testo di Nicola Lettieri
Ci sono storie nelle quali automobilismo e cronaca nera finiscono per incrociarsi quasi per caso. E poi ce ne sono altre nelle quali, a distanza di anni, diventa difficile capire dove finisca una cosa e cominci l’altra.
Quella di Randy Lanier appartiene decisamente alla seconda categoria. Campione IMSA nel 1984, decimo alla 500 Miglia di Indianapolis e Rookie of the Year appena due anni più tardi, Lanier è stato uno dei piloti americani più interessanti della prima metà degli anni Ottanta. Ma mentre costruiva una carriera che sembrava destinata a portarlo sempre più in alto, partecipava anche a un’organizzazione che importava negli Stati Uniti enormi quantità di marijuana dalla Colombia. Non qualche chilo nascosto nel bagagliaio di un’automobile, ma centinaia di migliaia di libbre trasportate attraverso navi, rimorchiatori e chiatte, con operazioni organizzate sulle due coste degli Stati Uniti e milioni di dollari in gioco. Una parte di quei soldi serviva anche a correre.

E se la storia sembra avere qualcosa di familiare, non è un caso. Nel momento più importante della carriera di Randy Lanier troviamo infatti un nome già incontrato: Bill Whittington. Lanier arriva alle competizioni relativamente tardi. Nel 1979, a 24 anni, comincia a correre nelle gare per club della Florida con una Porsche 356 del 1957. Non ha alle spalle una lunga carriera nei kart né il percorso tradizionale dei giovani piloti destinati al professionismo. Eppure la progressione è rapidissima. Nel giro di pochi anni passa dalle competizioni locali alle grandi gare endurance americane. Nel 1982 è già a Daytona e poi addirittura a Le Mans, al volante di una Ferrari 512 BB/LM del T-Bird Racing, iscritta in collaborazione con il North American Racing Team. Condivide la vettura numero 73 con Preston Henn e Denis Morin. La Ferrari parte nelle retrovie e la sua gara dura soltanto 43 giri prima di fermarsi per mancanza di carburante. Non è un risultato memorabile, ma per un uomo che appena tre anni prima correva con una vecchia Porsche nelle gare di club trovarsi già alla 24 Ore di Le Mans dice molto sulla velocità con cui Lanier ha scalato il motorsport americano.
Nello stesso periodo, però, sta prendendo forma anche l’altra parte della sua vita. Secondo quanto ricostruito successivamente dalla giustizia federale americana, proprio nel 1982 Lanier entra in società con Benjamin “Ben” Kramer. L’attività consiste nell’acquistare marijuana in Colombia e trasportarla negli Stati Uniti. Il primo carico documentato dalla sentenza della Corte d’Appello è di circa 15.000 libbre. Pochi mesi dopo ne arrivano altre 20.000. Poi le dimensioni delle operazioni cominciano a crescere in maniera impressionante.
In pista, intanto, Lanier continua a fare progressi. Il 1984 è l’anno che cambia tutto. Lanier e Bill Whittington diventano i protagonisti del Blue Thunder Racing, una squadra che porta nel campionato IMSA una March 84G motorizzata Chevrolet. La macchina porta sulle fiancate anche il nome Apache Power Boats, la società legata a Ben Kramer. Per chi conosce la storia dei fratelli Whittington (di cui abbiamo parlato qualche settimana fa qui sul sito), il collegamento è immediato. Bill è già un pilota affermato, vincitore della 24 Ore di Le Mans del 1979 insieme al fratello Don e a Klaus Ludwig. Anche lui, proprio in quegli anni, è coinvolto nel traffico di marijuana che contribuirà a finanziare la propria attività sportiva. Blue Thunder mette quindi insieme due uomini destinati, per motivi molto diversi, a comparire successivamente nelle cronache giudiziarie americane.

Ma sarebbe sbagliato fermarsi a questo, perché nel 1984 Randy Lanier e Bill Whittington sono soprattutto tremendamente competitivi. Alla 12 Ore di Sebring terminano secondi. Poi vincono la 6 Ore di Riverside. Una settimana dopo Lanier si impone da solo a Laguna Seca. Arriva quindi un’altra vittoria a Charlotte, ancora insieme a Whittington, seguita dal secondo posto a Lime Rock e da un altro secondo posto a Mid-Ohio. A luglio Blue Thunder vince a Portland. A settembre arrivano altri due successi, al Michigan International Speedway e nella 500 chilometri di Watkins Glen, dove Lanier divide questa volta la vettura con Dale Whittington. Alla fine della stagione Randy Lanier è campione IMSA. Bill Whittington conclude secondo.
Ma attenzione! Non stanno battendo un gruppo di dilettanti! Dall’altra parte ci sono piloti come Al Holbert, Derek Bell, Brian Redman, Klaus Ludwig e Bob Wollek. Ci sono Porsche 962 ufficiali o quasi ufficiali, Jaguar, Ford e alcune delle migliori squadre endurance del periodo. Il piccolo Blue Thunder Racing riesce a stare davanti a tutti. Ed è questo uno degli elementi che rende la storia di Lanier diversa da quella di tanti altri personaggi arrivati nel motorsport grazie a enormi disponibilità economiche: Randy non sta semplicemente comprando il diritto di correre. Sta vincendo.

Anni dopo Lanier racconterà un episodio quasi perfetto per descrivere la doppia vita che conduce in quel periodo. Durante la stagione IMSA del 1984 nota alcuni uomini vestiti elegantemente aggirarsi nel paddock e interessarsi particolarmente alla sua squadra. Considerando ciò che sta facendo lontano dai circuiti, il suo primo pensiero non è esattamente rassicurante. Teme che siano agenti federali. In realtà, secondo il racconto fornito dallo stesso Lanier molti anni dopo, sono uomini della Ford. Blue Thunder ha attirato l’attenzione della Casa americana e vogliono parlargli della possibilità di diventare un pilota ufficiale. Lanier racconta di avere rifiutato l’opportunità perché non voleva abbandonare la propria squadra. È un episodio ricostruito dallo stesso protagonista e va quindi considerato come testimonianza personale, ma mostra bene il livello al quale era arrivata la sua reputazione nel paddock.

Per continuare a far funzionare Blue Thunder, però, servono soldi. Molti soldi. E Randy Lanier dispone di una fonte di finanziamento che non compare nei normali budget delle squadre automobilistiche. Nel 1984, mentre Lanier e Whittington vincono gare nell’IMSA, l’organizzazione criminale di Lanier, Kramer ed Eugene Fischer prepara una delle operazioni più grandi ricostruite successivamente nel processo. Una chiatta arriva a San Francisco con circa 147.000 libbre di marijuana, più di 66 tonnellate. La droga viene scaricata presso un deposito di sabbia e ghiaia e quindi trasferita ai clienti dell’organizzazione. Secondo la sentenza della Corte d’Appello federale, da quel singolo carico vengono ricavati più di 50 milioni di dollari. L’anno successivo l’organizzazione porta circa 152.000 libbre di marijuana a New Orleans. Nel novembre 1986 viene organizzato un altro trasporto da circa 130.000 libbre diretto nuovamente a San Francisco, nascosto all’interno di compartimenti della chiatta e coperto da un carico di legname. Le cifre danno un’idea delle dimensioni dell’attività. Non si tratta più del contrabbando avventuroso di qualche giovane che utilizza i proventi della marijuana per comprare automobili da corsa. È un’impresa criminale strutturata, con approvvigionamento in Colombia, trasporto marittimo, infrastrutture negli Stati Uniti e una rete capace di distribuire quantità enormi di droga.
Lanier stesso, molti anni dopo, non cercherà particolari eufemismi. Raccontando il proprio ritorno alle corse dopo il carcere, scriverà semplicemente di essere stato un trafficante di marijuana. E uno molto grande. Secondo la sua ricostruzione, la condanna riguardava complessivamente circa 300 tonnellate di marijuana importate negli Stati Uniti nell’arco di pochi anni. Nel frattempo, però, la carriera sportiva continua. E Lanier decide di tentare il salto più difficile. Nel 1985 passa alle monoposto CART con Arciero Racing. Non ha praticamente esperienza sugli ovali. Quando arriva per la prima volta all’Indianapolis Motor Speedway supera il rookie test, ma i responsabili della USAC non ritengono che abbia esperienza sufficiente per prendere parte alle qualifiche. Gli consigliano, in sostanza, di tornare l’anno successivo dopo avere imparato a correre sugli ovali. Lanier lo fa. Nel 1986 ritorna a Indianapolis con una March 86C-Cosworth. Questa volta non ci sono dubbi sulla sua ammissione. Si qualifica a una media di 209,964 miglia orarie e parte dalla tredicesima posizione, all’interno della quinta fila. La gara viene rinviata per pioggia e disputata il 31 maggio. Lanier arriva al traguardo decimo. Per un pilota che soltanto sette anni prima aveva cominciato a correre con una Porsche 356 nelle competizioni locali della Florida, è un risultato notevole. A fine gara viene nominato Rookie of the Year della Indianapolis 500. Ha 31 anni. È campione IMSA, ha corso a Le Mans ed è appena entrato nei primi dieci della gara automobilistica più famosa d’America. La sua carriera sembra ancora in piena crescita. Ma ormai il tempo sta per finire.
Nell’ottobre 1986 il nome di Randy Lanier compare in un’inchiesta federale sul traffico di marijuana e sul riciclaggio di denaro. Le accuse che emergeranno nel procedimento successivo sono però molto più pesanti. Il processo federale ricostruisce una struttura guidata principalmente da Randy Lanier, Ben Kramer ed Eugene Fischer. Secondo la Corte d’Appello, l’organizzazione ha importato negli Stati Uniti diverse centinaia di migliaia di libbre di marijuana attraverso almeno sette grandi operazioni. Nel 1988 la giuria dichiara Lanier colpevole, tra l’altro, di associazione finalizzata alla distribuzione di marijuana e di avere operato come uno degli organizzatori di una “Continuing Criminal Enterprise”, la figura prevista dalla legislazione federale americana per le grandi organizzazioni del narcotraffico. Per quel reato, all’epoca, la legge prevede una conseguenza durissima. Ergastolo senza possibilità di libertà condizionale. Il giudice dispone inoltre nei suoi confronti una confisca per 60 milioni di dollari.
Due anni prima Randy Lanier era stato Rookie of the Year alla 500 Miglia di Indianapolis. Adesso rischia di non uscire mai più da una prigione federale. Lanier trascorre in carcere circa ventisei anni. La sua condanna viene confermata in appello nel 1992. La sentenza descrive senza particolari ambiguità la scala dell’organizzazione e il ruolo svolto da Lanier insieme a Kramer e Fischer.
Con il passare degli anni, però, il quadro normativo e giudiziario cambia. La sua pena viene infine ridotta al periodo già scontato e nell’ottobre 2014 Randy Lanier torna libero. Ha quasi sessant’anni. Il mondo che trova fuori dal carcere è completamente diverso da quello che aveva lasciato. Nel racconto pubblicato successivamente da Road & Track ricorda perfino la stranezza di prendere un aereo utilizzando un biglietto elettronico, qualcosa che quando era entrato in prigione semplicemente non esisteva.
Ma c’è una cosa che non è cambiata. La voglia di guidare. Nel 2015 torna su un circuito per partecipare a una gara dell’American Endurance Racing a Mid-Ohio. Sono trascorsi quasi trent’anni dalla sua ultima vera stagione automobilistica. Il posto è particolarmente significativo. Proprio a Mid-Ohio, nel 1984, Lanier e Bill Whittington erano arrivati secondi con la March di Blue Thunder mentre stavano costruendo il campionato IMSA che avrebbe cambiato la loro storia.

Randy Lanier non è stato semplicemente un uomo ricco che ha utilizzato denaro proveniente dal narcotraffico per togliersi lo sfizio di correre. Questo renderebbe la sua storia molto più semplice. Era un pilota. In appena cinque anni è passato da una Porsche 356 nelle gare di club a una Ferrari a Le Mans. Due anni dopo era campione IMSA contro alcuni dei migliori specialisti dell’endurance del mondo. Altri due anni e concludeva decimo la Indianapolis 500, portandosi a casa il titolo di miglior debuttante. Il denaro proveniente dalla marijuana gli ha certamente consentito di costruire Blue Thunder e di disporre dei mezzi necessari per correre ad altissimo livello. Ma i soldi non guidavano la March 84G. Quello lo faceva lui. Ed è forse proprio questo a rendere la sua storia tanto difficile da separare in due parti. Mentre Lanier costruiva una delle più rapide ascese dell’automobilismo americano degli anni Ottanta, costruiva contemporaneamente qualcosa di completamente diverso. Da una parte c’erano Riverside, Laguna Seca, Portland, Watkins Glen e Indianapolis. Dall’altra Colombia, chiatte cariche di marijuana, decine di milioni di dollari e un’organizzazione destinata a portarlo davanti a un tribunale federale. E nel mezzo c’era Blue Thunder, con Randy Lanier al volante e Bill Whittington al suo fianco. Ancora una volta, nello straordinario e irripetibile paddock dell’IMSA di quegli anni, sport e crimine stavano correndo sulla stessa macchina.
