Bella lustra e restaurata – pare – da mano competentissima, ha rifatto capolino dopo anni di oblio una delle Porsche 906 dalla storia più particolare in assoluto, il telaio 161. E’ una vettura legata a doppio filo alle vicende sportive fiorentine e chi scrive l’ha seguita per tante stagioni nelle gare di autostoriche tra la fine degli anni ’90 e i primi anni Duemila. Ed è stato buffo rivederla in un contesto infiocchettato, senz’altro più formale e meno casareccio delle tante edizioni della Coppa della Consuma, del Chianti, della Limabetone, della Scarperia-Giogo o della Rievocazione del Circuito Stradale del Mugello, dove il suo proprietario, Vittorio Mascari, alias “Mascaleros”, era di casa. Un’altra vita, un altro mondo.
La 906-161 è stata una delle ultimissime Carrera 6 costruite, c’è chi dice la penultima e probabilmente è proprio così. Senza voler andare a impelagarsi nei gineprai dei numeri di telaio, la vettura fu iscritta dal team ufficiale al Mugello stradale 1967, dove terminò al 5° posto assoluto e primo di classe Sport 2000 con Leo Cella e Giampiero Biscaldi.

La vettura passò poi a “Nicor” (al secolo Guido Niccolai, rampollo della Firenze-bene e funzionario della Banca Steinhauslin) che ci disputò diverse gare in circuito e in salita nel 1968.

Ritroviamo la Carrera numero 161 nel 1970 al Mugello e a Pergusa con Alessandro Fabroni e Raffaello Rosati, famoso per le sue gare al volante delle Maserati negli anni ’60. Una permanenza fiorentina, quindi: si direbbe che dopo la sua prima gara al Mugello nel 1967 la Carrera 6 si fosse innamorata della Toscana (e come darle torto?). In quel periodo, l’auto era preparata da Bruno Cambini detto “i’Bocca”, storico meccanico la cui officina si trovava nel quartiere delle Cure a Firenze.

Nei miei viaggi con Vittorio Mascari – per andare a rinnovare la licenza CSAI al centro medico di Siena o per raggiungere i campi di gara in qualche occasione – parlavamo spesso della Carrera 6. Vittorio, siciliano di nascita ma fiorentino d’adozione, ricordava i momenti in cui era partito col carrello a ritirare la macchina… dove? Lui diceva a Stoccarda. “Mi tolsi il pane di bocca per comprarla”.

Nel 1971 divenne il proprietario di quella che era considerata quasi alla stregua di un ferro vecchio. Molti, quando si presentò alle prime cronoscalate della stagione, gli ridevano dietro. “Ma dove vai con quel treno?”. Sornione, Vittorio li lasciava dire e passava oltre. Lui ha sempre saputo scrollarsi di dosso le cose peggiori, figuriamoci le maldicenze di qualche toscanaccio in vena di sarcasmo. Abbastanza presto, le risate di scherno si trasformarono in mormorii di stupore quando Vittorio, con quel “treno” iniziò ad andare parecchio forte. Ci si trovava bene, con quella Porsche un po’ scalcinata, neanche più bianca ma già leggermente ingiallita e dalla carrozzeria che iniziava a creparsi qua e là. Vinse la classe nel 1971 alla Sila, alla Rieti-Terminillo e a San Giustino. “Mascaleros” raccolse ancora ottimi risultati l’anno successivo (primo di classe a Rieti, a San Giustino e al Passo dello Spino.

Cercò però di vendere la vettura senza riuscirci e continuò così a utilizzarla per diverse stagioni ancora. L’ultima corsa di cui si ha notizia è la Rieti-Terminillo nell’agosto del 1975.
A quel punto, la 906-161 sparì dai radar in circostanze abbastanza rocambolesche che qui non mi è concesso di divulgare. Restò comunque – per così dire – “in buone mani”, lontano da occhi indiscreti al livello del suolo.
Alla fine degli anni ’90, le gare per autostoriche, specie le cronoscalate, vissero il loro momento di gloria. Si riesumarono competizioni ormai dimenticate, tornarono in auge piloti, scuderie e vetture di decenni che si credevano perduti per sempre. A Firenze – a fine anni ’80 – era rinata la Scuderia Clemente Biondetti, poi tornò anche la Piloti Fiorentini e il territorio toscano diventò uno dei centri nevralgici del fenomeno. Tornò quindi anche il nostro Vittorio, con la 906 che riposava sotto un telo dai lontani anni ’70. La vettura non era cambiata: sempre orgogliosamente ingiallita e screpolata, la si vide un po’ ovunque per stagioni e stagioni, condotta dall’inossidabile “Mascaleros”, che passava le sue giornate a maneggiare motori e carrozzerie nel suo garage di Scandicci, non lontano da Firenze.

Sono quindi naturalmente affezionato a quella macchina e mi dispiacque un po’ quando Vittorio mi disse che l’aveva finalmente venduta. Era il 2013 e nel frattempo il “treno” aveva preso valore e ancora più poteva valere un esemplare cui era attribuito il record di appartenenza in mano allo stesso proprietario.
Seduto a un tavolino di un bar dietro a Piazza Duomo, Vittorio si godeva tranquillo i frutti di una speculazione forse non ricercata ma proprio per questo ancora più bella e appagante. La storia aveva giocato a suo favore. Si irritò Alberto Rastrelli quando gli dissi che avrei voluto scriverci un pezzo per Auto d’Epoca. Lasciai perdere perché sentivo che sarei finito in un campo minato. E non fu soltanto Rastrelli a nutrire delle perplessità sullo stato della vettura per come era apparsa in gara nelle storiche. Il suo motore non sembrava esattamente quello della 911R ma assomigliava più a un propulsore di una comune versione stradale, seppur preparata. Vai a sapere cosa era successo e soprattutto quando.








E’ stato un collezionista francese piuttosto scrupoloso ad averne avuto cura in questi anni. Avrei voluto chiedere un paio di cose ai responsabili di Artcurial a Le Mans (tra i quali una stressatissima signora sull’orlo di una crisi di nervi) ma mi sembravano più preoccupati a impedire che i loro stimati clienti fosse fotografato durante l’asta ufficiale che disponibili a fornire dettagli tecnici su un’auto che per loro non rappresentava che l’ennesimo lotto da far fuori al più alto prezzo possibile. Del resto ognuno fa il proprio mestiere. Valutazione: tra il milione e otto e i due milioni e quattro. A meno che qualcuno non l’abbia presa sottobanco dopo l’asta, non è stata venduta. La rivedremo.
