Il blog presenterà presto alcuni argomenti che mi auguro di interesse, cui sto lavorando con la collaborazione di un paio di persone. Mentre raccoglievo un po\’ di materiale oggi pomeriggio, di colpo mi è tornata in mente la fine degli anni ottanta, chissà perché. Il periodo del liceo, certo. Poi le ultime borse di scambio organizzate da Tron a Firenze, l\’inizio di una nuova epoca per i collezionisti… e la fine di un\’altra epoca fatta delle \”stranezze\” di quel decennio. Stranezze che significavano serie AMR da 500 pezzi vendute in un amen (non tutte, ma parecchie), e proprio da lì è scaturito il mio ragionamento, che non è per niente nuovo, ma che di tanto in tanto amo riproporre a me stesso. Erano modelli, quelli, che costavano mezzo milione di lire, a volte anche di più, e il mercato non era vasto come quello di oggi. A parte i collezionisti europei, c\’erano quelli americani e forse qualche giapponese, e poco altro. Eppure si facevano fuori 500 Ferrari 365 GTC, 500 Ferrari Daytona Coupé, 500 Daytona Spyder e via di seguito.
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| Cinquecento Ferrari Daytona AMR venivano esaurite in poco tempo. Non per nulla, la serie 500 di AMR è lo specchio di un\’epoca. Lo specchio di un\’epoca, appunto. Ma perché? |
Oggi questi numeri non li fa neanche Spark con modelli che costano 50/60 euro (tranne in casi eclatanti come i vincitori di Le Mans e certi altri soggetti estremamente popolari, come le vetture da rally contemporanee). Perché? Ci sarà chi risponde a colpo sicuro. \”La crisi!\”. Non è una risposta accettabile. Ci dev\’essere altro. La crisi non dura da 20 anni – eh sì, perché già dalla fine degli anni novanta le cose già non andavano benissimo e Ruf se n\’era accorto. Poi, la crisi… La crisi può esserci per chi compra un modello risparmiando su altre cose; c\’è con la crisi si è arricchito. Sei eri commerciante d\’armi con le varie guerre degli anni 2000 hai fatto fortuna. Ma invece di 2000 modelli ti sei comprato 5 Ferrari vere, magari. Faccio così per dire. E gli spunti non finiscono qui. In realtà – e questo mi è sempre sfuggito – non sono mai riuscito a capire chi fossero gli acquirenti di quelle famose serie da mezzo milione, e di modelli simili. Non sono mai riuscito, insomma, ad avere quello che si suole definire uno \”spaccato sociale\” del collezionista \”high-end\” degli anni ottanta. C\’erano attori, industriali, ecc. Lo so. Ma chi erano esattamente, come si comportavano, quello è sfuggito ovviamente al liceale che se era fortunato poteva permettersi un paio di kit Starter al mese o un montato da 100.000 lire. Per non divagare, riassumo così il mio ragionamento un po\’ desultorio di stasera:
*) La crisi è la scusa (la scorciatoia?) con la quale si danno spiegazioni semplici a fenomeni complessi. La crisi investe il poveraccio, altre persone in questa crisi ci sguazzano. Tra l\’altro.
*) Oggi il mercato è più vasto: russi, altri est-europei, indonesiani, anche cinesi. Comprare, comprano. E prima non c\’erano. Quindi in teoria non sarebbe difficile raggiungerli. Ma non so se sono disposti a spendere determinate cifre su un modello singolo. Sì, perché una volta, probabilmente, i prezzi erano anche maggiori. Compreranno magari 20 BBR, ma non comprerebbero (forse) un ipotetico AMR da 500 o 600 euro. O no?
*) Fatto anagrafico: poniamo che venti o trent\’anni dopo, diversi di quei collezionisti degli anni ottanta siano morti. C\’erano persone di cinquanta o sessant\’anni fra loro e oggi, anche se vivi, potrebbero non trovarsi più nelle condizioni di acquistare. Spiegazione plausibile.
*) Mancato interesse, più che mancato ricambio generazionale. Non è questione dei giovani. La mia curiosità nello specifico non riguarda tanto l\’assenza di giovani interessati ai kit. Anche allora di giovani capaci di tirar fuori 500.000 lire per un montato AMR ce ne saranno stati pochi. Da cosa deriva questo mancato interesse da parte di chi certe cifre se le potrebbe permettere?
*) La tendenza al ribasso (speciali low-cost e produzioni border line tipo Spark) avranno condizionato anche l\’attitudine all\’acquisto delle fasce più abbienti dei collezionisti?
Mi fermo qui, perché le domande – e le possibili risposte – sarebbero anche altre. Ciò che mi premeva segnalare è quell\’incoerenza argomentativa di fondo che emerge quando si fanno certi confronti col passato. Manca, come dire, scientificità. Eppure di persone capaci di ricordare di più e meglio ce ne sono. Paolo Tron, ad esempio, nei pezzi che ha scritto recentemente per questo blog, ha provato a disegnare un ritratto della temperie collezionistica di quegli anni. L\’impegno c\’è stato. Eppure manca qualcosa che possa andare ancora più a fondo, stabilendo quella connessione con certi fenomeni del presente che trovano radici dieci o venti anni fa. E\’ una cosa che potrebbe non interessare chi si limita alla considerazione dei vari modelli, e non è interessato alla \”sociologia\” (parola grossa ma non me ne vengono in mente altre) del collezionismo. Non è un esercizio facile. Questo blog era nato anche per questo.






















