La scala di riduzione gioca un qualche ruolo nella resa di un modello?

di Riccardo Fontana

Si fa un gran discutere della Porsche 935 Moby Dick appena apparsa nella ormai ennesima serie edicolosa in questi giorni, e come spesso accade il “popolo collezionista” si è spaccato in almeno due fazioni: da un lato c’è chi, pur riconoscendo i limiti intrinsechi di un prodotto giocoforza economico, intravede la possibilità di divertirsi con poco e di ricavare un buon risultato, per quanto comunque più o meno distante da quanto proposto dai colossi del settore e, più ancora, dagli Artigiani, sempre meticolosissimi nella riproduzione dei loro modelli, mentre dall’altra c’è chi, detentore di ogni sorta di verità aristotelica, grida allo schifo ed è inamovibile nella sua ferrea convinzione di comprare di molto meglio rivolgendosi al “mainstream” (sempre più costoso peraltro) imperante.

Sono opinioni, rispettabili certo, andrebbe però detto, per onestà e per la piega che stanno prendendo di questi tempi le cose, che si, un edicoloso è un po’ come il McDonald’s dei modelli, ma che certi altri (sempre meno quotati) marchi sono l’esatto equivalente di un Roadhouse o di un Old Wild West.

Tradotto: sono di lusso, costano, ma sempre fast food restano.

Sono di lusso, costano, ma sempre cinesate fatte (quasi) tanto per farle restano.

Se bevi Dom Perignon da 300€ a bottiglia, non è condivisibile che tu faccia il classista ma è comunque un fatto con una sua sorta di quadratura, ma se bevi il vino da 5€ della Coop, metterti a criticare chi pasteggia col Tavernello non è la più sensata delle cose.

Fine digressione, il punto stavolta è un altro, e riguarda le scale di riproduzione.

Il pensiero ha iniziato a covarmi nel cervello quando ho potuto vedere la 935 “incriminata”: brutta non è, vale ciò che costa e probabilmente anche un po’ di più, eppure è un modello tranquillamente lasciabile in edicola.

Già, ma la scala?

Ebbene, qualche settimana fa ho potuto mettere le mani su una Matra 670 in scala 1:24, test di una serie francese mai nata relativa alla 24 Ore di La Mans, figlia di Ixo come la Moby Dick “piccola”, che è un qualcosa di molto bello, ben rifinito, e con pochissimi errori.

Stessa azienda, stesse persone coinvolte in studio e realizzazione (verosimilmente, per quanto ne sappiamo “laggiù ci sono i leoni”) resa completamente diversa.

E la stessa cosa vale al centesimo anche per le auto da Rally in scala 1:24 e per le Formula Uno nella medesima scala, tutti prodotti contro i quali gli omologhi in 1:43 diventano ancora più improponibili di ciò che sono.

Quindi, la domanda sorge spontanea: la scala di riduzione gioca un qualche ruolo nella resa di un modello?

Probabilmente sì, e quel che è certo è che alcune scale, come l’1:24 rappresentino un ottimo compromesso tra dimensioni, dettaglio e armonia, tutti fattori che contribuiscono a nobilitare dei modelli tutto sommato da poco.

Intendiamoci: i sedili brutti e le cinture in decals non sono belli da vedere, ma anche su molti Spark “chiusi” vediamo le stesse cose, e di voci dissidenti se ne levano ben poche mi pare, eppure i modelli, rispetto alle loro riduzioni in quarantatreesimo sono… Diversi.

E migliori.

Come migliori sono anche nel confronto con gli 1:18, decisamente troppo giocattolosi per le dimensioni che la scala offre.

Ricordo un commento di David ad una borsa a Novegro, davanti ad un banco di edicolosi: c’erano due 131 Abarth vicine, una in scala 1:24 e l’altra in 1:18, e lui se ne uscì con un condivisibilissimo “Guarda che bellina che è in scala 1:24 e che giocattolone che è in scala 1:18!”.

Ed era vero, all’occhio erano modelli diametralmente opposti.

Vibes, nulla più.

Ciò solo per dire che, quei tali ex-Dinky e Corgi che raccontavano che il colpo d’occhio contava moltissimo in una miniatura e, forse, era anche più importante della mera esattezza dimensionale, probabilmente non si rendevano conto nemmeno loro di quanto avessero ragione.

De gustibus, come in tutto.

11 pensieri riguardo “La scala di riduzione gioca un qualche ruolo nella resa di un modello?

  1. Disamina interessantissima.
    Però la tabella comparativa è cannata anzichenò (teniamo conto che l’auto rappresentata è piuttosto corta per una sportiva attuale: 3,6576 m S.E.&O.):
    se 1 piede = 12 pollici, il modello in 1:12 è lungo 1 piede, e il modello 1:18 dev’essere lungo 2/3 di piede = 8 pollici;
    il modello 1:24 dev’essere lungo 1/2 piede = 6 pollici;
    l’1:32 dev’essere 4,5 pollici, e di conseguenza l’1:64 sarà lungo 2,25 pollici;
    per l’1:43 e l’1:87 abbiamo “approssimativamente” 3,35 pollici e per l’1:87 abbiamo 1,66 pollici

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  2. Concordo in pieno con questa analisi…è esattamente quello che penso, l’1/24 probabilmente è la scala perfetta per la resa visiva del modello e il giusto compromesso tra dimensioni/ingombri e possibilità di dettagliare decorosamente un modello.
    Aggiungo anche che in 1/43 la visione dei modelli è spesso distorta…se prendi una macchina contemporanea di cui si hanno progetti originali in cad, e quindi riproducibili nelle esatte e reali proporzioni, quello che viene fuori alla fine non è nemmeno lontano parente della macchina vera…non la ricorda non ne ha l’assetto, non ne rispecchia assolutamente la resa visiva.
    Infatti in 1/43 per esempio sono decisamente meglio modelli che sono delle “interpretazioni” del corrispettivo reale piuttosto che quelli fatti con precisione matematica….basti pensare alle Gto di Ruf…

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  3. Non ho acquistato la Moby Dick in edicola, ma ho potuto osservare da vicino in esemplare uscito all’epoca del test e non l’ho trovato così terribile.
    Anzi…ha un fondino meno dozzinale rispetto al “mio” Minichamps, al netto di una minore pulizia generale ed a qualche tocco di colore in più.
    Tradotto: la base c’è
    Poi ognuno è liberissimo di pensarla come meglio crede, e ci mancherebbe.
    Sul piano della pulizia ricordo degli Spark imbarazzanti, tanto che, ad un certo punto, nacque la leggenda della prima e seconda scelta, poi subito smentita.
    Ma ricordo modelli con vetrini tipo “vettura da fumatori incalliti” o tanto unti che… O ancora scocche dove c’era più colla all’esterno che all’interno, per tenere i vari pezzi insieme (provate a smontare un resin cast, se avete coraggio!).
    Sulla scala di riduzione c’è un fattore ovvio da tenere in considerazione: più è grande, maggiore deve essere il numero dei dettagli, così come la loro finitura dev’essere perfetta.
    Ho visto degli 1/12 che non erano altro che degli 1/43 ingranditi e l’effetto era patetico.
    Non pretendo i sedili in panno, ma una finitura che gli assomigli, non che riprenda la tonalità di colore.

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  4. No dico, ma avete visto il livello di dettaglio che hanno raggiunto gli 1/87? Non sto a citare marchi se non uno su tutti Brekina. Non nascondo che più di una volta girovagando su eBay ho cliccato su un 1/87 convinto che fosse un 1/43. Secondo me si può dire tranquillamente che oggi gli 1/87 sono quello che erano “ieri” gli 1/43. Questo grazie a tecniche tampografiche, stampa CAD, ecc. Oggi in pochi giorni ti arriva a casa il foglietto di decals o l’A4 di fotoincisioni che ti sei disegnato. Cos’è che “solo” quaranta anni fa sognavamo. Insomma, per quanto riguarda i dettagli non ci sono più scuse. È solo una questione di costi.

    Altro discorso è la resa.
    Oltre a quello che dice Alfonso c’è l’x factor. Ovvero, paradossalmente vi è una sorta di costante inversa della difficoltà che fa aumentare l’errore al diminuire della scala. Ciò è strettamente legato alle tecniche di restituzione adottate dal produttore. Più esse sono rigide, cioè affidate alla matematica, ai disegni, più vi è il rischio che la resa finale sia cannata. Ecco perché negli anni ‘70/‘80, quando cioè il controllo finale se non tutto il processo di modellazione era effettuato artigianalmente ad “occhio”, alla fine aveva quella elasticità sufficiente ad ottenere dei capolavori. Insomma CAD non basta. Anche li ci vuole il manico.
    Quanti modelli edicolosi Ferrari altrimenti perfetti, ho visto invece cannati perché “stirati” magari per errore solo su un asse? O quante Fiat Norev pur belline ma ingigantite al limite dell‘1/42? Li non è più questione di scalpello, lì è questione di mouse. Ed è un’altra cosa.

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  5. Ricordo un bel articolo su un prototipista della Heller degli anni che furono (forse su piccoleegrandiauto) che, naturalmente, realizzava i prototipi tutti a mano, con fogli di plastica e colla…
    Da dove nasceva il suo lavoro?
    Dall’essere un talentuoso modellista appassionato di auto.
    Aveva trasformato le sue doti non comuni in un lavoro.
    Oggi si richiedono disegnatori 3d capaci e veloci.
    Non certo appassionati conoscitori, mossi dal sacro fuoco della passione…
    Be’, non è poi gravissimo.
    Avete visto la 250p con il muso da gt40 che ha vinto il concorso in California?
    O la TRI deliberata dal dipartimento vintage della stessa casa, che sembra più la Batmobile?
    Siamo una razza in via d’estinzione

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    1. Il prototipista che dici era forse Philippe de Lespinay?
      Pilota di moto e poi di auto, tecnico (consulente della Morbidelli, anche se con risultati “controversi” e restauratore di auto da corsa USA (Indycars) e moto da corsa

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