In margine a una Fiat 131 Abarth svedese

Il fatto che non sprechi tempo a illustrare i miei lavori modellistici in affabulazioni imbevute di egotismo non significa che me ne stia con le mani in mano, lontano da colle, lime e attrezzi vari. E se uno ha un minimo di pratica, restaurare un modello rimasto magari per mesi in un cassetto in attesa dell’intervento può essere anche l’occasione per riflettere su qualcosa che oltrepassi il contesto del modello stesso. Per farla breve, ricostruivo l’antenna perduta su una Fiat 131 Abarth Solido elaborata da Rino Robustelli. Di Rino si è scritto molto su PLIT ma il suo talento e anche la sua estrosità meriterebbero più spazio. Riflettevo su un modello che quando venne diffuso – poteva essere il 1981 o giù di lì – poteva essere collocato sui gradini alti della scala del realismo (sperando che non cascasse di sotto!). Pensate: un Solido da 3000 lire, in mano a Robustelli, diventava un qualcosa in grado di sfidare gli speciali. Il Solido non era esente da pecche, ma questo non era certo colpa di chi lo elaborava (peraltro restava un modello decorosissimo e anche uno dei più sfruttati dai modellisti, insieme alla Stratos e alla Escort, tanto per citare un paio di altri esempli).

Il tratto distintivo dei montaggi di Rino era la finezza; essi hanno alcune affinità con uno stile altrettanto famoso in quel periodo, quello di Umberto Cattani. Mai un dettaglio fuori posto e un profilo minimalista che si coniugava alla perfezione con una seria ricerca storica dettata da una reale passione per l’auto e per le corse. Se confrontate un Solido di Robustelli con un’elaborazione dello stesso tipo di Faster 43 capirete a cosa mi riferisco.

Portarsi a casa una Fiat 131, un’Alfetta GTV, una BMW M1 o un’Alpine A110 Solido trasformate da Rino significava entrare in possesso di un oggetto di lusso, riservato oltretutto a un pubblico ristretto. Non erano modelli costosissimi ma trovarne uno era un’impresa in un mondo in cui esistevano le lettere, il telefono fisso, le borse, il TSSK, l’annuario Danhausen, Four Small Wheels e poco altro. Beh, però, tutto sommato non è neanche una brutta lista di cose. Ma il doversi muovere in un contesto “off line” finiva per limitare la capacità di azione anche del collezionista più intraprendente. Attaccavo la base dell’antenna, aggiungevo il filino metallico e ammiravo gli interni della 131 (versione Monte Carlo 1980 con i colori svedesi, l’avrete capito da soli). Rino aveva autocostruito i cavi a spirale dell’interfono, aggiungendo qualche altro dettaglio discreto ma importante. La pulizia delle finiture, con guarnizioni in nero opaco eseguite senza la minima sbavatura, contribuivano ad aumentare il senso di realismo. Ecco, è questo il concetto: senso di realismo.

Questi modelli davano un’impressione di concreto equilibrio senza esasperazioni, anche perché la tecnica aveva dei limiti. Un Vincenzo Bosica negli anni ’80 utilizzava il meglio di ciò che aveva a disposizione, sono spesso le circostanze (diremmo lo spirito del tempo in un’accezione leggermente traslata) a produrre certi effetti. E’ questa la ragione per la quale a volte un modello iper-esatto convince meno rispetto a una realizzazione di trenta-quarant’anni fa, con un numero nettamente inferiore di dettagli. Perché tutto sommato si tratta di oggetti in scala ridotta e la percezione – che lo si voglia o no – è destinata ad alterarsi in modo anche sostanziale.

Mi sono sempre chiesto, osservando ad esempio i figurini militari, dove andremo a parare col realismo: in quel settore il 3D nella riproduzione dei volti e dei corpi e lo sviluppo estremo delle tecniche di decorazione hanno permesso risultati quasi fotografici. In teoria questo sarebbe lo scopo ultimo del modellismo: una riproduzione più piccola senza compromessi. Precisione chirurgica, magari ottenuta con metodi inconcepibili anche solo vent’anni fa contro manualità e forzata “approssimazione” (minima nel caso di un bravo montatore come Robustelli). E’ in questa differenza, che a volte percepiamo senza averne piena consapevolezza che consiste la luce o il calore – chiamatelo come volete – che un modello come questa 131 Abarth sa sprigionare. Non è perfetta ma ha un potere evocativo che molta della produzione contemporanea non possiede.

Poi, certo, dipende dai gusti e capisco le ragioni di quelli che devono per forza avere tutte le Porsche 911 fino all’agosto del 2026 o le vincenti di Le Mans comprese quelle delle edizioni ancora da correre. Lì devi affidarti ai produttori di resincast e oltretutto c’è un’altra faccenda: le auto di oggi mal si adattano a una concezione vicina a quella degli speciali o dei transkit anni ’80: forse un artigiano di quelli bravi potrebbe anche cavarsela con un kit di una Ferrari 499P in 1:43 ma finirebbe quasi inesorabilmente battuto da un qualsiasi resincast cinese, e in questo caso probabilmente anche quanto a rapporto qualità-prezzo. Comprendo anche chi preferisca puntare sulla funzione storica della riproduzione e non sull’importanza del modello in sé. Questo tipo di collezionista, forse oggi il più comune (e se ci si pensa anche ieri: tutti gli artigiani son nati con questa attitudine) è colui che inserisce in raccolta un modello recente perché gli interessa una particolare marca, una gara, una livrea o un pilota. Dovendo scegliere fra uno Spark e un John Day, dubito che andrebbe sul John Day. In questo modo, almeno teoricamente, dovrebbe – salvo brutture alla Tecnomodel e compagnia varia – mettersi al riparo da approssimazioni o errori clamorosi ma difficilmente dormirà sonni tranquilli, dal momento che l’errore anche banale è dietro l’angolo e se si è scelto di privilegiare questo aspetto anche solo una decal errata ti farà incavolare tanto da voler rivendere su eBay un incauto acquisto. Per chi s’interessa più alla storia dei produttori e dei personaggi (montatori, elaboratori, eccetera), l’obiettivo è invece quello di trovare i modelli in una condizione il più possibile vicina all’originale, magari restaurandoli con pezzi e decals d’epoca senza correggere eventuali errori e omissioni. Per certi versi è una vita più facile e forse anche una scelta più originale, che può regalare soddisfazioni e alleggerire il peso della ricerca dell’esattezza storica a tutti i costi. Questo tra l’altro impedisce certi scempi squilibrati (ho scritto “scempi squilibrati”, non “scempi di squilibrati”, per quanto…) come se ne vedono ad esempio sul gruppo AMR di Facebook che macellano kit su kit alla ricerca di una perfezione che non riusciranno mai a raggiungere, non foss’altro che per le caratteristiche intrinseche del kit di base. E allora? So bene che per molti collezionisti, questa è l’unica occasione di contatto con la realtà dell’automobilismo che essi voglio ridurre per conservare in una vetrina. Non sarò certo io a consigliare loro di cambiare rotta magari mettendosi a comprare libri anziché accatastare cineserie destinate a squagliarsi nel giro di pochi anni. Chi si diverte poi a montare – anche a livello amatoriale – avrà avuto la possibilità di trascorrere ore di sano divertimento, evitando così di restare incatenati a Tiktok o a Facebook in uno stato di semi-ipnosi. E in un’epoca di esasperata digitalizzazione, il lavoro manuale resta una risorsa preziosa per non lasciarsi fagocitare dalla distopia. Ma lo scopo del ragionamento non era certo criticare una sana attività modellistica, quanto dimostrare che la ricerca esasperata del realismo rischia a certi livelli di portare troppo lontano fino a perdere la via del ritorno.

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