Ombrelline, Ombrelloni e la disumana ipocrisia dei nostri tempi

Testo di Riccardo Fontana (foto in apertura di D.Tarallo)

Ieri, spulciando tra i miei vecchi file (come cambiano i tempi, una volta sarebbe stato “spulciando tra le mie vecchie cose”) mi è capitato di imbattermi in un video che credevo di aver perso, ossia la cattura tramite fotocamera dello smartphone dei primi 5 km del sottoscritto al volante di una Lancia Stratos Gruppo 4, ormai tre anni fa. Cosa dire di una simile esperienza? Stai guidando la macchina dei tuoi sogni più “sporchi” e reconditi, la protagonista delle tue ninne nanne a due anni, di quando il tuo Babbo la sera ti raccontava del Quattro Regioni e di Darniche che arrivava alle tre del mattino, preannunciato di svariati minuti dall’urlo maestoso del Dino preparato da Maglioli e poi dal fascio di luce dei suoi fari, hai qualche miliardo di modelli sparsi un po’ ovunque di quella macchina, e per te è quasi una donna più che un pezzo di ferro. Che dirne, quindi? Non posso pensare a nulla di meglio di ciò che effettivamente mi uscì, del tutto spontaneo, verso la fine del video, dopo una scalata fatta bene prima di un tornante in discesa: “Niente, è come la prima volta che ho trombato!”. Ecco, facendo tutto da me non posso che ammettere di trovarmi di fronte ad uno spunto particolarmente interessante, anzi a più di uno. In primis c’è l’argomento politically correct, che forse è la primissima cosa cui ho pensato risentendomi: la coloritura, lo straniamento che un discorso così provoca istantaneamente in questo nostro povero mondo dominato dal politically correct più ottuso, sempre più cattivo e freddo a fatti ma sempre più buono a parole. Non si può parlare di “trombare” perché si è maniaci, o quantomeno maleducati, non si può dire omicidio se si parla di donne ma urge dire “femminicidio” (ci avete mai fatto caso? In un mondo schifoso in cui una ragazza va a fare un colloquio di lavoro e la prima cosa che si sente dire è “lei ha intenzione di avere figli?” per poi sentirsi offrire stipendi ben più bassi di un uomo, l’urgenza prima delle femministe mentolate 2.0 è il “corretto” uso di vocaboli semanticamente terrificanti come “sindaca”, “avvocata”, e “femminicidio”, quasi parlassimo di un’altra specie). Viviamo in un mondo capovolto, che scambia tolleranza ed inclusione con una sorta di nuovo nazismo “vellutato”, e il Motorsport non fa assolutamente eccezione.

Ci sono alcuni assiomi che vanno tenuti a mente: il Motorsport è uno sport rude, e aggirarsi per il paddock in zeppe leopardate, gonna quadrettata, e monili da due kg cadauno, a meno che non si parli di Sophia Flörsch (che comunque, poverina, ha dei gusti assai meno… “discutibili” in termini di abbigliamento e acconciature di molti suoi colleghi maschi) non sta a significare “inclusione”, “tolleranza” o “libertà”, sta solo a significare l’inutile tortura di un mondo, quello delle corse, che è già sofferente di suo per mille motivi. È un mondo poetico e stupendo, quello dei Cavalieri del Rischio, che diventa un penoso incrocio tra il Carnevale di Rio e Stewie Wonder che ha provato a vestirsi da solo. Riflesso ulteriore di ciò è la cacciata delle ombrelline dai paddock, sostituite dai bambini, che in griglia non ci dovrebbero stare, perché è pericoloso, ci sono le macchine, i meccanici che lavorano, e da che mondo è mondo ovunque ci siano soldi, spavalderia e volontà di sopraffazione ci sono le donne. È automatico, piaccia o no. Le Ferrari fanno rumore e sono rosse, James Bond è un maschio bianco e vagamente misogino (e qui mi fermo, perché si sentono voci agghiaccianti), e il Motorsport dovrebbe essere rude e “glamour”, nonostante i 5 secondi di penalità a Vettel ad ogni sospiro non autorizzato. È giusto? È sbagliato? È così, punto, e dovrebbe continuare ad esserlo, perché se il panettone lo modifichi per farlo al gusto di arrosto, poi non interessa più né agli amanti del panettone né a quelli dell’arrosto.

Ciò non vuol dire che le donne debbano solo essere delle belle statuine, possono e devono poter correre come gli uomini, e se sono brave e veloci anche stare davanti, e avere le stesse opportunità dei loro colleghi maschi. Si chiama “meritocrazia”, quella cosina che fa in modo che tu, uomo, donna, etero, gay, bianco o nero, se meriti nel tuo campo sia il Re, altro concetto assai decadente e demodé. Questi tempi di “ostentazione dell’inclusione” aiutano le donne nel Motorsport? Sarà, ma a me risulta che nei maschilissimi e politicamente scorretti anni ’70, quelli di James Hunt che organizzava pantagrueliche orge con le hostess della British Airways, in F.1 ci fossero arrivate parecchie donne, e che una sia anche finita a punti, mentre oggi non ce ne sia neanche una. Il mondo “buono” a parole e truce arido ed arretrato a fatti, dicevamo. Il punto numero due è relativo alla consapevolezza dei ragazzi che vivono di Motorsport.

Ok, io (purtroppo) non vivo (ancora) di Motorsport, ma il provare la Regina è un qualcosa che ho vissuto a 27 anni, con buone capacità di guida (sono modesto stasera) e mi ha fatto l’effetto di un elettroshock, ma per quale motivo? Perché ho avuto un trascorso di vita che mi ha portato a gustarmi l’esperienza e a viverla con consapevolezza: un bambino che a tre anni viene messo sul go-kart, che a dieci smette di andare a scuola (e di socializzare) per andare in giro per il mondo a correre col maestro privato che gli insegna a leggere e scrivere che vissuto può avere? Come fa a valutare una situazione in pista? Come fa a sviscerare un pensiero suo e non precotto da condividere? Prima che per guidare e correre, siamo entità fatte per vivere, e carenze in questo senso si vedono molto bene nelle nuove leve, anche e soprattutto in F.1: tutti mezzi robot quindicenni, della profondità di un piatto da pizza che recitano comunicati stampa scritti da computer pre-programmati. Ma paradossalmente, non credo nemmeno che assaporino e colgano bene la fortuna che hanno, perché non conoscono altro, per loro è come andare in ufficio provare una Formula 1 o uno Sport Prototipo. Jochen Rindt a vent’anni non aveva neanche debuttato in corsa, oggi se a vent’anni non sei da tre anni in F.1 sei considerato “bruciato”.

Manca “la vita” insomma, manca l’imbrogliare la nonna per farsi comprare la Mini Cooper con cui iniziare nelle salite, e manca il conoscere la vera normalità, quella grigia ed angosciante, che a te, ragazzino irrequieto e appassionato, fa stare sveglio la notte a sognartela quella Mini Cooper. Morirai nel correrci? No perché sei il più bravo ma, anche se fosse, sarebbe sempre meglio che vivere in ufficio tutta la vita come un sepolto vivo. Non so se solo io senta queste cose, ma tant’è, ancora una volta è prodigioso il flusso di pensieri che possa scatenare una piccola cosa, un video vecchio di anni in questo caso. Che dire… Così pensava forte un trentenne disperato, se non del tutto giusto quasi niente è sbagliato. Speriamo.

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