Mans si respirava ancora un’atmosfera antica, almeno in parte. Il servizio media tendenzialmente accreditava cani e porci, con la conseguenza di ritrovarsi in sala stampa gente del tutto priva dell’idea di come ci si dovesse comportare in pista e fuori.



L’Audi, con la R8 di classe LMP900 (il numero indicava il peso minimo regolamentare) si era trovata praticamente senza avversari e portò a casa una sonora tripletta con Biela, Kristensen e Pirro vincitori davanti a Aiello/McNish/Ortelli e Alboreto/Abt/Capello. In GTS il binomio Chrysler-Chevrolet tenne fede alle promesse della vigilia mentre in LMP675 (la classe delle Sport più piccole) la Lola mise a segno la prima vittoria dal 1981. Con la fine del Gruppo C, la 24 Ore di Le Mans aveva subito una crisi ed era stata costretta a reinventarsi: non era la prima volta e non sarebbe stata l’ultima ma le implicazioni tecniche e sportive stavolta non erano per niente banali. Dapprima l’A.C.O. puntò – azzeccandoci – sulla rinascita delle GT, poi sull’innesto delle WSC, infine sulla piattaforma LMP/LMP GTP, destinata a evolversi e a far risorgere la categoria endurance con la Le Mans Series, la Le Mans Endurance Series e il ritorno del campionato mondiale FIA-WEC.



Il 2000, forse anche per il “2” iniziale, sembra un anno moderno. E invece son passati 26 anni che nello sport in generale è quasi un’eternità, figuriamoci nell’automobilismo che ha un’imprescindibile parte tecnica. Eppure, l’effetto è quello. Nel 2000, andando indietro di 26 anni, si arriva al 1974 e guardate quanta differenza c’è: sembrano due pianeti diversi. Scherzi della prospettiva storica oppure il tempo, che da una parte sembra andare fortissimo, si è messo a rallentare per quanto riguarda la cognizione della vicinanza/lontananza? Lasciando la domanda a chi abbia voglia di rispondere, torniamo a quell’anno 2000, così in bilico fra tradizione e innovazione.


E a proposito di innovazione, i collezionisti avevano già le loro scatoline in latta di Spark con i prototipi di Le Mans, a costi impensabili. Ricordo che i primi a Firenze ci arrivavano in cambio merce dalla BAM e sembravano dei mezzi miracoli. Di che mettere definitivamente in crisi i kit (che in parte si erano già messi in crisi da soli con il calo della qualità di alcuni marchi come Starter, che da quattro o cinque anni non era più lei) e anche quei montati speciali low cost, buttati sul mercato dalla stessa Starter nel vano tentativo di raddrizzare una barca destinata ad affondare. Poi, low cost per modo di dire: un factory built Starter, montato in Madagascar, era caro assaettato. Riprovarono a farli in Francia ma gli andò male lo stesso. Quando perdi la capacità di inventare il mercato, il mercato finisce per divorarti. E se Spark sembrava – l’ho già scritto altrove – un’allegra combriccola di ricchi in vena di divertimento, di lì a pochi anni, Ripert junior e i suoi amici avrebbero definitivamente afferrato il comando della situazione mangiandosi pure quel che restava dei marchi diecast, Minichamps compresa.


Eppure questi Starter, nella loro scatola a scacchi che richiamava direttamente quella dei kit che gli appassionati avevano imparato a riconoscere da lontano per due decenni, possono essere il simbolo di quell’epoca. Li ho quindi fotografati e poi riposti con cura nelle loro scatole, dicendomi che ogni cosa ha il senso che le diamo.
foto di apertura: la BMW della Thomas Bscher Promotion e una delle due Cadillac Northstar schierate dal team ufficiale (le altre due vennero iscritte dalla DAMS).
