Quando si parla dell’interesse per gli oggetti del passato, siano essi automobili, videogiochi, giocattoli o modelli in scala, si tira in ballo la solita nostalgia. Un prodotto appartiene alla nostra giovinezza, ci ricorda un periodo più semplice della nostra vita e, proprio per questo, finisce per apparirci migliore rispetto a ciò che viene fatto oggi.
È una spiegazione naturale, ma anche troppo facile, almeno in alcuni casi. La nostalgia può certamente avere un ruolo importante, soprattutto quando un oggetto – e i modelli possono costituire un caso tipico – è legato a ricordi personali, ma non basta a spiegare perché determinati prodotti del passato continuino ad attirare anche persone che quell’epoca non l’hanno vissuta direttamente.
Ed è proprio qui che il discorso diventa più interessante. Se si trattasse soltanto del ricordo dell’infanzia, un oggetto dovrebbe avere un significato particolare soprattutto per chi lo ha posseduto o desiderato da bambino.
Il modellismo offre moltissimi esempi di questo fenomeno. Ci sono collezionisti che oggi cercano modelli diecast degli anni ’50 e ‘60, così come ci sono appassionati che vanno alla ricerca delle produzioni artigianali degli anni ’70 e ’80, spesso realizzate con tecniche che oggi possono sembrare rudimentali. Una parte di queste persone appartiene naturalmente alle generazioni che quei modelli li hanno conosciuti quando erano nuovi. Ma non tutti. Anzi, una parte anche non trascurabile del collezionismo è costituita da persone che all’epoca non erano neppure nate.









È difficile quindi spiegare tutto semplicemente con la nostalgia. Evidentemente c’è qualcos’altro che continua a esercitare un’attrazione, e probabilmente bisogna cercarlo nel modo in cui questi oggetti venivano concepiti.
Le produzioni del passato erano certamente più semplici sotto il profilo tecnico. Le tecnologie disponibili erano limitate, i processi produttivi meno sofisticati e gli strumenti di progettazione erano lontanissimi dalle possibilità offerte oggi dal digitale. Ma proprio questa scarsità di mezzi finiva per imporre dei limiti e, allo stesso tempo, per creare delle necessità. Non era possibile fare tutto e aggiungere ogni tipo di dettaglio: bisognava venire a compromessi e il discorso valeva anche per chi aveva a disposizione le migliori tecniche del tempo. E quando gli strumenti a disposizione erano pochi, trovare un modo efficace per ottenere un risultato convincente richiedeva spesso una dose di sana inventiva.








È un meccanismo che si può osservare anche in alcuni videogiochi automobilistici del passato. Titoli realizzati venti o trent’anni fa con memorie limitate, processori ridicoli rispetto a oggi e budget incomparabili con quelli delle grandi produzioni contemporanee riuscivano comunque a costruire esperienze riconoscibili e coerenti. Non necessariamente perché gli sviluppatori di allora fossero più bravi, ma perché lavoravano all’interno di vincoli molto più rigidi. E quei limiti li costringevano a decidere che cosa fosse veramente importante. La conseguenza, in alcuni casi, è sorprendente. Lo sanno bene gli appassionati del genere: un gioco anni ’80 o ’90 può avere pochissimi circuiti, poche auto e possibilità alquanto limitate rispetto a un titolo moderno, eppure essere ricordato e ricercato ancora oggi, perché tutto ciò che contiene sembra avere una ragione precisa per essere lì.


Allo stesso modo, un modello prodotto quarant’anni fa può avere meno fotoincisioni, meno dettagli e una precisione complessiva inferiore rispetto a una riproduzione contemporanea. Eppure può possedere una personalità che non sempre si ritrova nei prodotti moderni, a parte il fatto che diverse produzioni dei nostri giorni hanno fatto un passo indietro quanto a interpretazione generale delle linee (Kess, Tecnomodel eccetera) ma questo è un altro discorso che ci porterebbe troppo lontano.
Oggi la tecnologia consente di arrivare a livelli di precisione che qualche decennio fa sarebbero stati difficili da immaginare. La progettazione digitale permette di controllare forme e proporzioni con un’esattezza assoluta, mentre tecniche produttive sempre più sofisticate consentono di rendere dettagli minuscoli e complessi. Ma la perfezione tecnica non coincide automaticamente con il fascino.





Un oggetto può essere impeccabile dal punto di vista della realizzazione e, allo stesso tempo, lasciare un’impressione “debole”. Al contrario, un vecchio modello può conservare piccoli difetti, semplificazioni, soluzioni apparentemente ingenue o proporzioni che oggi potrebbero essere interpretate con maggiore accuratezza, e proprio questi elementi possono contribuire a renderlo riconoscibile.
Forse è perché questi oggetti rendono più evidente il modo nel quale sono stati costruiti. Portano con sé le scelte di chi li ha progettati, i compromessi ai quali è stato necessario ricorrere e, in qualche modo, anche i limiti del periodo nel quale sono nati. Sono il risultato di un equilibrio fra ciò che si voleva realizzare e ciò che era concretamente possibile realizzare.



Ed è probabilmente questo uno degli aspetti che li rende ancora interessanti. Vengono cercati per ciò che rappresentano nella memoria personale di qualcuno ma anche per ciò che raccontano di un determinato momento della storia industriale e del modo di concepire il modellismo. Un vecchio modello può essere la testimonianza di un modo diverso di progettare e produrre un oggetto.
Naturalmente la nostalgia continua ad avere il suo peso. Per chi ha avuto un determinato modello da bambino, ritrovarlo molti anni dopo può significare ritrovare qualcosa di sé. Ma questa spiegazione non può essere applicata indistintamente a tutti. Se così fosse, un modello degli anni ’60 dovrebbe interessare soprattutto chi negli anni Sessanta era bambino.
Un giovane collezionista che oggi cerca un Dinky, un Politoys, un Corgi o un modello artigianale d’epoca cerca qualcosa che appartiene a un mondo che conosce soltanto indirettamente, attraverso foto, riviste, racconti, esposizioni, altri collezionisti e gli stessi oggetti che riesce a recuperare.
In questo senso il collezionismo ha anche la capacità di costruire una memoria che non è stata vissuta direttamente. È una forma di rapporto con il passato diversa dal ricordo personale e chissà se meno autentica (sicuramente non meno sincera).
Forse è proprio qui che si trova la differenza più interessante. Alcuni oggetti del passato continuano a essere cercati perché, anche a distanza di decenni, riescono ancora a comunicare qualcosa.
E allora la nostalgia diventa soltanto una parte della spiegazione. Riassumendo, un altro aspetto riguarda la qualità delle scelte e il modo nel quale quelle scelte (che potremmo definire “identitarie”) riescono a resistere al passare del tempo.
È forse per questo che un modello costruito quando una parte dei collezionisti di oggi non era ancora nata può continuare a essere conservato e valorizzato. In qualche modo esso sarà riuscito a creare una memoria nuova.
