Binotto e la Ferrari

di Riccardo Fontana

Binout? Non è certo uno scoop di Pitlaneitalia il fatto che Mattia Binotto sia prossimo a dare le dimissioni (o ad essere dimissionato?) da Team Principal della Scuderia Ferrari: tutti ne parlano, tutti cercano il loro piccolo momento di gloria scavando più o meno nel torbido, e francamente il tira e molla di notizie trapelate e delle relative smentite e non smentite sta anche diventando più stucchevole di una telenovela argentina degli anni 80: questo non è più Motorsport, ed onestamente parlarne senza avere un quadro completo della situazione non sarebbe nemmeno più di tanto utile.
Detto questo, vi sono alcuni dati oggettivi che vale la pena di analizzare, perché sono pressoché ignorati dal resto dei “luminari della carta stampata”, e perché certamente possono aiutare i semplici appassionati a farsi un’idea un po’ più chiara del perché, nonostante tutto, i problemi rischino di essere assai più gravi e strutturali di un semplice Team Principal inadeguato da sostituire in fretta e furia.
Per addentrarci in questo tutt’altro che semplice contesto, dobbiamo metterci nelle condizioni di fare un parallelismo con i principali competitors della Scuderia, cioè Mercedes e Red Bull: quanti Team Principal hanno cambiato negli ultimi dieci anni Mercedes e Red Bull? Mettiamola così: Toto Wolff e Chris Horner stanno invecchiando saldamente ancorati ai loro posti.
E in Ferrari, invece, come vanno le cose? Beh, in Ferrari la situazione ricorda più quella della panchina di una squadra di bassa classifica della Serie A, con allenatori che vanno e vengono con la frequenza dei cambi di calzini dei giocatori: in principio c’era Domenicali, poi venne Mattiacci, poi Arrivabene, e poi Binotto. Che al mercato mio padre comprò, potremmo dire parafrasando Angelo Branduardi.
La stabilità è tutto, e il periodo Todt-Brawn-Byrne dovrebbe insegnare (parentesi: Todt arrivò a Maranello nel 1993, ereditò una GES ai suoi minimi storici, e nonostante cisterne di lacrime e sangue, per far tornare la Scuderia alla vittoria dovette prendere la Benetton in blocco e tingerla di rosso, mettendoci comunque fino al 2000. Questo solo per la fredda ed inflessibile cronaca dei fatti).
Ma ancora più di questo, il fatto allarmante, e sintomatico di una mentalità quantomeno “strana”, è un altro: nel 1952 la Ferrari era allineata alla situazione dell’Italia immediatamente post-bellica, cioè povera da non avere due soldi falsi, la squadra andava ai Gran Premi con un manipolo di meccanici che si adattavano a fare di tutto portandisi pane, prosciutto e Lambrusco dal salumiere di Maranello, e ciononostante la Ferrari aveva un Direttore Tecnico, Aurelio Lampredi, ed un Direttore Sportivo, “Il Maestro” Nello Ugolini.
Oggi invece, con i carri ferroviari colmi di risorse (budget cap o meno è così), abbiamo Mattia Binotto che è a capo sia dell’ala tecnica che dell’ala prettamente sportiva: eviterò di fare battute riguardanti scope e pulizie dei corridoi, ma è pericolosissimo per la stabilità della struttura epurare dall’oggi al domani una persona così massicciamente addentro in così tanti (troppi) aspetti, non trovate?
Non ho granché simpatia per Mattia Binotto: quest’anno lui e i suoi hanno veramente fatto tutto quanto fosse in loro potere per convincere il mondo della loro inadeguatezza: hanno partorito una macchina, la F1-75, che probabilmente è stata la più veloce Ferrari dai tempi della F2004, avevano un’ottima coppia di piloti (tra cui, forse, il migliore in griglia), si sono resi partecipi di un inizio di stagione sfavillante a dir poco, e poi si sono resi protagonisti di una serie di errori che poteva anche portare a credere che ci fosse del dolo, da tanto era impossibile che tutto ciò cui stavamo assistendo stesse realmente accadendo.
Il “reato” non è perdere un mondiale, il reato è partorire un’astronave e perdere malamente lo stesso per un’inverosimile serie di erroracci stupidi: se il tuo obiettivo è vincere tra due anni ed hai la possibilità di vincere subito cosa fai, non ne approfitti?
Mentalità e pragmatismo.
A discapito di questo, tuttavia, Mattia Binotto nasce come (ottimo) motorista, cresce professionalmente per ventotto anni fino ad assumere la direzione tecnica della Scuderia, e poi all’ennesimo siluramento di un Team Principal (Maurizio Arrivabene) si trova proiettato in una posizione che “non era la sua”: ha avuto la colpa di non essere, forse, un buon organizzatore e di non avere “il polso”, ma io il suo lavoro (cioè l’ingegnere) personalmente glielo lascerei fare sicuramente, perché in quello è molto bravo, e i mondiali di Schumacher sono lì a dimostrarlo.
Oppure, la proprietà può dimissionarlo, e trovarselo, a puro titolo di esempio, in Mercedes tra un paio d’anni, e la parabola di Aldo Costa e James Allison dovrebbe insegnare che sarebbe meglio evitare.
L’errore dunque è stato, a monte, il voler mettere una persona valida in un posto inadatto alle sue doti.
Anche a livello di immagine, tutta questa tiritera non giova affatto alla percezione del brand Ferrari da parte del pubblico.
Ferrari, oggi più che mai, è un’azienda puramente italiana, molto più di quanto non fosse all’epoca di Montezemolo, e badate che la cosa non va letta come un complimento acritico, tutt’altro: non è pensabile mettere in condizione di andarsene la persona più esposta mediaticamente e credere che ciò costituisca la panacea per tutti i mali: anche se tornasse Ross Brawn cosa dovrebbe poter fare in così poco tempo?
Torniamo al punto iniziale: la stabilità.
Non so cosa riserverà alla Scuderia il futuro, certamente il suo orizzonte non si preannuncia del tutto roseo, nonostante le sue ottime potenzialità in termini di uomini e mezzi.

Foto media Ferrari

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