Una Le Mans “banale”: il 2004 e l’Audi del Team Goh

Dopo i fuochi d’artificio di fine anni ’90, all’inizio degli anni 2000 l’endurance si trovava all’ennesimo punto di svolta. L’Automobile Club de l’Ouest, coadiuvata da Peter Auto, doveva ricostruire un futuro su piattaforme che unissero interesse tecnico a costi ragionevoli. Dopo qualche gara sperimentale nel 2003, l’anno successivo nacque la Le Mans Endurance Series, un campionato su circuiti suggestivi (Monza, Silverstone, Nürburgrin, Spa) che andava a sostituire definitivamente lo spento FIA Sportscar Championship che con John Mangoletsi aveva fatto ciò che aveva potuto. Era l’inizio di un percorso in forte ascesa che avrebbe portato alla nascita del FIA-WEC nel 2012. Il prezzo da pagare per questa ricostruzione tecnica e sportiva furono però alcune edizioni della 24 Ore di Le Mans in tono minore.

…e siccome questo genere di articoletti che si ispirano a un modello (tirato fuori anche un po’ a casaccio dagli scatoloni) che dà la stura a ricordi altrettanto desultori vengono tutto sommato letti con interesse dai frequentatori di PLIT, eccone un altro, su una di quelle Le Mans non passate alla storia ma ugualmente degne di essere rievocate.

Le 24 Ore di Le Mans del 2004 non vide fra gli iscritti nemmeno uno straccio di team ufficiale. Quarantotto partenti fra i quali le squadre satelliti di Audi, con le ormai stra-collaudate R8 di classe LMP1: i giapponesi della Goh, gli americani del Champion Racing, i britannici di Audi Sport UK Team Veloqx, tutte presenze ormai familiari nella Le Mans Series e nell’American Le Mans. E come volevasi dimostrare, fu un festival Audi, con tre R8 ai primi tre posti; quarta fu la Pescarolo che nel 2005 avrebbe definitivamente perso il treno per una vittoria storica, anche grazie a un cambio di regolamento che avrebbe penalizzato un po’ le R8. Ma nel 2005 le Audi non ebbero alcuna difficoltà, con la vettura di Kagumichi Goh – alla sua terza Le Mans consecutiva – che andò a vincere la 72ma edizione. Al volante, il nostro Dindo Capello, Tom Kristensen (quinto successo di fila alla 24 Ore) e Seiji Ara. Con la quarta vittoria in cinque anni, la R8 diventava la vettura col maggior numero di successi a Le Mans, e non era ancora finita.

La scatola degli Starter factory built richiamava il tema degli scacchi che i collezionisti dei kit conoscevano bene

Modellisticamente, in quel 2004 le cose si stavano mettendo decisamente bene per Spark e compagnia. Minichamps pareva già in leggero declino, dopo i fasti – anche speculativi – dei primissimi anni del decennio. Il modello di queste foto è volutamente obsoleto: avrei potuto proporvi appunto uno Spark ma nelle foto appare uno Starter – già vetusto all’epoca, ormai neanche più competitivo come prezzo – incapace di proporre del nuovo dove Spark stava facendo man bassa di consensi, e direi anche a ragione. Quando alla Pego di Sesto Fiorentino potevi assicurarti “aumma aumma” uno Spark a 30-35 euro, che motivo avevi di andare a pescare uno Starter che ne costava almeno il doppio? Eppure c’è una sottile nostalgia nel tirar fuori dalla naftalina certi modelli. Anacronistici, poco “opportuni”, a volte decisamente brutti, gli Starter factory built testimoniano l’ultimo, estremo tentativo di opporsi a una concorrenza che aveva già girato l’angolo. Ma noi ne possiamo parlare. Vi pare poco?

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