Vedete, esistono filoni nati quasi per caso e che nel tempo si confermano come delle strade da seguire perché ai lettori piacciono. Gli abbinamenti semplici ma ficcanti “gara singola – modello singolo (meglio se vintage)” hanno riscosso su PLIT un discreto successo e siccome mi diverto a scriverli, persevero nel cimento.

A volte mi chiedono quali siano state le edizioni “peggiori” della 24 Ore di Le Mans. Senza voler andare troppo indietro nel tempo con le gare anteguerra, potrei citarne alcune in ordine sparso: quella del 2020 è probabilmente la peggiore in assoluto, come qualità dei partecipanti e contesto (è inutile ricordare le condizioni nelle quali si svolse) ma anche quella del 2021 non fu meno triste. Si trattava comunque di gare che preludevano a una rinascita – l’ennesima – della categoria endurance e già le edizioni successive furono in netta crescita, fino alla memorabile 24 Ore del centenario. Potrei citare l’edizione del 1992 o magari quella del 1975 ma ognuna di queste conserva in sé un motivo d’interesse tecnico o sportivo degno di essere ricordato nel tempo. Paradossalmente anche la 24 Ore del 1980 avrebbe dovuto (o potuto) essere classificata a priori come mediocre ma la straordinaria impresa di Rondeau e Jaussaud l’ha consegnata alla storia maggiore dell’automobilismo.
Pur conservando dei motivi d’interesse magari non clamorosi ma comunque degnissimi di nota, potrebbero sembrare abbastanza tetre anche le gare immediatamente successive al primo ritiro del team Audi in attesa dell’era turbodiesel (diciamo 2004 e 2005). E se una vittoria a Le Mans non è mai “banale”, esistono comunque criteri, più o meno oggettivi, che hanno reso alcune edizioni ben più famose (significative?) di altre, questo è indubbio.


La 24 Ore di Le Mans 2005 è passata alla storia per l’ennesima vittoria dell’Audi (la quinta) e per la settima – nonché sesta consecutiva – di Tom Kristensen. Il team ADT Champion, che normalmente era impegnato nell’American Le Mans Series, schierò le sue due R8 e come concorrente diretta si ritrovò un’altra R8, quella che ORECA impiegava in Europa. Alcune modifiche al regolamento tecnico furono messe a punto proprio per dare qualche chance in più agli altri costruttori di LMP1: Dome, Courage e Pescarolo. L’edizione del 2005 avrebbe potuto davvero essere l’occasione della vita per Pescarolo, che da tempo inseguiva il sogno di una vittoria a Le Mans come costruttore ma alcuni guai di troppo sulla C60H (ibrida) motorizzata Judd V10 di Boullion/Collard/Comas impedirono l’exploit, costringendo il team francese al secondo posto. Il treno passa una sola volta e lo sa uno come Yves Courage. Tutto sommato è la capacità di non sbagliare (o di sbagliare il meno possibile) il discrimine tra i veri leader e i simpatici “sfortunati”. Partita dalla pole, la Pescarolo fece segnare anche il giro più veloce, segno inequivocabile di competitività assoluta.


Con Spark ormai padrona nel campo dell’1:43, i concorrenti provarono a raccogliere le briciole con ciò che avevano in casa. Forse Minichamps e Ixo riuscirono a convincere bene o male i loro fan più intransigenti (e ce n’erano ancora che dichiaravano che il diecast era superiore alla resina non foss’altro che per il peso – che gli dici a gente così?) ma cosa avrebbe potuto fare un marchio come Provence Miniatures Automobile, rinato dalle ceneri della Provence Moulage? I suoi modelli, pur piuttosto ben montati, erano cari e onestamente non reggevano il confronto con uno Spark che all’epoca poteva oltretutto farsi forte di un prezzo imbattibile. Già allora una vincente di Le Mans assicurava a Spark tra i 2500 e i 3000 esemplari venduti nell’anno di uscita, senza contare le successive riedizioni. Ancora oggi la 43LM05 – ossia la R8 del 2005 – è una referenza riproposta a intervalli regolari, così come tutti gli altri modelli delle vetture vincitrici alla 24 Ore.


E per il gusto di rimettere in gioco gli outsider, è proprio un modello Provence Miniatures che vi presentiamo in questa specie di rievocazione storica della 24 Ore di Le Mans 2005. Contraddistinto dal numero di catalogo MC064, presentava un montaggio pulito e senza difetti sostanziali, al contrario dei pastrocchi cui ci avevano abituati gli Starter e Provence Moulage delle gestioni precedenti.
La nuova Provence Miniatures Automobiles era stata creata nell’ottobre 2004 da alcuni dipendenti della vecchia Provence Moulage, messa in liquidazione un paio di mesi prima (il marchio Provence Moulage venne venduto a Norev che lo utilizzò per una serie di modelli fatti in Cina). In realtà già dal 2001, quando Provence Moulage e Starter si erano fuse, la situazione era rimasta costantemente instabile. Nel 2003 l’azienda era stata acquistata da Emmanuel Baret. Dopo la trasformazione in Provence Miniatures Automobiles (PMA) del 2004, le turbolenze continuarono e dopo un breve periodo di gestione da parte di Hervé Colombet (Heco), nell’estate del 2008 ciò che restava venne rilevato da Philippe Benoît, che avrebbe proseguito in modalità decisamente… sotto traccia. Non so che fine abbia fatto Benoît: nel 2020 era ancora attivo con la vendita di kit e decals della produzione recente ma credo che abbia lasciato perdere, almeno ufficialmente.
Classica domanda di chiusura. Quanto può valere un PMA come l’Audi R8 di Le Mans 2005? La risposta è abbastanza sconfortante per chi vende e incoraggiante per chi è a caccia di belle curiosità storiche. In questo caso tutto gioca a sfavore di una quotazione appena accettabile: il periodo ancora recente, il fatto che la R8 l’abbiano riprodotta i marchi leader della resina industriale e del diecast, la poca notorietà del marchio, abbastanza difficile da associare al periodo d’oro di Provence Moulage. Con un po’ di fortuna, modelli perfetti come quello delle foto si possono portare a casa per meno di dieci euro. Paradossalmente, al giorno d’oggi, un kit potrebbe avere un valore maggiore rispetto al factory built, perché interessante agli occhi di chi desideri intraprendere un lavoro più elaborato praticando aperture e riproducendo la meccanica.
Così vanno le cose. Proprio per questo, ognuno collezioni ciò che è in grado di suscitargli maggiori emozioni, senza badare troppo al valore futuro di oggetti che sono, e sempre saranno, del tutto voluttuari.
