Glasgow ’76, quando il Saint-Étienne cambiò il calcio francese

Come fosse finita in un negozio fiorentino la squadra di Subbuteo numero 346 – il Saint-Etienne, per giunta nella versione con le riserve – resta abbastanza un mistero. Il fatto è che mi attirò per il suo bel colore verde e anche per le strisce orizzontali bianche che più Francia facevano tanto Inghilterra. Sia come sia, il Saint-Etienne rimase per anni la mia squadra preferita, utilizzata fino all’usura negli interminabili tornei estivi con gli amici nella campagna di Monte Morello. Scoprii diversi anni più tardi che a quella compagine era legata una vicenda affascinante anche se in parte sfortunata, che costituiva per certi versi il culmine di una di quelle storie che forse solo lo sport sa raccontare.

Ci sono stagioni che si ricordano per i trofei conquistati e altre che continuano a vivere nella memoria collettiva pur essendosi concluse con una sconfitta. I decenni del calcio sono pieni di grandi potenze abituate a vincere, ma cosa succede quando una squadra lontana dai tradizionali centri del potere calcistico riesce, anche solo per una stagione, a sfidare i giganti e a cambiare la percezione di un intero movimento sportivo? È il caso dell’AS Saint-Étienne del 1975-1976, ricordata quest’anno nel volume Glasgow 76 – La folle épopée des Verts, pubblicato da Marabout.

Firmato dai giornalisti Patrick Mahé e Dominique Grimault con la partecipazione di Jean-Michel Larqué, il libro racconta una vicenda che va oltre la cronaca della Coppa dei Campioni. Gli autori, testimoni diretti di quegli anni, cercano infatti di rispondere a una domanda precisa: come fece una squadra proveniente da una città industriale della Loira a diventare il simbolo del calcio francese?

Per comprenderlo bisogna tornare alla Francia della metà degli anni ’70. Il Saint-Étienne rappresentava una realtà profondamente legata a una città costruita attorno alle miniere e all’industria, lontana dai riflettori di Parigi e dalle altre grandi metropoli europee. Eppure proprio da quel contesto nacque un gruppo capace di competere con le migliori formazioni del continente, trasformando il proprio percorso europeo in un evento che coinvolse un intero Paese.

Il libro segue quella stagione praticamente giorno dopo giorno. Racconta la finale di Glasgow e il celebre episodio dei “pali quadrati”, ma ricostruisce anche tutto il cammino che portò i “Verts” fino all’Hampden Park. Ogni turno viene analizzato attraverso testimonianze dei protagonisti, documenti dell’epoca, analisi tattiche, fotografie e retroscena che restituiscono il clima di una competizione vissuta con crescente entusiasmo.

Particolarmente intrigante è la rievocazione delle partite che segnarono quel percorso: dagli ottavi contro i Glasgow Rangers ai quarti con la Dinamo Kiev di Valerij Lobanovs’kyj, una delle squadre più moderne del panorama europeo, fino alla semifinale contro il PSV Eindhoven. Gli autori mostrano come il Saint-Étienne crescesse partita dopo partita, costruendo la propria credibilità internazionale senza affidarsi ai colpi del singolo ma attraverso un’organizzazione collettiva estremamente efficace.

È proprio questo uno degli aspetti che emerge con maggiore forza. Il Saint-Étienne era un gruppo costruito attorno a idee precise, spirito di sacrificio e straordinaria coesione. Robert Herbin aveva dato vita a un collettivo in cui figure come Jean-Michel Larqué, Dominique Rocheteau (l'”Angelo verde”), Ivan Ćurković, l’argentino Oswaldo Piazza, Gérard Janvion, Christian Lopez e Jacques Santini riuscivano a esaltarsi reciprocamente, colmando col gioco il divario tecnico rispetto ad avversari economicamente molto più forti.

Il racconto della finale del 12 maggio 1976 occupa naturalmente una posizione centrale. Il Bayern Monaco di Franz Beckenbauer, Gerd Müller, Sepp Maier e Uli Hoeneß rappresentava il massimo livello del calcio europeo dell’epoca. Eppure il Saint-Étienne disputò una partita coraggiosa, colpendo due volte il legno della porta difesa da Maier prima di arrendersi alla rete decisiva di Franz Roth. Gli autori ripercorrono ogni fase della giornata, dall’arrivo dei tifosi francesi in Scozia all’atmosfera dell’Hampden Park, fino al modo in cui quella sconfitta venne vissuta dai protagonisti e dalla dirigenza.

Il volume dedica ampio spazio appunto anche a ciò che accadde dopo il triplice fischio. Il ritorno della squadra in Francia assunse i contorni di una celebrazione nazionale: centinaia di migliaia di persone accolsero i giocatori sugli Champs-Élysées, mentre Valéry Giscard d’Estaing li ricevette all’Eliseo. È probabilmente questo uno degli aspetti più interessanti del libro, perché dimostra come quella finale persa abbia avuto un impatto simbolico superiore a molte vittorie. Per la prima volta il calcio francese – molti anni prima dell’OM di Bernard Tapie e dell’attuale PSG – aveva dimostrato di saper competere stabilmente ai massimi livelli europei.

Dal punto di vista editoriale, Glasgow 76 si distingue anche per il ricco apparato documentario. Fotografie, schede delle partite, formazioni, dati statistici e numerose testimonianze rendono il volume una lettura coinvolgente e, allo stesso tempo, una fonte di riferimento per chi si interessa alla storia del calcio europeo anni ’70. E’ il racconto di una delle rare occasioni in cui una squadra considerata marginale riuscì a mettere in discussione le gerarchie consolidate del calcio continentale, trasformandosi nel punto di riferimento di un’intera nazione. È proprio questa capacità di andare oltre il risultato sportivo, intrecciando calcio, società e memoria collettiva, a fare del libro una lettura interessante anche per chi guarda al calcio come fenomeno culturale e non soltanto agonistico.

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