Divulgazione desultoria: due BMW M1 di Le Mans 1980

Nelle vicende collezionistiche di ciascuno, certe gare ricorrono più di altre nelle vicende collezionistiche. Nel caso di chi scrive, Le Mans 1980 è sempre stata rappresentata in modo massiccio, con qualificati, non qualificati, qualificati e non partenti e così via. Addirittura già nel 1994 (è passata una vita) aggiunsi alla raccolta un modello che poteva sembrare un’autentica rarità, la 512BB del NART numero 74 che Umberto Codolo aveva riprodotto nella gamma Tavarco by Remember. Questo, tanto per dire, ma potrei citare, in tempi ancora più lontani, vari transkit come quello di Automany per la Porsche 934 di Solido, versione Puerto Rico. E forse non a caso, uno dei primi annuari della 24 Ore che mi arrivarono in casa ci fu – nel dicembre 1985 – proprio quello del 1980. Eppure si preannunciava come un’edizione tetra. Gli organizzatori erano spaventati dalla qualità media degli iscritti, in netto ribasso rispetto alle ultime due-tre edizioni, tra l’altro caratterizzate da una lotta di cartello, quella tra Porsche e Renault-Alpine. La Régie, finalmente soddisfatta dopo la vittoria del 1978 se n’era andata e anche la Porsche, dopo un’infelice sortita nel 1979, aveva temporaneamente sospeso il programma ufficiale con i prototipi. Era la fase declinante dell’era del Gruppo 5 e del Gruppo 6 e la bella vittoria di Jean Rondeau contribuì a rendere memorabile la gara del 1980. Rondeau seppe prendere quel treno-che-passa-una-volta-nella-vita (cosa che non sarebbe riuscita né a Courage né a Pescarolo), diventando in un certo modo una leggenda: il primo e finora unico costruttore francese – per di più di Le Mans – a vincere la 24 Ore al volante di una proprio vettura. Forse solo di recente si è resa piena giustizia a quella fantastica vittoria, che ora ovviamente conoscono tutti e che è fatalmente divenuta “iconica”. Oggi un “iconico” non si nega a nessuno, figuriamoci a Jean Rondeau.

Riordinando nelle scatole, è emersa la 131 svedese di cui avete letto ieri1. Accanto alla scatola rossa, tipica dei montati di Rino Robustelli, due BMW M1 di Le Mans ’80, a suggellare una varietà che oggi ci scorderemmo. E allora, senza neanche chissà quale filo logico, buttiamo giù qualche nota sui due modelli. La casella della M1 venne prontamente occupata dal bel Solido, che faceva parte della chimerica serie 1000, che i collezionisti italiani si sognavano di notte perché non era importata nel nostro paese. Ma le M1, come si sa, sembrano tutte uguali senza esserlo: tra la versione del monomarca Pro-Car e la Gruppo 4 c’erano già delle differenze, per non parlare poi delle versioni ottemperanti all’IMSA (regolamento più liberale) e senza contare le Gruppo 5, che facevano, anche esteticamente, storia a sé. Particolare buffo, di tutte le BMW M1 iscritte a Le Mans 1980, nessuna – per una ragione o l’altra – venne ammessa in Gruppo 4.

Fu la Record a battere tutti fra gli speciali e la M1 Marlboro che vedete nelle foto (e chi non ricorda la straordinaria partenza di “Strietzel” sotto vagonate d’acqua?) è uno dei rari factory built, risalente al 1981. Il marchio di Marsiglia era veloce come nessuno e i collezionisti l’adoravano per le decine di versioni di Porsche 935 che mese dopo mese sfornava come ciambelle. Negli anni finali, i suoi factory built sarebbero andati incontro a una radicale semplificazione che non avrebbe accontentato nessuno ma intorno al 1980-1982 prendere un Record montato della casa significava portarsi a casa un pezzo innanzitutto raro e assemblato come si doveva, pur con gli inevitabili compromessi di un processo che già stava cercando di affrancarsi da una pratica del tutto artigianale. I termoformati, ad esempio, non venivano quasi mai incollati al cielo del detto, aderendo quindi sempre con un margine di approssimazione alla forma interna dell’abitacolo; le decals erano applicate con cura (e già allora armeggiare alle decals di Record non era una passeggiata di salute), sebbene senza quelle “rileccature” che un qualsiasi collezionista avrebbe previsto per il proprio montaggio singolo. Record non poteva spaccare il capello in quattro, però le verniciature erano ottime, gli assetti sempre giusti, la pulizia di assemblaggio eccellente e quindi – come si suol dire – il rapporto qualità-prezzo c’era. La M1 di Record oggi presterebbe il fianco almeno a una critica: il rosso della livrea Marlboro dovrebbe essere in realtà fluorescente, ma del resto anche la decal Cartograf di BAM per il modello Solido aveva le parti in rosso normale e non “dayglo”.

Passano alcuni anni, forse almeno dieci o più, e Sapphire tira fuori una bella riproduzione di M1 (nel frattempo c’erano state ulteriori uscite ma tutto sommato il mondo dell’1:43 andava molto più piano di oggi, almeno in termini di novità annuali). I tempi sono un po’ cambiati, si è ormai usciti dall’epoca ancora pionieristica, si sono attraversati i terrigni anni ’80 per immergersi definitivamente nell’universo dei multimedia kit… ma sempre di kit si tratta, con buona pace di chi sogna il tutto e subito. Vuoi lo schieramento completo di Le Mans 1995 o del BPR? Ordina una vagonata di kit Starter, Provence Moulage e Renaissance e rimboccati le maniche.

Sapphire era un marchio inglese che faceva capo a Steve Archibald2. A metà anni ’80, era stato anche il nome editoriale che Archibald aveva utilizzato per quella serie di quaderni documentari di 32 pagine chiamati Supercars in profile (su Porsche 908, 935, Ford GT40… li conoscete? Se non li avete ve li consiglio caldamente). Il modello delle foto è la famosa Carte de France, schierata per Pironi, Quester e Mignot. Per questa versione, BAM aveva commissionato a Solido un’edizione in colore celeste, fornendo poi a parte le solite decals Cartograf. Con la sigla Studio39 erano state diffuse alcune serie limitate montate su base Sapphire. Della M1 Carte de France vennero assemblati cento esemplari numerati. La finitura era tipicamente britannica, molto concreta, senza fronzoli ma con numerosi dettagli di notevole finezza. Purtroppo – come nella miglior tradizione albionica – le decals avevano un’atroce tendenza all’ingiallimento, ma questo ormai fa parte della storia del modello3.

Una buona notizia per i tifosi dei resincast è che entrambe le versioni sono già state Sparked. Potete quindi scovarle su eBay, su Leboncoin, in qualche borsa o, se siete fortunati, nel prossimo uovo di Pasqua. Buona caccia e mi raccomando, poi pubblicatele sul vostro gruppo Facebook perché tutti possano congratularsi con voi per l’eccezionale acquisizione. Di buon grado mi accoderò al corteo adulante dei semi-invidiosi.

  1. https://pitlaneitalia.com/2026/08/20/in-margine-a-una-fiat-131-abarth-svedese/ ↩︎
  2. Di Sapphire molti ricorderanno l’Alfa Romeo 33/3, forse un po’ piccolina ma molto ben fatta. ↩︎
  3. Lo stesso stampo della M1 venne sfruttato anche dal marchio tedesco Baymo fino alla sua chiusura nel 2001. Uno dei due fondatori di Baymo lo utilizzò poi col nome Competition 43. ↩︎

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