Modelli del passato: Delahaye 135S Le Mans 1938 di Manou

Diciamolo subito: con un modello della Le Mans anteguerra di una certa rarità, la tentazione è quella di fare qualche foto con il libro di Roger Labric e Géo Ham come base. L’effetto è perfettamente coerente. Metteteci lo Spark e vedete che tutto cambia. Il gioco modello-libro è divertente almeno quanto cercare gli abbinamenti cibo-vino.

La Delahaye nelle foto è la 135S che vinse un po’ fortunosamente la 24 Ore di Le Mans del 1938 con Eugène Chaboud e Jeand Trémoulet. Fortunosamente perché una gara ormai nelle mani di Clemente Biondetti e Raymond Sommer con l’Alfa Romeo finì come tutti sanno. Il merito dei vincitori fu comunque quello di aver disputato una prova di grande consistenza al volante di una vettura affidabile ed efficace, che conquistò – va ricordato – anche il secondo e il quarto posto. Se non fosse stato per la Talbot di Prenant e Morel, la Delahaye avrebbe centrato una clamorosa tripletta prima di sparire per sempre dalla scena della 24 Ore.

Nell’epoca pre-resincast, alle vetture di Le Mans anteguerra erano in pochi a pensarci. John Day era stato uno dei pionieri di questo tema (la Delahaye la fece nel 1972), affiancato magari da personaggi come Raymond Daffaure, che va classificato a parte, avendo esordito negli anni ’60 con delle tecniche abbastanza peculiari. Anche Jacques Simonet di Manou aveva tentato qualche sortita in questo settore ma il suo centro d’interesse era principalmente il periodo degli anni ’50 e ’60.

Col numero di catalogo 138 uscì la Delahaye vittoriosa a Le Mans 1938, un modello in resina molto dettagliato, oggetto di una serie montata in edizione numerata. Confesso che l’anno esatto dell’uscita della 135S di Manou non lo conosco ma in assenza di dati esterni posso ragionare con criteri interni: i timbri presenti sulle scatole dei modelli appare il numero di telefono del negozio nella forma successiva alla riorganizzazione generale che andò in vigore in Francia alla fine di ottobre del 1985: un prefisso di tre cifre che iniziava per 0 (043 nel caso di Le Mans) e una sequenza di otto cifre. Questo assetto rimase in vigore fino al 1996. Ora, le etichette della seria riportano la ben nota dicitura “Stand Manou 24 Heures du Mans”, che corrispondeva allo spazio che Jacques Simonet affittava ogni anno al villaggio nella settimana della gara. Simonet era un veterano di queste partecipazioni, avendo gestito un proprio spazio di vendita nel villaggio fin dal 1964.

Con gli anni, lo stand Manou divenne sempre più ricco, specialmente dal periodo in cui era stato avviata la produzione di modelli e aperto il negozio al passage du Commerce in centro. Dal 1967, Simonet si assicurò uno spazio più grande, con una presenza continuativa fino al 1993, ossia l’ultimo anno in cui il villaggio conservò in qualche modo l’assetto antico, prima di essere completamente stravolto dalle costruzioni permanenti affittate a costi esorbitanti per un artigiano di fascia medio-piccola.

Chi ha detto che i Manou non potevano essere raffinati? Le Delahaye di Le Mans 1938 avevano anche i sedili rivestiti in similpelle, insieme a molti altri dettagli di notevole finezza, come i supporti dei parafanghi autocostruiti, ruote e pneumatici della giusta taglia, fari riportati con base fotoincisa e goccia in resina trasparente, oltre alla panoplia di particolari tipici anni ’80, il che non coincide necessariamente con approssimazione ma è piuttosto sinonimo di precisione artigianale lontana dalla fredda chirurgia odierna

La produzione di questa serie può quindi ragionevolmente essere collocata tra il 1986 e il 1993, con una propensione ai primi anni ’90, viste le caratteristiche dell’etichetta sulla base, stampata in digitale.

Molti ancora oggi tendono a classificare i Manou come modelli rozzi e poveri di dettagli. Per certi versi, la qualità di queste miniature non progredì mai troppo ma non mancano eccezioni. Non va poi scordato che Simonet commissionò spesso i propri master a modellisti di primo livello, alcuni dei quali avevano lavorato alla Dinky France di Bobigny.

E’ anche difficile stabilire la quantotà totale delle Delahaye montate: probabilmente un centinaio. Il numero più alto che io abbia potuto riscontrare su questo modello è il 78. Si tratta di una riproduzione di notevole finezza, che può ricordare in parte gli MRF degli anni d’oro. E’ un oggetto molto bello ma fragile, che necessita di essere maneggiato con cura. Anche per la sua innata delicatezza, della Delahaye di Manou non sopravvivono molti esemplari in condizioni perfette.

No, non è un’immagine creata con ChatGPT! Quattro esemplari di Delahaye Le Mans 1938 provenienti da una borsa di scambio nei pressi di Lione, probabilmente un vecchio fondo di magazzino. In particolare, si tratta dei numeri 11, 12, 17 e 23

Il restauro – almeno quando vi siano state rotture della carrozzeria dovute a urti o cadute – è abbastanza facile. Questo modello, dalle quotazioni oggi molto ragionevoli (40 o 50 euro? Forse a volte anche meno) merita un posto in una collezione dedicata alla storia degli speciali, anche per il prestigio della vettura che riproduce.

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