Il britannico Tim Dyke (1939-2020) è un personaggio conosciuto nell’ambito dei collezionisti di modelli 1:43. Le sue serie esclusive in 20-25 esemplari basate su kit in resina hanno segnato tutti gli anni ’90 e i primi 2000.
Ancora oggi questi modelli sono molto ricercati, e trovarli in condizioni perfette è piuttosto complicato, vista la mole di minuscoli e spesso fragilissimi dettagli riportati.
Su PLIT ci siamo occupati di MPH ai tempi del vecchio blog, nel settembre del 20191 ma il tema meriterebbe ulteriori approfondimenti.







Stavolta però ci limiteremo a proporre alla vostra attenzione un solo modello della serie MPH, derivato da un kit Graphyland: la Rover con motore BRM a turbina di Le Mans 1965. Il testo definitivo sulla nascita e lo sviluppo di questa vettura si trova nell’opera omnia sulla BRM di Doug Nye, strumento indispensabile di consultazione che penso molti avranno sugli scaffali. Qui basterà dire che dopo l’esperienza del 1963, venne disegnata da Bill Towns una nuova carrozzeria, più moderna e aerodinamica. L’auto, che conservava comunque chassis, telaio e turbina di quella dell’anno precedente, prese parte alle prove preliminari di Le Mans con Graham Hill. Inserita ufficialmente in gara (nel 1963 aveva partecipato fuori classifica, da qui il numero 00), le era stata assegnata una cilindrata equivalente a 2027cc, che la escludeva dalla lotta contro le Porsche 904 nella classe 1600-2000cc. Un serbatoio di 120 litri assicurava una buona autonomia. Nel corso delle prove, la Rover a turbina incontrò alcuni problemi allo scambiatore d’aria e nel viaggio di ritorno in Inghilterra subì alcuni danni sulla bisarca. Senza una messa a punto soddisfacente, il team Owen Racing Organization decise di non tornare a giugno per la gara. La Rover-BRM si rivide invece nel ’65, stavolta ammessa nella classe 2 litri, per terminare al 10° posto con Graham Hill e Jackie Stewart.








La Rover-BRM era dunque un soggetto perfetto per una gamma come MPH, che faceva dei soggetti della 24 Ore di Le Mans – spesso “oscuri” – il tema principale. Non l’unico, certo, ma quello di gran lunga più sfruttato. Il kit di base era il classico prodotto francese anni ’80-90, apparentemente bellino ma pieno di piccoli casini e incoerenze, nella tradizione dei vari DAM-Team T, Automany, Alezan, Esdo, Jielge, Neimad e compagnia bella, abbastanza lontani da prodotti leggermente più “civilizzati” come gli Starter e i Provence Moulage. Ogniqualvolta c’era da recensire uno di questi kit, gli inglesi impazzivano. I francesi si rifacevano demonizzando con perfida puntualità le fusioni in metallo bianco dei cottage models.

Armato di santa pazienza, Tim Dyke apportò la bellezza di oltre 120 modifiche al modello originale, da interventi più decisivi alle linee alle miriadi di aggiunte e piccole migliorie ai dettagli esterni e interni. Nei foglietti esplicativi che accompagnavano il modello ognuno di questi interventi era elencato e documentato con dovizia descrittiva: una cosa che solo gli inglesi avrebbero potuto fare, con una precisione e una dedizione – anche formale – che in Italia e in Francia se la sognavano. Del resto, anche dal punto di vista librario, editori come Haynes o P.S.L. tiravano fuori volumi di una qualità e di una serietà che altrove era difficile da trovare, adorabili nella loro compassata pulizia e nel loro approccio serio e concreto.
I modelli MPH andavano esauriti nel giro di pochissimo tempo, regolarmente presentati alle borse di scambio in Inghilterra e su riviste specializzate come Modelauto Review. Oggi come allora non è roba per tutti. Parlare di questa Rover-BRM – modello di grande raffinatezza ed equilibrio – significa rendere omaggio a un modellista la cui competenza storico e le cui capacità tecniche, unite a una notevole umiltà, meritano di essere ricordate in un’epoca in cui questi valori sembrano essere passati di moda.
