All’inizio di aprile avevamo pubblicato un articolo di Marco Nolasco sulla storia e lo sviluppo delle scatole dei modelli dal dopoguerra agli anni ’501. Com’era prevedibile, la retrospettiva ha raccolto un buon numero di visualizzazioni ed è così che Marco ha proposto a PLIT un naturale seguito, relativo agli anni ’60. Considerata l’ampiezza della materia, pubblicheremo gli anni ’60 in più puntate. Ringraziamo fin da ora Marco Nolasco per la gentilezza e il tempo consacrato a PLIT, oltre che per l’abituale qualità del suo lavoro.
Testi e foto di Marco Nolasco
E in Italia? Beh, negli anni ’50 solo la Mercury realizzava modellini pressofusi in linea con quanto prodotto all’ estero. La serie in scala 1/48, prodotta per un decennio dal 1954 era forse quella più vicina ai modellini stranieri, ma avevo con loro un rapporto di odio-amore; odio per la scala (come se i vari Corgi e Dinky fossero tutti 1/43 vera…) e amore per la scelta dei soggetti, quelli che vedevo tutti i giorni per strada. Comunque, complice il fatto che quando ebbi l’età per sceglierli erano ormai quasi fuori produzione, non ne comprai nessuno e ancora adesso ho solo una Bianchina senza scatola. All’inizio le scatole erano in cartone naturale con le scritte identificative stampigliate, ma si notavano poco quindi divennero azzurre e rosse con l’immagine del modellino. Nei primi anni ’60 furono arricchite da bei disegni del veicolo reale inserito in accattivanti panorami, sulla falsariga di quelli che cominciavano a comparire sulle scatole dei Dinky France. Anche altre firme seguirono lo stesso percorso. Per esempio la Matchbox passò da scatole senza immagini a quelle con disegni a tratto nero che poi divennero colorati e infine inseriti in paesaggi diversi per ogni modello. Fatto sta che nei primi anni del nuovo decennio, che sarà quello d’oro per i modellini, quasi tutte le firme usavano scatole illustrate. Di seguito qualche esempio, un Renault Estafette Dinky France del 1960, un Fiat 682 Mercury in una scatola illustrata da Mario Davazza e una Spyker Matchbox MOY in una scatola di tipo D1, usata nel biennio 1961-62, che riproduce fedelmente la classica scatola di fiammiferi con tanto di superficie ruvida per lo sfregamento.






Ed ecco un confronto tra due scatole illustrate scelte tra le più rappresentative, almeno a parer mio, quella della Fiat 2300 coupé Mercury, primo 1/43 vero del marchio, 1962, e quella di una Opel Rekord Dinky France del 1964.


Nel 1962 compare per la prima volta sulla scatola di un Corgi Toys, la Trojan n. 233, lo splash: “by special request” che comparirà in molte scatole successive, come riporta il librone sulla Corgi Toys di Van Cleemput, anche se l’autore dichiara di non sapere da parte di chi ci fosse stata quella richiesta speciale.

I modelli più grandi cominciavano ad abbandonare le bellissime scatole a cofanetto in cartone pesante per adottare quelle più leggere con le aperture laterali come i modellini più piccoli, magari irrobustite all’interno da cartoncini al naturale. Ecco un paio di esempi della Corgi Toys, l’autogru del Circo Chipperfield International n. 1121, con scatola con aperture laterali, e la gabbia dei leoni n. 1123 ancora nella scatola a cofanetto. La decal che si vede in basso a destra nella foto della gabbia è quella originale, con la scritta “Lyons”. Sul modellino è applicata una copia moderna realizzata ad hoc da Edoardo Gallini.


Questi invece sono due esempi di scatola a cofanetto di Dinky Toys, il grosso articolato Berliet n. 898 della Dinky France e il set 448 della consorella d’Oltremanica composto dal pickup Chevrolet El Camino e da due rimorchi agricoli. Entrambi del 1961.




Negli anni ’60 nascono molti nuovi marchi nel settore dell’1/43 convenzionale, ma non solo. Dapprima le scatole mantengono le caratteristiche di quelle del decennio precedente, ma presto ogni firma cerca di far risaltare i propri modellini nelle vetrine contro le quali, se non ci avessero tirato via a forza, avremmo schiacciato il naso per interi pomeriggi. Tra le nuove arrivate l’italiana Politoys, la francese Solido (che in realtà debutta nell’1/43 con la mitica serie 100 già nel ’57), l’irlandese Spot On ecc.
Ecco qualche altro esempio di scatole di tipo classico:
-la prima è la nota e colorata Politoys con l’immagine del modellino con le sue aperture e il depliant con il catalogo; in questo caso si tratta dell’ambulanza Romeo 2°, ma la grafica è la stessa per tutti i modelli.


-la seconda è una Solido, che invece, in questi primi anni del decennio, non mantiene sempre lo stesso colore. Questa azzurrina custodisce la Lancia Flaminia Coupé, il primo modellino dotato di portiere apribili, come specificato sulla scatola.


-infine la terza, il cofanetto Spot On del double decker Routemaster, non particolarmente appariscente, che non reca neppure l’immagine del contenuto, ma evidenzia la scala 1/42, importante non tanto per il valore numerico, ma perché lo stesso viene mantenuto sia per i modelli di auto che per quelli di veicoli pesanti, fatto più unico che raro in quel periodo.


Ho accennato alla nascita dei primi modelli di automobili “antiche” in Francia alla fine degli anni cinquanta. Nel 1962 succede la stessa cosa anche in Italia grazie alla Rio e alla Dugu, che lanciano due serie di riproduzioni 1/43 di auto di inizio secolo di una qualità mai vista fino ad allora. Almeno per quella scala.
La Rio dapprima commercializza i modellini in scatole classiche, con la tipica grafica che rimarrà quasi immutata per decenni, di dimensioni leggermente più grandi del modello per poterlo avvolgere in una striscia di gommapiuma a protezione dei numerosi dettagli applicati. Di seguito il n.1, l’Itala che vinse la prima edizione della Targa Florio del 1906.
Anche la Dugu adotta delle scatole di cartone per i primi modelli, ma aggiunge una innovazione che, anni dopo, trasformerà le scatole cieche di cartone nelle piccole teche trasparenti ormai d’ obbligo per quasi tutti i modellini moderni. Le scatole della casa del gufo infatti hanno una finestra circolare sui lati di generose dimensioni, molto maggiori di quelle dei forellini delle scatole Dinky Toys che servivano esclusivamente per rivelare il colore del modellino senza doverle aprire. Queste aperture invece permettono di ammirare i dettagli di una parte del modello, anche in questo caso avvolto nella gommapiuma. Per sigillare il tutto la scatola è termosaldata con una fragile pellicola trasparente, come quella adottata pochi anni dopo dalla Politoys e dalla Mebetoys. Nelle foto una scatola di questo tipo con la Lancia Lambda berlina. In realtà è la n.5 della torpedo, è strano, ma ho due Lambda berlina entrambe nella scatola della torpedo…
Le due Case aggiungono alla confezione un foglietto con qualche nota storica dell’ auto vera, a sottolineare il carattere “serio” di queste collezioni.




I modellini diventavano sempre più complessi, soprattutto i mezzi pesanti come questo Ruston Bucyrus della Dinky Toys inglese del 1963, che ha molti movimenti indipendenti tra di loro, e le scatole devono essere sufficientemente robuste, come questa, che ha una fascia di carta sottile riccamente illustrata che raramente è giunta ai giorni nostri, soprattutto integra. All’interno una sagoma in cartone blocca il modellino e un foglietto spiega minuziosamente, una volta tanto anche in italiano, come diventare un piccolo palista.




Ma è a Corgi Toys, a parer mio, a realizzare le confezioni più belle di quel periodo, che non si possono più considerare delle semplici scatole, ma dei piccoli diorami che arricchiscono e completano il modello. Ecco qualche esempio degli anni 1964-66.




In questi anni le scatole vivono una piccola rivoluzione perché si incomincia a presentare il modello in confezioni trasparenti. Aveva già incominciato la Dugu con delle grandi finestre in acetato sui lati, ma si andrà presto bene oltre. Nel 1964 alcuni Dinky Toys vengono inseriti in scatole-vetrina molto fragili e poco pratiche, difficili da conservare integre, soprattutto se il negoziante toglie il cartoncino superiore per aumentare la visibilità del contenuto. Il modello è fissato alla base di cartone con degli elastici.
Ecco un esempio ancora con il cartoncino di cui sopra, il n. 275, il furgone GMC portavalori.

Ecco un paio di esempi di scatole con cartoncino superiore rimosso. L’acetato della Ford T è originale, ma spiegazzato mentre quello dell’Austin è stato sostituito perché irrimediabilmente rovinato. Per fortuna un paio di anni dopo rimediarono con dei cofanetti rigidi simili a quelli che verranno poi adottati da quasi tutti. Sono di diverse dimensioni a seconda del modello, di seguito tre esempi, in quello della Cadillac si vede il pieghevole con le istruzioni per aprire il cofano motore premendo un pulsante dentro l’abitacolo. Sono identici per entrambe le gamme, inglese e francese, eccetto il sistema
di fissaggio, costituito da due perni fusi con la base in plastica che si impegnano in due fori nel pianale del modellino per quelli d’oltremanica e da una più evoluta chiave di acciaio per i modelli francesi, come spero che si veda in una delle foto.



Le scatole chiuse erano più pudiche, non rivelavano subito l’oggetto del desiderio, ma ce lo facevano immaginare dalle illustrazioni e la magia cresceva aprendo la scatola, soprattutto se conteneva una parte interna ripiegata come certi Corgi Toys, fino ad arrivare all’agognato modellino. Le scatole-vetrina, invece, di qualunque foggia fossero, non nascondevano nulla dei loro segreti, ma erano commercialmente più efficaci, visto che si stavano diffondendo, dapprima soprattutto per i più “seri” modelli di auto antiche anche se in alcuni casi, come Solido o Rio, il cofanetto era inserito in una scatola di cartone (o viceversa come nei Dugu). Ecco qualche esempio di Solido, Rio (dal poco pratico taglio longitudinale) Dugu, Safir e Minialuxe, ma anche la Politoys adottò delle piccole teche trasparenti per le sue auto antiche, per l’occasione arricchite con un piccolo guidatore.










Anche la Norev abbandonò il cartone per un fragile acetato per tutti i tipi di modelli e alla fine della sua parabola si convertì alla nuova moda anche la RAMI, e cui piccole teche erano però di un più robusto plexiglass rigido con uno sfondo disegnato. Di seguito una Mercedes SSK della Norev e l’unico RAMI venduto soltanto nella teca e non anche nella scatola di cartone, la rara Motobloc 1902, l’ultimo modello del marchio e anche il primo con un numero di catalogo, il 2, precedentemente assegnato ad un’altra miniatura.


Fine prima parte degli anni ’60 – continua.
