La Lada di Via Martelli

Alla borsa di scambio di Avermes, fra le tante occasioni di un evento ben riuscito, mi sono imbattuto in un lotto di undici automodelli sovietici Novoexport. Lada e Moskvitch in scala 1:43, conservate nelle loro scatole originali, con un solo doppione e in condizioni che sembrano (anzi, sono) quelle di una vecchia giacenza di magazzino.

Quei modelli li conosco bene: i materiali, i suoni (sì, perché un oggetto produce anche suoni), le scatole un po’ tristi e variopinte, le scritte che ricordano un mondo che non esiste più.

Il ricordo è quello di una Lada familiare blu acquistata a Firenze quando ero ragazzo, proprio di quella serie. Le immagini di quel pomeriggio (doveva essere l’ultimo sabato mattina prima della riapertura delle scuole a settembre) è riaffiorato immediatamente, con una precisione automatica. Una di quelle giornate in cui l’estate ha già assorbito la luce giallastra del primo autunno.

Avevo dodici anni e c’era un negozio in via Martelli, nel centro di Firenze, lo stesso posto che Teorema avrebbe occupato di lì a poco. All’epoca era una specie di cartoleria, gestita da una signora anziana, piuttosto severa, con quel carattere schietto che si potrebbe definire tipicamente fiorentino. Nelle vetrine e sui pochi scaffali dietro il bancone si potevano trovare dei Solido serie 10, dei Luso e persino qualche kit di Marcello Giorgetti.

Ci andai con mio padre. All’epoca avevo una vera fissazione per la Fiat 124 e, quando vidi quella Lada familiare blu, mi sorpresi di trovare a Firenze roba della Novoexport, che conoscevo attraverso il solito onnipresente (nelle nostre esistenze) TSSK. La VAZ 2101 e le sue derivate discendevano dalla Fiat 124, pur con le modifiche introdotte per adattarle alle condizioni d’impiego sovietiche. Per me questa parentela era già una ragione sufficiente per desiderarla.

Ricordo ancora alcune parole della signora: “Quelle macchinine russe in vetrina”.

Costava quindicimila lire. Non era poco, probabilmente era un prezzo in assoluto piuttosto alto rispetto a quanto avresti potuto sentirti chiedere a Loano da Paolo Tron. Mio padre, però, me la comprò. Stavo smettendo di giocare per terra con le automobiline e mi stavo avviando verso il collezionismo vero e proprio.

Un modello era ancora qualcosa con cui inventare storie e immaginare situazioni (ma non si sarebbe continuato a farlo anche da adulti?). Il modello, con un bel molleggio e gomme che davano l’impressione di essere gonfie d’aria, viaggiava sul bordo di cemento della grande terrazza condominiale. Avrei preferito la berlina ma nel negozio c’era solo la familiare.

Era l’inizio della seconda media e, dopo un primo anno andato molto bene, stavo attraversando un periodo più difficile. Dovevo preparare una ricerca sulla chiesa di San Carlo alle quattro fontane del Borromini ma il risultato fu, per usare un’espressione poco accademica, piuttosto deludente.

Questi modelli si fecero sempre più rari e interessi automodellistici spensero sul nascere ogni velleità di costruirne una tematica in collezione; nell’autunno del 1984 rinunciai all’acquisto di una Lada Niva da Barbieri in Via del Proconsolo, a favore di un camion Scania della Tekno. Tra la fine degli anni ’90 e i primi anni Duemila ci fu una seconda fase, legata al contatto con un collezionista che lavorava su una piattaforma petrolifera in Siberia. Attraverso di lui riuscii a procurarmi diversi modelli di fabbricazione russa, anche quelli semiartigianali che oggi si scambiano per un occhio della testa, come le ZAZ. Fu un periodo in cui quel desiderio, rimasto in qualche modo sospeso dall’epoca della scuola, trovò una nuova possibilità di espressione. Già intorno al 2000, alcuni siti Internet russi avevano creato repertori molto completi e si iniziava a catalogare e analizzare con maggiore esattezza la vastissima produzione russa di modelli diecast, dai primi anni ’70 fino al periodo post-sovietico.

Quei modelli finirono poi per essere venduti. Le collezioni si trasformano, talvolta vengono ridimensionate per lasciare spazio ad altri interessi o per ragioni pratiche.

Il ritrovamento di Avermes rappresenta, in un certo senso, una terza occasione. Avevo acquistato il lotto pensando soprattutto alla possibilità di rivendere i modelli, approfittando di un prezzo interessante. Oggi ho guardato quelle scatole. Dodici pezzi, pochissimi doppioni, Lada e Moskvitch conservate in condizioni eccezionali. Le confezioni – tutte con timbri di marzo e aprile 1986, cosa che fa pensare a un lotto coerente – sembrano aver attraversato il tempo senza essere state toccate.

I modelli 1:43 esportati in Europa (da qui il nome Novoexport, che non identifica il produttore ma solo la destinazione commerciale) facevano parte di una strategia propagandistica che comprendeva tutta una serie di oggetti che il governo russo pensava potessero incuriosire il pubblico occidentale.

A distanza di tanti anni, quante volte nel corso di una vita avrò riportato alla memoria il negozio di Via Martelli, la signora che lo gestiva, le parole di mio padre, le quindicimila lire e il pomeriggio trascorso sulla terrazza?

Le scatole sono impilate su uno scaffale in metallo; perfettamente allineate non ci stanno, pencolano sempre un po’ a destra o a sinistra. L’avevo quasi scordato.

Certi interessi non scompaiano mai davvero. Possono allontanarsi per lasciare spazio ad altre passioni. Li metti da parte per anni, poi tornano quando meno te l’aspetti. Forse questa volta vale la pena lasciare che restino.

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